11.29.2011

Le idee del Prof. Monti

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

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Le idee del Prof. Monti sono solide e consolidate. Certo aspettiamo la verifica dell'operato del suo governo. Oltre alle indicazioni date nei discorsi alle Camere del Parlamento, vi sono due suoi importanti documenti, preparati in momenti non sospetti, che meritano un'attenta lettura.

Sono dei paper che possono aiutare a capire meglio lo spirito ed il progetto dell'"uomo dell'emergenza".

Il primo è "La Commissione Attali e l'Italia" pubblicato nel 2008, prima della Lehman Brothers e dell'esplosione della crisi finanziaria globale, insieme al Prof. Franco Bassanini. Il documento è l'introduzione alla pubblicazione in italiano del "Rapporto Attali. Liberare la crescita. 300 decisioni per cambiare la Francia" che dettaglia le proposte per far fronte alle sfide di sviluppo e di dinamismo dell'economia e della società francesi.

Monti rimase positivamente impressionato dall'iniziativa francese di mettere in campo un vasto spettro di competenze economiche e politiche ma soprattutto culturali e professionali europee ed internazionali, per riflettere non solo sui problemi generali ma per predisporre un set di riforme e di misure precise. Infatti, bisognava convincere i francesi, che vivevano le sfide della competizione globale come se fosse una minaccia.

La Commissione Attali propone riforme che mettono in discussione rendite e privilegi per affrontare al meglio il futuro. Si trattava e si tratta di "dire la verità anche con un'analisi spietata della realtà economica", di sfidare i "medici pietosi", le cui deboli analisi sui ritardi nella modernizzazione economica e sociale "offrivano alibi a scelte di conservazione e alle resistenze da parte degli interessi colpiti dalle riforme".

Il Rapporto Attali fa proprio le best pratices degli altri paesi per superare i ritardi accumulati, per coniugare le sue proposte di crescita con il superamento delle disuguaglianze, per liberare energie e risorse per la ripresa, salvaguardando i livelli di solidarietà e di coesione sociale.

Monti rimase affascinato dallo spirito europeo con cui Jacques Attali affrontava la sfida, superando i vecchi cliché dello sciovinismo francese e collocandosi nel solco dell'economia sociale di mercato che "valorizza meriti e talenti, la capacità di imprenditoria e la tutela dei diritti fondamentali di tutti".

Riteniamo che tale esperienza sia stata d'ispirazione per il Prof. Monti anche nella stesura del suo Rapporto "Una nuova strategia per il Mercato unico" preparato per la Commissione europea e pubblicato il 9 maggio 2010.

Si tratta di un documento di 118 pagine denso di proposte concrete per una risposta europea unitaria alle sfide dell'integrazione e della crescita economica e sociale contro la crescente "stanchezza da integrazione" e l'avanzata dei nazionalismi economici che, spinti dagli effetti della crisi, potrebbero portare a delle "conseguenze drammatiche" e allo "sgretolamento dell'Ue".

Monti parla della necessità della "decisione politica" nella costruzione dell'Unione economica europea. Ribadisce che la piena realizzazione del Mercato unico è il pilastro essenziale per dare forza e unità al sistema monetario dell'euro e alla capacità di crescita dell'economia europea. Ciò significa riformare, modernizzare e semplificare l'intero sistema delle norme fiscali, legali, amministrative, economiche, ecc. di ogni singolo Stato membro dell'Unione ed uniformarle per promuovere il mercato della produzione, del lavoro, dei movimenti di uomini, di mezzi e di capitali a livello europeo. Solo così per Monti il Mercato unico può preparare la formazione di un unico governo economico europeo e diventare fattore di solidità generale dell'Ue..

Nel suo Rapporto gli interlocutori principali per avviare un tale processo sono i cittadini, i consumatori e le Pmi. Quindi vuole un'Europa dove le libertà economiche devono "dialogare" con i diritti dei lavoratori, dove le priorità sono nella creazione delle infrastrutture "fisiche" del Mercato unico, che deve rimanere "aperto ma non disarmato rispetto ai concorrenti a livello globale".

Va sottolineato il fatto che sulle cause della crisi globale Monti evidenziava che "la liberalizzazione finanziaria iniziata negli anni '90 senza essere accompagnata, soprattutto negli Usa, da regolamentazioni prudenziali e di vigilanza, è stata una dei principali fattori dell'origine della crisi finanziaria", che non può essere affrontata con soluzioni "troppo blande".

