12.22.2011

Le agenzie di rating (o di governo?) ci portano là dove la ripresa non c'è

di Mario Lettieri , già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi , Economista

 

1) Ripresa sconfitta anche nel recente Summit di Bruxelles

 

Ancora una volta i capi di stato e di governo europei, fortemente condizionati dagli accordi privilegiati tra Merkel e Sarkozy, non hanno saputo coniugare l'esigenza del rigore con quella della crescita. 

    Secondo i leader dell'eurozona, prima devono venire i tagli di bilancio, le misure di austerità per abbattere il debito pubblico e i cambiamenti dei trattati, poi si penserà alla ripresa economica!

    Sembra sia ideologicamente impossibile far marciare insieme il treno del rigore e quello della ripresa.

    Eppure tutti sanno, come del resto ha ricordato anche la Banca d'Italia, che nell'intervallo tra il nuovo patto di bilancio e le future misure di rilancio ancora da definire, ci sarà una recessione economica con una riduzione del Pil, soprattutto nei paesi più deboli. Di fatto ciò andrà ad aggravare il tanto temuto rapporto debito/Pil e ad esacerbare le crescenti e giustificate tensioni sociali. Come già sta accadendo in Italia.

    Oltre agli ormai arcinoti dettagli sulla stabilità fiscale e sugli automatismi correttivi dei disavanzi di bilancio, la Dichiarazione di Bruxelles rivela però che per la coppia franco-tedesca non è stato tutto rose e fiori. Infatti se la si legge alla luce della lettera che Merkel e Sarkozy hanno mandato solo pochi giorni prima al presidente del Consiglio Europeo Herman van Ronpuy si deduce che il progetto di imporre il loro asse dominante non è passato.

    Per creare una governance europea rafforzata e per assicurare la disciplina di bilancio, la lettera chiedeva di definire un'architettura istituzionale basata su summit regolari dei capi di stato e di governo due volte all'anno in tempi normali ed una volta al mese durante le crisi, come quella attuale, con un presidente permanente. Proponeva inoltre la creazione di un eurogruppo a livello ministeriale ed una struttura preparatoria per mettere in atto le decisioni dei summit. A questo processo si sarebbero dovuto poi "associare" la Commissione europea e i parlamenti di Strasburgo e nazionali.

    Anche se può sembrare il nuovo auspicato decisionismo dei governi europei, in realtà esso è un tentativo della Germania, sostenuta per convenienza dalla Francia, di impossessarsi delle leve di comando economico dell'Europa.  Se ciò accadesse, a nostro avviso si verrebbe meno ai mandati e ai principi costitutivi dell'Unione europea, con l'esautorazione di fatto della Commissione che evidentemente è ritenuta troppo lenta e troppo influenzabile dai governi.

    La Dichiarazione del 9 dicembre per fortuna ha relegato la richiesta franco-tedesca al punto 10 dove si dice che "sarà rafforzata la governance della zona euro, come concordato in occasione del vertice europeo del 26 ottobre. In particolare si svolgeranno vertici europei almeno due volte l'anno".

    Ancora una volta risulta chiara la volontà della Merkel di voler far perdere del tempo prezioso. Invece di prendere delle decisioni coraggiose come quella degli eurbond, la cancelliera sembra preferire tergiversare intorno alla costruzione di architetture, di condizionamenti e di nuovi accordi che stravolgerebbero l'interno processo di unificazione europea.

    L'altra grande novità del summit è stata la decisione della Gran Bretagna di non firmare l'accordo e di accelerare l'annunciata rottura con l'Ue. Il premier David Cameron ha detto di voler difendere la sovranità e l'indipendenza inglesi. In realtà il motivo vero della rottura ruota intorno al ruolo della City in quanto vero centro mondiale della finanza, dei derivati, degli hedge fund e del "sistema bancario ombra". Londra ha voluto proteggere la City dalla tassa sulle transazioni finanziarie e dalle altre regole che l'Europa finalmente vorrebbe introdurre.

    Il fatto che la City rappresenti oltre il 10% del Pil britannico solleva ulteriori dubbi sulla effettiva solvibilità di Londra. Tale decisione getta luce sul ruolo della finanza nell'attuale crisi sistemica e sulle sue responsabilità negli effetti di contagio.

