2.23.2015

Washington – I documenti USA sui finanziatori dell’11 Settembre

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Il 7 gennaio, mentre a Parigi i giornalisti di Charlie Hebdo venivano massacrati dai terroristi islamici, a Washington si teneva un'importante conferenza stampa sulla necessità di rendere pubbliche le 28 pagine della Relazione d'Inchiesta del Congresso americano del 2002 che rivelerebbero i finanziamenti dell'Arabia Saudita ai terroristi dell'11 Settembre. Queste pagine furono secretate dal presidente George Bush. Purtroppo lo sono ancora.

    La citata conferenza stampa è stata tenuta dall'ex senatore democratico Bob Graham insieme a due deputati, il repubblicano Walter Jones e il democratico Stephen Lynch, e alla co-presidente dell'Associazione delle Famiglie e dei Sopravvissuti dell'11/9, la signora Terry Strada.

    Secondo noi si tratta di un evento politico di grandissima rilevanza che può contribuire a rendere più efficace la lotta al terrorismo e al fondamentalismo. Purtroppo la grande stampa europea ed internazionale lo ha ignorato. E' davvero singolare se si considera che si dice a gran voce di voler colpire alla radice i sostenitori ed i finanziatori del terrorismo.

    Bob Graham, che è stato anche governatore della Florida e membro del Senato Federale per tre mandati, nel 2001-2 era presidente della Commissione d'Intelligence del Senato.

    Dopo l'attentato alle Torri Gemelle fu copresidente della Commissione d'Indagine conoscitiva attivata dalle Commissioni di Intelligence del Senato e della Camera.

    Nel dicembre del 2002 venne redatto un rapporto di oltre 800 pagine. Quando però sei mesi dopo tale documento fu declassificato, si scoprì che 28 pagine mancavano. Proprio quelle che spiegavano il ruolo dell'Arabia Saudita nel finanziamento dei terroristi e dell'attentato dell'11/9.  

    Va sottolineato che allora una maggioranza bipartisan di senatori e deputati, tra cui anche Joe Biden, attuale vice presidente, John Kerry, oggi Segretario di Stato e Hillary Clinton, si appellarono a Bush affinché le rendesse pubbliche, in quanto non pregiudizievoli per la sicurezza nazionale. Non vi riuscirono.

    Perciò in questi anni il senatore Graham non ha mai smesso di chiederne la pubblicazione. Egli ne conosce bene il contenuto avendolo redatto e sottoscritto. Più volte ha portato alla luce dettagli importanti del coinvolgimento saudita nell'11/9. Ma, fintanto che il Presidente americano non le rende pubbliche per decreto, egli è tenuto al segreto sul contenuto delle 28 pagine.

    Sic stantibus rebus, reputiamo che il contributo migliore alla verità sia citare parti dell'intervento svolto a Washington dal senatore Graham. "I Sauditi, ha detto,  sanno quello che hanno fatto. Non sono persone che non conoscono le conseguenze delle azioni del loro governo. I Sauditi sanno che noi sappiamo quello che hanno fatto. Persone del Governo americano hanno letto le 28 pagine e hanno letto anche tutti gli altri documenti che sono stati fino ad oggi secretati. E i Sauditi lo sanno."

     "Quale potrebbe essere la reazione dei Sauditi che osservano come gli USA abbiano assunto una posizione di passività o di vera ostilità a che questi fatti siano resi pubblici? ", ha chiesto il senatore.

     "Bene,  ha aggiunto Graham, per prima cosa essi hanno continuato e forse accresciuto il loro sostegno allo wahabismo, una delle forme più estremiste dell'Islam, a livello mondale ed in particolare nel Medio Oriente. In secondo luogo hanno sostenuto il fervore religioso delle organizzazioni che portavano avanti queste forme estreme di Islam con appoggi finanziari e di altro tipo. Queste comprendono moschee, madras e strutture militari. Al Qaeda era una creatura dell'Arabia Saudita e gruppi regionali come quello di Shabaab, (la cellula somala di Al Qaeda) sono stati in gran parte creature dell'Arabia Saudita; e adesso l'ISIS è l'ultima creatura… l'ISIS è una conseguenza non una causa, è una conseguenza dell'espandersi dell'estremismo in gran parte sostenuto dall'Arabia Saudita:." Il senatore americano ha poi detto: "La conseguenza della nostra passività nei confronti dell'Arabia Saudita ha fatto anche tollerare una moltiplicazione di organizzazioni violente, estreme e fortemente dannose per la regione mediorientale e una minaccia a tutto il mondo, come abbiamo visto questa mattina a Parigi."