Tra le sue proposte, significativa è quella dell'istituzione degli eurobond con cui trasformare parte delle obbligazioni dei singoli Stati in titoli europei. C'è ovviamente il sostegno, anche con un quadro giuridico più favorevole, agli investimenti di lungo termine nelle infrastrutture, come quelli proposti dal Fondo Margherita delle Casse Depositi e Presti europee.

Il Rapporto è ricco di proposte concrete. Egli però insiste sul "rafforzamento del processo di attuazione". A tal fine propose la creazione di "un gruppo specifico per la politica fiscale" in Europa.

Il successo dell'azione del governo Monti dipenderà, oltre che dal risanamento di bilancio italiano, dalla capacità di intervento in sede europea per la realizzazione di un vero Mercato unico e di una effettiva unione politica ed economica oltre che monetaria dell'Europa. Nonché dall'impegno collettivo a non essere "disarmati" nei confronti della speculazione e dei mercati finanziari senza regole.

11.16.2011

Al G20 ha vinto il “sistema del dollaro”

Non sorprende che il G20 di Cannes non abbia prodotto gran che. E' dal 2008 che i G20 ci hanno abituato a tante promesse e a tante "raccomandazioni". Non hanno mai presentato iniziative efficaci capaci di cambiare a fondo il sistema che ha generato la crisi finanziaria ed economica globale.

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di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

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Il recente summit rivela però un profondo cambiamento geopolitico. Infatti, dopo tre anni di una crisi che è stata originata primariamente dal e nel sistema bancario e finanziario americano, a Cannes la barra del timone sembra essere ritornata pericolosamente in mano al "sistema del dollaro".

Ciò in barba al fatto che l'economia americana sia la più debole del settore avanzato e che le sue banche abbiano una "leva" assolutamente sproporzionata rispetto al proprio capitale. Sono quindi le più esposte ai rischi ed ai titoli tossici.

La dichiarazione finale del summit purtroppo rivela il grande lavoro fatto dalle lobby per spostare la responsabilità della crisi dalla finanza e dalle banche a quella dei debiti sovrani. In particolare a quelli dell'eurozona.

"Dopo il nostro ultimo meeting, si legge nel documento, la ripresa economica globale si è indebolita e le tensioni sui mercati finanziari sono aumentati soprattutto a causa dei rischi sovrani in Europa".

Il grave e "vecchio" problema della finanza è stato quindi messo in second'ordine. E' scomparso qualsiasi riferimento agli Stati Uniti e alle sue difficoltà, dimenticando il quasi default federale esploso soltanto lo scorso mese di luglio. Anche i piani di ripresa della produzione, dell'occupazione e della crescita sono finiti nel portabagagli della macchina del G20!

Viene invece riconosciuto un ruolo centrale al Fondo Monetario Internazionale nella gestione dei paesi con un debito pubblico più pesante. Al Fondo dovrebbero essere assegnati più risorse e più poteri di intervento. La parola chiave è "sorveglianza", cioè la possibilità di interferenza nelle decisioni economiche nazionali ed europee. Da subito ciò vale per la Grecia e per l'Italia. In un futuro non lontano potrebbe valere per la Francia e per l'intera Ue, responsabile di non sapere gestire i suoi membri più riottosi. Si ritorna di fatto ai condizionamenti e alle sanzioni che il Fmi ha incompetentemente e con grandi danni attuato in passato nei confronti di tutti i paesi in via di sviluppo. Si ricordino gli interventi nell'America Latina. Il Fmi è stato ed è la lunga mano del "sistema del dollaro".

Il voluto ritorno dell'"egemonia del dollaro" è dimostrato dal fatto che l'idea di una grande riforma del sistema monetario internazionale basato su un paniere di monete sia stata accantonata.

Il summit ha infatti sottolineato che "la composizione del paniere dei Diritti speciali di prelievo (Dsp) deve continuare a rappresentare il ruolo che le monete hanno nel sistema finanziario e commerciale globale e che essa può essere nel tempo modificata qualora le caratteristiche e il ruolo delle monete cambiassero". La valutazione della sua composizione quindi dovrebbe essere basata sui "criteri attuali". Il Fmi è chiamato semplicemente a renderli più chiari. In ogni modo, dice il documento, si riparlerà della composizione del paniere dei Dsp soltanto nel 2015!