    Fintanto che gli inglesi restano al servizio della City non potranno che svolgere il compito loro assegnato, cioè il sabotaggio della riforma globale del sistema finanziario.

    L'abbandono di Londra potrebbe trasformarsi in una accelerazione verso la costruzione politica dell'Europa, sempre che ci si liberi della "dottrina Thatcher" che Londra invece vorrebbe lasciarci in eredità.

    Comunque, indipendentemente dalla decisione di Cameron, la situazione in Europa continua ad essere preoccupante e gli speculatori ancora in sella.



2) Agenzie di rating o di governo?

 

C'è un non so che di perverso nel seguire in televisione i difficili andamenti degli incontri dei capi di stato europei sul futuro dell'euro e dell'Unione mentre sullo schermo, a piè di pagina, scorrono le ultimi sortite delle agenzie di rating che ne proclamano gli imminenti fallimenti.

    Nei giorni scorsi le "tre sorelle" hanno "offerto gratuitamente" la loro valutazione al ribasso per l'intera eurozona nel suo insieme.

    Standard and Poor's poco tempo fa ha messo sull'avviso che anche gli ultimi sei paesi europei con la tripla A, tra cui Germania e Francia, potrebbero essere a breve declassati.  Se uno solo di questi Stati perdesse questo rating, anche la funzione del fondo salva stati, l'European Financial Stability Facility (Efsf) perderebbe di credibilità e verrebbe compromessa. Oggi l'Efsf con 440 miliardi di dollari mantiene un ruolo certamente insufficiente ma comunque insostituibile nella difesa contro i rischi di default sovrani.

    E' sempre più evidente il fatto che le agenzie assumono un significato sempre più politico! Con le loro recenti critiche sembrano voler forzare le decisioni dei summit europei a loro favore. Infatti i loro rapporti sono sempre più pieni di raccomandazioni sulle politiche economiche da seguire. Sono quasi sempre meno agenzie di valutazione del merito e del credito di istituti economici e finanziari e sempre più tese a sostituirsi a coloro che sono preposti alle decisioni di governo.

    Dicono di parlare a nome degli investitori, che spesso sono obbligati a seguire le implicazioni del rating a causa di standard imposti per legge, ma non detengono alcuna responsabilità politica. E' una intollerabile anomalia!

    Da giorni, anche se con troppo ritardo, la stampa tedesca e francese ha cominciato a sollevare i veli che coprono le storie delle "tre sorelle". Parlando della S&P's, il principale quotidiano della Germania, il Frankfurt Allgemeine Zeitung, ha ricordato che "essa è un'agenzia degli Stati Uniti che, quando valuta nazioni e società, guarda con lenti americane. In questo lavoro rappresenta gli interessi di Wall Street"!

    Eppure fino alla grande crisi del 2007-8 le agenzie di rating erano di fatto al servizio della grande finanza e sfornavano, dietro lauti pagamenti da parte delle banche e di altri istituti finanziari che le richiedevano, compiacenti pagelle con la tripla A per i peggiori titoli tossici e per prodotti derivati altamente speculativi.

    Ciò è denunciato  con dovizia di documenti e di testimonianze da due importanti commissioni americane, l'indipendente Financial Crisis Inquiry Commision e la Commissione Dodd-Frank del Congresso. Il presidente della Fcic, Phil Angelides, a suo tempo parlò della Moody's come di "una fabbrica delle triple A". Essa nel 2006 ne sfornava 30 al giorno. I Rmbs (titoli garantiti da mutui ipotecari) gratificati avevano un valore totale di 869 miliardi di dollari, ma all'arrivo della crisi l'83% del loro insieme fu drasticamente declassato.

    Ci sono state e vi sono tuttora indagini sui compromessi e sui conflitti di interesse delle tre agenzie. Vi sono molti procedimenti legali aperti con richieste di risarcimento per centinaia di miliardi di dollari da parte di chi, banche comprese, si è trovato con in mano carta straccia.