    Trattasi di accuse molto gravi che, data l'autorevolezza della fonte, richiedono il massimo di chiarezza.

    Alla conferenza i deputati Jones e Lynch hanno annunciato di aver presentato alla Camera una risoluzione, la H Res. 14, per richiedere al Presidente Obama di togliere il segreto alle suddette 28 pagine.

    Sia il testo della legge che il video della conferenza stampa sono disponibili sui siti dei due parlamentari, www.jones.gov e www.lynch.gov .

    La signora Terry Strada, da parte sua, ha ribadito che "tutti sanno che Al Qaeda e Osama bin Laden ci hanno attaccato l'11/9, ma questa è solo metà della verità. Crediamo che l'altra metà stia nelle 28 pagine redatte dalla Commissione d'Inchiesta". "Dobbiamo declassificarle e denunciare i finanziatori dell'attacco terroristico e intraprendere azioni contro di loro", perché, ha aggiunto, "le famiglie delle vittime e dei sopravvissuti dell'11/9 hanno il diritto di conoscere la verità".

    A questo punto sarebbe opportuno che non solo i singoli Stati ma anche l'Unione europea sollecitassero l'Amministrazione Obama per ottenere il massimo di trasparenza su una vicenda tanto dolorosa quanto inquietante.

 

 

 

 

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Immigrazione: Un errore collegare sbarchi e terrorismo

 

Non va confuso, a giudizio del segretario del Silp, il tema dell'immigrazione – spesso fatta di richiedenti asilo – con il fenomeno terroristico, che è più da temersi sul fronte interno, alla luce degli episodi francesi e danesi.

 

Non va confuso, a giudizio del segretario del Silp, il tema dell'immigrazione – spesso fatta di richiedenti asilo – con il fenomeno terroristico, che è più da temersi sul fronte interno, alla luce degli episodi francesi e danesi

    "Mettere in correlazione gli sbarchi di questi giorni con la minaccia terroristica sarebbe, oltre che un errore, anche un modo per non risolvere un problema delicato e sempre più attuale che non può più riguardare solamente il nostro paese". Ne è convinto Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil, secondo il quale non vi è, allo stato, "alcun elemento che ci possa consentire di sostenere che i terroristi si servano dei barconi per raggiungere il nostro paese".

    Ciononostante, prosegue Tissone, potrebbero sempre determinarsi, in futuro, situazioni nuove, "anche se non si comprende perché potenziali terroristi rischierebbero la propria vita utilizzando tali mezzi, che, come si è visto, hanno condotto alla morte centinaia di persone".

    Non va pertanto confuso, a giudizio del segretario del Silp, il tema dell'immigrazione – spesso fatta di richiedenti asilo – con il fenomeno terroristico, che è più da temersi sul fronte interno, alla luce degli episodi francesi e danesi che hanno visto protagonisti cittadini europei. "Esiste semmai – conclude Tissone – un rischio da emulazione, mentre sul versante degli sbarchi necessita un piano urgente, con un efficace corridoio umanitario che veda la partecipazione di più soggetti e che non può venire gestito unicamente dal nostro paese".

 

 

2.13.2015

Una conferenza europea sul debito

Dopo le elezioni politiche, da Atene è partita la proposta di una "conferenza europea sul debito". Ciò sta determinando un ampio dibattito in tutto il vecchio continente.  La Bce di Draghi e la Commissione europea non possono ignorarla. I fautori del rigore fiscale e dell'austerità senza crescita e senza sviluppo dovranno rivedere il loro approccio.
 