Infine il G20, su pressioni americane, è tornato a premere sulla Cina e sugli altri paesi con un surplus economico affinché sottopongano le loro monete al giudizio dei mercati e quindi ad una rivalutazione.

Anche la tanto osannata decisione del nuovo presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di abbassare dello 0,25% il tasso di sconto, che è forse l'unica "decisione" pratica di Cannes, di fatto fa seguito alla recente esplicita richiesta del ministro del Tesoro americano Tim Geithner. Egli chiese, si ricorderà, che la Bce seguisse le orme della Federal Reserve nel creare maggiori livelli di liquidità.

Secondo noi ciò non è un automatico stimolo alla crescita. Senza meccanismi specifici di credito per i settori produttivi, tale decisione, oggi come in passato, può andare solo a vantaggio del sistema bancario internazionale e creare pericolose "bolle liquide" che potrebbero dar luogo anche ad attività speculative.

Per il resto il vecchio sistema finanziario ha messo in stallo gran parte delle riforme. Nonostante ciò bisogna riconoscere che alcune istituzioni, a cominciare dal Financial Stability Board fino allo IOSCO, l'organizzazione internazionale delle autorità di controllo dei mercati finanziari, hanno preparato degli studi importanti e dettagliati di riforma dei derivati, degli Otc, dei Cds, delle banche ombra, di quelle di importanza sistemica, ecc. Essi però rischiano di rimanere dei lavori accademici, se i decisori del G20 non li mettono in pratica.

A Cannes Sarkozy ha giocato con Obama la sua carta elettorale di grande capo europeo e di guida del mondo, ma una Francia sopravalutata e artificialmente stabilizzata potrebbe a breve crollargli addosso come un castello di carta.

Se guardiamo oltre l'uscio di casa, Cannes è stato un passo indietro. Non solo sul fronte della nuova architettura finanziaria, monetaria ed economica mondiale, ma anche sullo scacchiere dei giochi geopolitici globali. La riteniamo una sconfitta strategica per l'intera Europa.

11.07.2011

Idee deboli e vecchie dal Summit Ue

Decisioni coraggiose e convincenti avrebbero dovuto includere gli eurobond, la creazione di un ministero europeo di "difesa economica" e nuove snelle architetture di credito per il rilancio dell'economia reale e dell'occupazione attraverso investimenti di medio e lungo periodo nelle infrastrutture e nella modernizzazione di tutti i Mezzogiorno d'Europa. Invece, i capi di Stato e di Governo dell'Ue hanno recitato le solite litanie . . .

 

di Mario Lettieri , già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi , Economista

 

Di positivo c'è soltanto la decisione di non lasciare andare alla deriva l'Unione europea e di non far implodere in tempi brevi il sistema dell'euro. Per il resto il drammatico Summit del Consiglio europeo dei capi di stato e di governo del 26 ottobre a Bruxelles ha prodotto una serie di proposte insoddisfacenti e lontane dall'affrontare di petto la speculazione e le sfide presentate dai crescenti debiti sovrani.

    A nostro avviso le decisioni coraggiose e convincenti avrebbero dovuto includere gli eurobond, la creazione di un ministero europeo di "difesa economica" e nuove snelle architetture di credito per il rilancio dell'economia reale e dell'occupazione attraverso investimenti di medio e lungo periodo nelle infrastrutture e nella modernizzazione di tutti i Mezzogiorno d'Europa.

    La dichiarazione finale del Summit, invece, è farcita di vecchie idee non idonee a "combattere gli effetti della crisi finanziaria globale". Il consolidamento fiscale, gli aggiustamenti di bilancio e alcune eventuali riforme strutturali nei paesi più indebitati non bastano, e possono causare deflazione e recessione.

    Un atto politico unitario e serio sarebbe potuto essere la trasformazione di una parte dei debiti pubblici nazionali, intorno al 60%, in debito europeo, cioè in eurobond.

    Questi non sono la panacea di tutti i problemi del debito e delle loro cause, ma avrebbero trasmesso un messaggio di stabilità e di fermezza politica dell'Unione ai cosiddetti mercati.