    Nel frattempo le tre sorelle hanno spostato con successo le loro operazioni mettendo nel mirino i debiti sovrani, soprattutto dell'Europa, ed il sistema dell'euro. Insieme al mondo della grande finanza hanno "pilotato" la più grande e meglio riuscita operazione di "transfer". Non sono più il sistema bancario ed i suoi comportamenti ad essere al centro dell'attenzione pubblica e dei mercati ma gli stati con le loro difficoltà e con i loro debiti.

    La domanda che inquieta è questa. Perché le istituzioni europee e gli investitori sono ancora così dipendenti dalle valutazioni di tre agenzie private? Forse perché i governi dell'Europa hanno per decenni goduto della tripla A e opportunisticamente ignorato quanto nei paesi dell'Asia o dell'America Latina accadeva a seguito dei rating negativi. Alcune economie furono disastrate.

    Purtroppo i riferimenti ai rating dati dalle tre agenzie sono stati incorporati in molti regolamenti, dalle direttive europee per realizzare le linee guida dettate da Basilea II e da Basilea III per i requisiti di capitale delle banche e dalla direttiva Solvency relativamente alle assicurazioni operanti sul territorio europeo.

    Anche la Bce fa riferimento alle triple A delle "tre sorelle" per molte operazioni di garanzia e di credito. Il mondo politico europeo irresponsabilmente ha dato alle agenzie di rating quasi un potere di legge. Le loro valutazioni hanno un effetto reale, quasi automatico, su molte decisioni e valutazioni economiche.

    Dall'inizio del 2011 l'Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, ha introdotto qualche forma di regolamentazione delle attività delle agenzie. Ha persino minacciato di ritirare loro la licenza europea se non obbediscono ai regolamenti di Bruxelles. Tutto vano, fino a che le triple A delle tre sorelle continueranno a dettare legge nelle istituzioni europee!

    Sarebbe almeno opportuno prendere atto della decisione di un giudice federale dello stato americano del New Mexico che ha rifiutato la richiesta delle agenzie di rating di avere "la protezione del Primo Emendamento della Costituzione sul diritto alla libertà di parola anche per le valutazioni e opinioni comprovate come false".

    Riteniamo che sarebbe corretto da parte dei nostri mass media se, ogni qualvolta riportano un annuncio delle agenzie di rating sui titoli sovrani europei ed italiani, ricordassero ai lettori o agli ascoltatori che esse sono società private la cui reputazione non è affatto limpida.

12.06.2011

EU vittima di un big game?

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Ci chiediamo se l'euro sia bersaglio "solo" dei mercati o non ci siano anche rischi di rottura dell'Ue provocati da giochi geopolitici esterni. Una cosa è certa: se la leadership di oggi non avrà la determinazione e la lungimiranza degli ideatori dell'Europa, l'Unione rischia di arrivare anzitempo al capolinea.

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di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

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La crisi dell'euro e dei debiti sovrani è soltanto l'effetto delle reazioni dei mercati al rischio di insolvenza oppure l'Europa sta per diventare vittima anche di pericolosi giochi geopolitici?

Urge una risposta adeguata perché il tempo sta per scadere. Se non si capisce o non si vuole capire quello che sta veramente accadendo allora l'Unione europea ed il sistema dell'euro rischiano di finire per sempre.

Ai cantori della supremazia e dell'esclusività dei mercati vogliamo ricordare che se la crisi finanziaria del 2008 fosse stata lasciata soltanto in balia delle dinamiche interne ai mercati, avremmo avuto un'implosione globale con il crollo a catena dell'intero sistema bancario internazionale. La verità è che sono stati gli interventi degli Stati sovrani, in quanto attori esterni ai mercati, che, indebitandosi in media di oltre il 20% del loro Pil, hanno in parte momentaneamente stabilizzato la situazione.

Nei confronti dell'Europa oggi abbiamo un mix esplosivo di problemi oggettivi dovuti alla mancanza di crescita e all'insostenibilità dei bilanci, che devono essere urgentemente corretti, e di operazioni "mirate" al suo fallimento. Per affrontare i primi c'è bisogno di tempo che taluni poteri interessati spingono per ridurlo drasticamente.