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
Paolo RaimondiEconomista
 
L'Unione Europea e l'eurogruppo sono di fronte a decisioni che sollecitano profondi cambiamenti di metodo e di politica economica.
    La Grecia ha un debito pubblico di 310 miliardi di euro pari a circa il 175% del suo pil. Prima del 2007 era dell'89%. Nella zona euro era del 66% prima della crisi finanziaria globale, oggi si aggira intorno al 93%.
    Negli anni passati per salvarsi dalla bancarotta Atene ha chiesto e ricevuto dalla Ue e dal Fondo Monetario Internazionale due bailoutper 240 miliardi di euro. In cambio ha dovuto sottoporsi ad una "terapia shock" fatta di tagli dei budget statali, di drastiche riduzioni delle spese pubbliche e di aumenti delle tasse richiesti e imposti dalla Troika. 
    Di conseguenza oggi l'economia greca è in ginocchio. Dopo 6 anni di compressione economica, gli investimenti sono stati ridotti del 63,5%, la sua produzione industriale è scesa di un terzo, il pil si è ridotto del 26%. La disoccupazione è salita a oltre il 25% della forza lavoro e quella giovanile al 62%.
    D'altra parte è noto che dei 240 miliardi di "aiuti" (l'Italia vi ha contribuito con 41 miliardi di euro)  solo il 10% è andato a sostegno della spesa pubblica o del reddito dei cittadini greci. Il resto di fatto è stato una partita di giro. Sono stati acquistati titoli di stato greco detenuti dalle grandi banche private europee ed internazionali che premevano per disfarsene, minacciando quindi di accelerare il processo di bancarotta dello Stato. E una parte è andata a pagare gli interessi sul debito pubblico cresciuti a dismisura.
    In una simile situazione la cosiddetta ripresa economica non ci può essere, è uccisa ancora prima di iniziare. Riteniamo che sia una scelta suicida sia per  Atene che per Bruxelles.
    Perciò la richiesta della ristrutturazione del debito greco all'interno di una specifica conferenza europea sul debito è l'unica mossa razionale possibile che va ben al di là del colore politico del  governo pro tempore. Infatti la Spagna, l'Irlanda e il Portogallo mostrano un grande interesse per tale proposta. Pensiamo che lo debba fare anche il nostro Paese.
    Anche importanti analisti economici di differenti scuole di pensiero economico, e persino il Financial Times, giudicano la politica europea nei confronti della Grecia completamente fallimentare. Osservano che se fossero concessi nuovi aiuti finanziari, indispensabili per tenere in vita lo Stato e il debito della Grecia, e fossero usati come nel passato, l'economia e la società comunque sprofonderebbero nella palude della depressione.
    La Bce sta già acquistando titoli di stato dei Paesi europei nella prospettiva di creare maggiore liquidità per nuovi investimenti nell'economia reale. La stessa banca inoltre potrebbe acquistare suisecondary bond market, i cosiddetti mercati obbligazionari secondari,  titoli di stato, detenuti dai privati, della Grecia e non solo.  Naturalmente ciò comporterebbe una rivoluzione copernicana sia nella Bce che nell'Ue in quanto si potrebbe unilateralmente rinviare indefinitamente le scadenze di tali titoli mantenendo tassi di interesse irrisori.
    In sintesi Atene chiede un trattamento non dissimile a quello concesso alla Germania dopo la Seconda Guerra mondiale.  Lo si decise alla Conferenza di Londra del 1953 che fu guidata dagli Stati Uniti e coinvolse 20 nazioni, tra cui la Grecia. Alla Germania fu concessa la cancellazione del 50% del debito accumulato dopo le due guerre mondiali e l'estensione per almeno 30 anni del periodo di ripagamento del restante.
    Inoltre dal 1953 al 1958 la Germania avrebbe pagato soltanto gli interessi sul debito. Fu concordato in particolare che tali pagamenti non superassero il 5% del surplus commerciale della Germania.
    Tale accordo permise all'economia tedesca di ripartire. Il Piano Marshall di sostegni economici fu poi determinate per lo sviluppo dell'economia. Molti Paesi creditori furono interessati a sostenere l'export della Germania permettendole così di pagare i debiti e gli interessi. Naturalmente l'allora geopolitica, che assegnava alla Germania il ruolo di baluardo nei confronti dell'Unione Sovietica, fu decisiva.
    E' importante sottolineare che l'Accordo del 1953 affermava di voler "rimuovere gli ostacoli alle normali relazioni economiche delle Germania Federale con gli altri Paesi e quindi di dare un contributo allo sviluppo di una prosperosa comunità di nazioni". Un concetto che meriterebbe di essere proposto anche oggi per l'intera Europa.