    Sarebbe stato il primo baluardo contro la speculazione! Avremmo così guadagnato tempo per le necessarie manovre di correzione dei bilanci europei. Basate però più sulla ripresa e sulla crescita che sulla dominante isteria dei tagli.

    L'Eurosummit, invece, ha deciso di affrontare il pericolo di contagio attraverso operazioni di leverage fatte sulla base delle risorse dell'Efsf, il fondo salva-stati. Si è fatto esplicitamente riferimento a una leva fino a 4 o a 5 volte i 440 miliardi di euro del fondo. Parliamo dei circa 2.000 miliardi di euro di cui si era già accennato nelle settimane passate.

    Tra le possibilità, l'Efsf potrà creare dei "Special Purpose Vehicle", nuovi prodotti finanziari per un valore multiplo del capitale di base del fondo. Di fatto sarebbero dei titoli parzialmente garantiti dal fondo stesso e d'incerta appetibilità da parte degli investitori istituzionali e privati.

    Se funzionasse, tale somma dovrebbe essere utilizzata per la capitalizzazione delle banche private in difficoltà e per acquistare bond statali in caduta libera sui mercati. Le capitalizzazioni delle 90 banche europee di rilevanza sistemica dovrebbe essere, per il momento, intorno ai 106 miliardi di euro. Alla fine graveranno quasi per intero sul citato fondo.

    Sono operazioni finanziarie che dovranno sempre essere messe al vaglio dei mercati dove operano gli operatori e gli speculatori che sono stati la causa della crisi e che purtroppo continuano a muoversi al di fuori delle regole.

    Riteniamo ciò molto grave e preoccupante. Ancora una volta si dimostra l'incapacità di adottare decisioni politiche indipendenti da parte dell'Ue e la sua evidente sudditanza ai mercati e agli interessi della grande finanza.

    Eppure prima del Summit alcuni avevano parlato della necessità di dimostrare l'effettiva unità politica ed economica dell'Europa creando un ministero centrale dell'economia. Le lungaggini e le evidenti difficoltà della sua realizzazione imporrebbero una più realistica e immediata "Autorità centrale europea per la difesa economica".

    Le misure di difesa da adottare contro la speculazione dovrebbero essere: il divieto di tutte le operazioni allo scoperto e dei Cds speculativi, una tassa sulle operazioni finanziarie, l'obbligo di depositi in contanti a garanzia delle stesse, ecc.

    In passato in verità la Merkel aveva già proposto simili provvedimenti.

    Il meeting del Consiglio europeo, invece, ha inventato il ruolo del Presidente dell'Eurosummit che si riunirà almeno due volte l'anno. Scelta interessante, ma sempre interlocutoria, di informazione e non di decisione esecutiva. Inoltre, sembra aggiungersi alle burocrazie del presidente della Commissione Europea e a quella del presidente del Consiglio Europeo.

    Ma è sul fronte del rilancio produttivo, la vera opzione di stabilità economica e sociale e di riduzione del debito pubblico, che il Summit è mancato. Avrebbe potuto indicare e sostenere nuove emissioni europee di project bond per attrarre capitali privati ed internazionali interessati a investimenti in infrastrutture e nelle nuove tecnologie.

    Il documento finale ha invece sottolineato che la Commissione europea applicherà condizioni ferree e una stretta sorveglianza sui comportamenti dei paesi membri. I sostegni dell'Ue saranno mantenuti "a condizione che tutti i programmi concordati (cambiamenti strutturali, consolidamenti fiscali, tagli di bilancio, liberalizzazioni e privatizzazioni, nda) siano rispettati".

    Se non sono le solite litanie, sono però vecchie ricette.

10.31.2011

Dal G20 di Parigi un mega- bailout delle banche

di Mario Lettieri , già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi , Economista

 

Le crescenti tensioni finanziarie ed il rischio di un rallentamento significativo dell'economia globale sembrano spingere il G20 verso un nuovo mega bailout del sistema bancario.  Il debito sovrano dei paesi più esposti evidentemente passa in secondo ordine.

    E' la vecchia ricetta fallimentare.  Se fosse ripetuta si riproporrebbero interventi che in passato abbiamo sperimentato senza successo. Il dato ignorato è che l'economia dei paesi occidentali oggi è fortemente indebolita e più indebitata rispetto a tre anni fa.