Il New York Times ha appena annunciato che le banche americane si stanno preparando al crollo dell'euro. Si stanno ritirando dall'Europa per paura del contagio che sarebbe prodotto da una crisi che loro stesse hanno scatenato! Secondo le stime della JP Morgan, è dall'inizio dell'anno che le banche e i fondi americani hanno deciso di disinvestire dalle banche europee ritirando oltre 700 miliardi di euro aggravando così la loro crisi di liquidità.

Ovviamente ciò ha avuto un effetto traino anche tra i paesi emergenti che hanno ridotto la quota in euro delle loro nuove riserve dal 29% del 2008 al 17% attuale.

Sono e sono stati disinvestimenti anche dai titoli di Stato europei. Di conseguenza si è aggravato il problema di solvibilità oltre che di liquidità.

E' facile quindi per le agenzie di rating giustificare le loro rettifiche al ribasso per le banche europee e per i titoli di Stato buttando benzina sul fuoco. La Fitch oggi declassa 8 banche italiane. La Standard and Poor's "si sbaglia" e abbatte il rating della Francia e delle sue banche. Poi le banche dell'Austria entrano nel mirino destabilizzando anche i paesi dell'Europa centrale e dell'Est. La Moody's rilancia sul rischio di default multipli in Europa. E, com'era prevedibile, le banche tedesche inevitabilmente sono il prossimo bersaglio.

Intanto, bisognerebbe riconoscere che si tratta di crisi sistemica globale e non di un terremoto con un epicentro europeo.

Infatti, un dettagliato documento pubblicato a settembre dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea mette a confronto il totale nel 2010 della somma dei debiti pubblici, di quelli del business privato e di quelli delle famiglie di tutti i paesi dell'Ocse. Il Giappone risulta il più esposto con un livello pari al 456% del Pil. Seguono l'UK con 322%, la Francia con 321%, l'Italia con 310%, gli Usa con 268%, la Germania con 241%. Siamo tutti sulla stessa barca e in media gli Usa stanno peggio della zona euro.

Per evidenziare però la realtà della situazione Usa non bastano le percentuali. Occorre considerare che quasi il 60% di tutti i derivati Otc sono gestiti dalle banche americane!

Si ricordi inoltre che la verità sui conti pubblici truccati dalla Grecia evidenziò che il governo ellenico aveva operato con grandi banche di investimento come la Goldman Sachs per trasformare alcuni debiti in sofisticati derivati Otc. Ed è noto che gli Otc finiscono fuori bilancio!

Per l'Europa però il problema sta nella sua incapacità di dare una risposta politica ai gravi processi degenerativi in atto. Gli stessi banchieri europei, soprattutto tedeschi, riuniti a Francoforte per il Congresso Bancario Europeo, hanno posto il "grande cambiamento", cioè del passaggio da un sistema unipolare, leggi "sistema del dollaro", ad uno multi-polare con la partecipazione più forte dell'Europa e delle nuove potenze economiche.

In definitiva è emersa con forza la questione della leadership politica come la chiave di volta del futuro dell'Unione. Ed è davvero singolare che i leader europei non accelerino il processo di unità politica.

Anzi e purtroppo, proprio adesso le elite inglesi stanno cercando di dare una spallata decisiva alla costruzione dell'architettura politica ed economica di un'Europa federale. In un recente convegno organizzato a Parigi da tre importanti fondazioni europee impegnate nei programmi di un'economia sociale di mercato, il professor Charles Grant, il presidente britannico del Centre of Economic Researches, ha avvertito gli sbalorditi convenuti di "esser pronti all'uscita della Gran Bretagna dall'Ue entro i prossimi dieci anni".

Perciò, il tempo stringe. Molto dipende dalla volontà e dalla capacità di decisione dei tedeschi. A Berlino sottovalutano i tempi. Certi cambiamenti richiesti ai partner non possono essere fatti con la celerità che l'urgenza impone. Ciò però non giustifica la dilazione relativa a decisioni importanti quali gli eurobond.

Una cosa è certa: se la leadership di oggi non avrà la stessa determinazione e lungimiranza di Monet, Schumann, Adenauer, De Gasperi e degli altri ideatori dell'Europa, l'Ue rischia davvero di arrivare troppo presto al capolinea.