2.09.2015

Garanzie miliardarie per i derivati di Stato

Purtroppo i derivati vengono sempre presentati come se fossero dei toccasana, un guadagno sicuro, per i sottoscrittori e per le banche. Non è stato e non è così.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Le polemiche roventi causate dal decreto legge in materia di fisco adottato lo scorso 24 dicembre dal governo hanno indotto Renzi a rinviare il testo al Consiglio dei Ministri del 20 febbraio per trasmetterlo poi alle competenti commissioni parlamentari. Purtroppo le polemiche sul famoso 3% di franchigia dalle sanzioni penali delle evasioni fiscali, rischiano di coprire altri aspetti e provvedimenti della legge di Stabilità che, ignorati dalla grande stampa, potrebbero passare nella più totale indifferenza. In essa «il Tesoro è autorizzato a stipulare accordi di garanzia bilaterale in relazione alle operazioni in strumenti derivati» fatte con le banche.

    Il governo giustifica tale decisione affermando che trattasi di una facoltà, non di un obbligo. Ma, come è già avvenuto in Irlanda e in Portogallo, lo Stato italiano potrebbe essere chiamato ad accantonare e bloccare somme molto consistenti a garanzia dei suoi derivati su cui le banche potrebbero valersi in caso di rischio default. Si tratta di un vero favore alle banche perché si modifica, sostanzialmente, il contratto a suo tempo sottoscritto. Ciò non avviene per nessun altro accordo bancario.

    Secondo le stime ufficiali del governo, gli strumenti derivati per la gestione del debito pubblico emesso dalla Repubblica Italiana ammontano a circa 161 mld di euro di valore nozionale. In gran parte, sono swap su tassi di interesse accesi per garantirsi contro possibili loro variazioni. Tale cifra non comprende i derivati degli enti locali.

    Secondo l'ultimo bollettino della Banca d'Italia del 6 novembre 2014 il loro valore di mercato, aggiornato al secondo trimestre 2014, è negativo per 34,428 mld . In altre parole, se detti derivati dovessero essere liquidati oggi, lo Stato italiano dovrebbe sborsare oltre 34 mld di euro! Si ricordi che nel 2013 le operazioni in derivati hanno già generato un esborso netto superiore a 3 mld. Nel 2012, invece, la ristrutturazione di un singolo derivato fatto con l'americana Morgan Stanley è costata all'erario ben 2 mld e mezzo di dollari.

    Naturalmente i cantori della «bellezza dei derivati» ci dicono che però tutto è momentaneo e dipende dall'attuale andamento dei tassi di interesse che sono scesi vicino alla zero. Domani potrebbe andare diversamente. Potrebbero ritornare a salire anche se, dicono sedicenti esperti e approssimativi governanti, ciò non è auspicabile in quanto sarebbe deleterio per la creazione del credito e per la stessa ripresa economica.

    È davvero stupefacente constatare che nelle leggi finanziarie Usa e di tutti i paesi Ue, Italia compresa, non vi sia stata una puntuale riflessione sulla pericolosità dei derivati. Eppure la bancarotta del sistema bancario del 2007-08 e le crisi di molti paesi sono state causate proprio dai derivati finanziari altamente speculativi.

    È evidente che il debito pubblico non si può risolvere con trucchi contabili e con giochi finanziari. Lo si riduce soltanto attraverso la crescita economica e il taglio drastico delle spese correnti, spesso inutili. L'esposizione creditizia delle Stato non è, di per sé, negativa purché sia finalizzata allo sviluppo e alla creazione di ricchezza reale e di occupazione.

    Non vi è quindi una finanza magica né vi sono derivati che possano rendere comunque roseo il futuro. Purtroppo i derivati vengono sempre presentati come se fossero dei toccasana, un guadagno sicuro, per i sottoscrittori e per le banche. Non è stato e non è così. A rimetterci sono quasi sempre gli stati e gli enti pubblici. Se a perdere sono le banche, allora gli stati intervengono con operazioni di salvataggio a spese di tutti i contribuenti.