    La impraticabilità della citata ricetta emerge anche dal comunicato finale del recente summit di Parigi dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali dei paesi del G20.

    Al di là dei tanti "we agree" and "we welcome" su tematiche importanti ma "futuribili", come la regolamentazione degli Otc, la preparazione della lista dei grandi istituti internazionali di importanza sistemica o la gestione dei flussi di capitali  "crossborder" potenzialmente destabilizzanti, lo scettro è rimasto saldamente nelle mani del dominante "Re bailout".

    Infatti il testo dice chiaramente che "siamo impegnati ad intraprendere tutte le azioni necessarie per preservare la stabilità del sistema bancario e dei mercati finanziari. Noi garantiremo che le banche siano adeguatamente capitalizzate e abbiano accesso sufficiente ai fondi per fronteggiare i rischi attuali. Recentemente le banche centrali hanno preso iniziative decisive al riguardo e continueranno a mantenersi pronte a fornire la liquidità necessaria alle banche".

    La seconda ciambella per i salvataggi finanziari dovrebbe essere quella del Fondo Monetario Internazionale a cui si devono "garantire adeguate risorse per renderlo capace di realizzare le sue responsabilità sistemiche". Il Fmi, che sulla carta dovrebbe avere a disposizione 390 miliardi di dollari, sarà chiamato a studiare "nuovi modi per fornire, caso per caso, liquidità a breve termine a quei paesi che devono far fronte a shock esogeni e sistemici derivanti dagli strumenti finanziari in possesso e dalle condizioni esistenti".

    A Parigi fortunatamente non è stata sostenuta la precedente proposta del ministro del Tesoro americano Tim Geithner di trasformare la Banca Centrale Europea in un'altra Fed che stampasse soldi a go go e diventasse il prestatore illimitato di ultima istanza per tutti i bancarottieri, privati e pubblici. E' noto che l'agitazione di Geithner è finalizzata a "coprire" la situazione delle banche americane la cui necessità di finanziamento dei debiti è di gran lunga più grande di quella delle banche europee.

    A tal fine l'impatto del fondo Efsf salva stati "dovrebbe essere massimizzato per evitare il contagio". Si chiede anche che il Consiglio europeo prepari un "piano comprensivo capace di rispondere alle sfide correnti" per il suo prossimo meeting del 23 di ottobre.

    A Parigi infatti si è parlato di portare la "capacità di fuoco" dell'Efsf da 440 a 2.000 o a 2.500 miliardi di euro per i piani di salvataggio.

    La questione è: per fare che cosa?

    Per salvare le banche in caduta libera e per comprare i titoli di debito di paesi che nessuno più vuole o per creare eurobond e trasformare il 60% del debito pubblico in obbligazioni europee garantite dall'Unione europea?

    Nel primo caso, secondo noi, sarebbe un disastro e dimostrerebbe la sudditanza dell'Ue ai mercati e al sistema bancario. Si consideri che i bond dei paesi Piigs direttamente in mano al sistema bancario europeo sarebbero 750 miliardi di euro,150 dei quali sono titoli greci.

    Nel secondo caso, quello dell'emissione di eurobond, avremmo invece una posizione politica univoca e forte da parte dell'Europa che dimostrerebbe la chiara volontà di contrastare la speculazione finanziaria puntando alla stabilizzazione e alla riduzione del debito pubblico attraverso politiche di crescita economica.

    Il documento finale di Parigi, comunque, contiene qualche elemento a nostro avviso  positivo. Il primo, chiaramente sollecitato dai Brics e dagli altri paesi emergenti, chiede di "allargare il paniere degli SDR, i diritti speciali di prelievo, come un contributo all'evoluzione del sistema monetario internazionale". E' la prima volta che in un atto ufficiale di rilevanza internazionale si menziona il processo di superamento del sistema del dollaro e si fa riferimento ad un paniere di monete.

    Ci sembra interessante che il prossimo G20 che si terrà a Cannes il 3-4 novembre dovrebbe affrontare il problema delle fonti di finanziamento per progetti di investimento in grandi infrastrutture, alcuni dei quali dovrebbero essere presentati come esempi guida. E' un passo nella giusta direzione.  Ne parliamo da tempo, come del resto fanno i paesi emergenti e alcune istituzioni europee, quali le Casse Depositi e Prestiti,  che già promuovono investimenti di lungo periodo nei settori trainanti delle infrastrutture e delle innovazioni tecnologiche.

10.10.2011

IPSE DIXIT / Lavoro e diritti : Italia più povera, pagano i giovani ; Giornalisti precari e informazione flessibile

IPSE DIXIT


Per diventare Vip - «Quel cervellone barbuto di Karl Marx l'aveva detto che nessuno può diventare ricco con il proprio lavoro soltanto e che per diventare un Vip ed entrare nell'élite dei più ricchi bisogna far lavorare gli altri. Per perseguire questo sogno, sono state tentate numerose soluzioni ingegnose nel corso della storia, dalla schiavitù e i lavori forzati, la tratta, la servitù debitoria e le colonie penali fino alla precarizzazione, i contratti a zero ore, il lavoro flessibile, la clausola di non-sciopero, lo straordinario obbligatorio, il lavoro autonomo forzato, le agenzie interinali, la subfornitura, l'immigrazione clandestina, l'esternalizzazione e molte altre novità organizzative improntate alla massima flessibilità». Marina Lewycka

LAVORO E DIRITTI

a cura di rassegna.it<http://www.rassegna.it/home/index.cfm>

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Italia più povera,

pagano i giovani

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Draghi, presidente designato della Bce, lancia l'allarme sull'economia italiana: "Servono riforme strutturali, perché nella situazione attuale si generano problemi di equità. I giovani sono fra coloro che ne subiscono i contraccolpi più forti".

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"La crescita economica non può fare a meno dei giovani né i giovani della crescita" e "la valorizzazione dei giovani è una condizione necessaria allo sviluppo di un'economia moderna". Lo ha detto il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, al seminario dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà 'Giovani e crescita', all'Abbazia di Spineto (Sarteano).

Poi, il prossimo presidente Bce ha spiegato: "In passato, soprattutto nella lunga fase di espansione che ha caratterizzato le economie avanzate dopo la guerra, questo duplice nesso si manifestava chiaramente nello sviluppo demografico e della produttività, nel progresso tecnico, nelle caratteristiche del capitale umano adatte a sostenere lo sviluppo. Oggi non è più così". Draghi, infine, sottolinea come "la crisi che dal 2008 ha colpito l'economia mondiale ha acuito drammaticamente il problema perché i giovani sono fra coloro che ne subiscono i contraccolpi più forti".

Draghi ha sottolineato inoltre che "la famiglia costituisce" per i giovani "anche un riparo dalle temperie dell'economia. Ma se il miglioramento del proprio tenore di vita non avviene tramite l'accumulazione di risorse collegate al proprio lavoro come accadeva più frequentemente cinquant'anni fa, quando i patrimoni familiari erano modesti e i tassi di crescita del reddito elevati si generano problemi di equità".

A detta del numero uno di Bankitalia, "se per alcuni giovani, una maggiore rilevanza della ricchezza ereditata può costituire una forma di compensazione rispetto alle minori opportunità di guadagno, in generale tende ad accrescere le disuguaglianze nelle condizioni di partenza. Il legame tra i redditi da lavoro dei genitori e quelli dei figli è in Italia tra i più stretti nel confronto internazionale, più vicino ai valori elevati osservati negli Stati Uniti e nel Regno Unito che a quelli stimati per i paesi nordici e dell'Europa continentale".

La ricetta di Draghi, quindi, consiste nel "favorire i processi di riallocazione dei lavoratori tra imprese e settori per cogliere più prontamente le opportunità di crescita sui mercati globali" per poi "ridurre il grado di segmentazione del mercato del lavoro, oggi diviso in settori protetti e non protetti, intervenendo sulla regolamentazione delle diverse tipologie contrattuali ed estendendo la copertura degli istituti assicurativi". "E' indispensabile - ha detto ancora l'inquilino di Palazzo Koch - proseguire nell'azione di riforma del settore dell'istruzione per incrementare lo stock di capitale umano, oggi inferiore in quantità e qualità rispetto ai paesi con cui competiamo sui mercati".

"Questi interventi - ha concluso - si rifletterebbero in un miglioramento anche delle opportunità economiche e professionali dei giovani. Rimuovere gli ostacoli all'attività economica riducendo i costi di apertura e di gestione delle nuove imprese promuove anzitutto la partecipazione economica delle nuove generazioni. Allentare le difficoltà di accesso al capitale di rischio, promuovendo lo sviluppo delle attività di venture capital significa in primo luogo aiutare la nascita e sostenere l'espansione delle imprese giovani a più alto potenziale innovativo. Ridurre la segmentazione del mercato del lavoro consente di riequilibrare le opportunità occupazionali e le prospettive di reddito, oggi fortemente sbilanciate a favore delle generazioni più anziane. Valorizzare le capacità e le competenze dei nostri studenti, riducendo il divario con i coetanei dei principali paesi europei, migliora la competitività e la capacità propulsiva delle imprese che li occuperanno, o che da essi verranno fondate".


Giornalisti precari e

informazione flessibile

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Si tiene a Firenze una due giorni per fare il punto sui precari nel giornalismo. Sono circa 100mila, di cui il 70% pubblicisti, hanno stipendi inferiori ai 5000 euro l'anno. Falcidiati dalla crisi, chiedono diritti e contratto.

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di Antonio Fico

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Il 7 e l'8 ottobre si tiene la due giorni "Giornalisti e giornalismi", l'iniziativa che per la prima volta chiama a raccolta a Firenze giornalisti precari e free lance, con l'obiettivo di fare il punto sulle difficili condizioni di lavoro nel settore e di promuovere una carta professionale dei diritti (per i precari) e dei doveri (per gli editori).

L'incontro nazionale, che vedrà oggi arrivare da tutta Italia centinaia di collaboratori di testate più o meno note del panorama editoriale italiano, e che avrà il suo fulcro al teatro Odeon di Firenze è promosso dall'Ordine nazionale dei Giornalisti, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dall'Ordine dei giornalisti della Toscana e Assostampa Toscana, con il sostegno di Inpgi e Casagit.

Sempre più importanti per le attività di quotidiani e dei settimanali, sempre più numerosi, i precari rappresentano la spina dorsale di molte redazioni. Sono quasi sempre la manovalanza a basso costo, pronta all'uso indiscriminato e senza possibilità di contrattare i propri compensi. Secondo le stime dell'Ordine dei giornalisti, sono circa 100mila i giornalisti iscritti all'ordine, di cui il 70% pubblicisti. E una buona parte di essi percepiscono compensi inferiori ai 5000 euro l'anno.

Una situazione esasperata dalla crisi, durante la quale sono andati persi 5 mila posti di lavoro, per la decisione degli editori di bloccare il turn over. "A questo – spiega Antonella Cardone, del Coordinamento emiliano giornalisti precari e freelance e consigliere nazionale dell'Ordine dei giornalisti – si aggiungono le scuole di giornalismo che producono professionisti in serie mentre cala a picco l'offerta di lavoro stabile. La conseguenza? Che si è disposti anche a lavorare gratis in redazione, soprattutto nelle testate online".

I punti salienti della Carta di Firenze, che l'assemblea discuterà e dovrebbe approvare in via definitiva definitiva sabato, puntano a ridisegnare i rapporti di forza nel settore: compensi più alti e coinvolgimento effettivo nella contrattazione collettiva; percorsi di regolarizzazione e verso contratti stabili a tempo indeterminato; un'allenza tra ordine e sindacato per " il coinvolgimento dell'opinione pubblica e delle istituzioni in una vera e propria campagna per la dignità del lavoro; strumenti di rappresentanza del lavoro autonomo all'interno delle testate; ammortizzatori sociali.

Il programma della due giorni, prevede tra le altre cose, per la mattina del 7 ottobre i racconti a "microfono aperto" di collaboratori e freelance sulla loro esperienza di lavoro e una manifestazione in Piazza Signoria.

In vista dell'incontro dell'Odeon, decine di famiglie fiorentine hanno offerto la loro disponibilità ad ospitare i giornalisti in arrivo. Così come si è offerta di ospitare i precari, venuta a conoscenza dell'iniziativa, la Comunità islamica del capoluogo toscano. La due giorni è dedicata alla memoria di Pierpaolo Faggiano, il giornalista precario che si è tolto la vita pochi mesi fa.