 

Firmato l’accordo fiscale con la Svizzera

di Laura Garavini, deputata del PD eletta nella Circoscrizione Estero Europa

fa parte delle Commissioni Esteri, Antimafia e della Giunta per le autorizzazioni

 

Questo accordo antievasione tra Italia e Svizzera lo aspettavamo da anni. E non poteva arrivare in un periodo migliore perchè con la crisi che c`è, la prospettiva che chi ha sottratto milioni di euro al fisco italiano, venga messo nelle condizioni di restituirli, è di vitale importanza. Chi non ha pagato le tasse e ha spostato i suoi capitali in Svizzera adesso verrà allettato a riportarli in Italia, a patto di pagare allo Stato le tasse dovute. Si prevede uno scambio di dati, da subito ed anche per il futuro: la Svizzera condividerà automaticamente con l'Italia tutte le informazioni di rilevanza fiscale (si calcola che in Svizzera ci siano più di 100 miliardi di euro intestati a nostri concittadini) e, in cambio, l'Italia rimuoverà la Svizzera  dalla "black list" dei Paesi che non collaborano in materia fiscale. Inoltre, ora che il franco svizzero si è molto rafforzato rispetto al valore dell'euro, gli italiani saranno ulteriormente incentivati a far tornare a casa i loro soldi. Insomma, un buon risultato su un tema di estrema importanza e delicatezza. Peccato che non si sia riusciti ad affrontare in contemporanea anche la vicenda dei frontalieri. Ma di certo la questione continua ad essere all´ordine del giorno del Ministero delle Finanze.

 

Imminente l’audizione del Senato con i truffati del Caso Inca-Giacchetta

ITALIANI NEL MONDO

  

Nei prossimi giorni il CQIE presieduto dal senatore Micheloni ha

in calendario audizione del Comitato difesa famiglia di Zurigo.

 

Il Comitato per le Questioni degli Italiani all'Estero del Senato presieduto da Claudio Micheloni (Pd) ha deciso di sentire il Comitato difesa famiglie di Zurigo.

    Lo ha dichiarato il senatore Micheloni, eletto in Europa, dopo avere ricevuto una lettera dal Presidente del Comitato difesa famiglie di Zurigo, Marco Tommasini, su una grave truffa milionaria perpetrata a danno di lavoratori pensionati da parte di un dirigente dell'INCA-CGIL in Svizzera, Antonio Giacchetta.

    La lettera del Comitato difesa famiglie di Zurigo, ha spiegato il presidente Micheloni, contiene anche la "richiesta di un impegno del CQIE di assicurare un sistema di controllo delle associazioni di patronato, così da evitare che si ripetano simili truffe" e di provvedere affinché si proceda al risarcimento dei truffati del patronato INCA-CGIL.

 

Garanzie miliardarie per i derivati di Stato


Purtroppo i derivati vengono sempre presentati come se fossero dei toccasana, un guadagno sicuro, per i sottoscrittori e per le banche. Non è stato e non è così.
 
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
Paolo RaimondiEconomista
 
Le polemiche roventi causate dal decreto legge in materia di fisco adottato lo scorso 24 dicembre dal governo hanno indotto Renzi a rinviare il testo al Consiglio dei Ministri del 20 febbraio per trasmetterlo poi alle competenti commissioni parlamentari. Purtroppo le polemiche sul famoso 3% di franchigia dalle sanzioni penali delle evasioni fiscali, rischiano di coprire altri aspetti e provvedimenti della legge di Stabilità che, ignorati dalla grande stampa, potrebbero passare nella più totale indifferenza. In essa «il Tesoro è autorizzato a stipulare accordi di garanzia bilaterale in relazione alle operazioni in strumenti derivati» fatte con le banche.
    Il governo giustifica tale decisione affermando che trattasi di una facoltà, non di un obbligo. Ma, come è già avvenuto in Irlanda e in Portogallo, lo Stato italiano potrebbe essere chiamato ad accantonare e bloccare somme molto consistenti a garanzia dei suoi derivati su cui le banche potrebbero valersi in caso di rischio default. Si tratta di un vero favore alle banche perché si modifica, sostanzialmente, il contratto a suo tempo sottoscritto. Ciò non avviene per nessun altro accordo bancario.
    Secondo le stime ufficiali del governo, gli strumenti derivati per la gestione del debito pubblico emesso dalla Repubblica Italiana ammontano a circa 161 mld di euro di valore nozionale. In gran parte, sono swap su tassi di interesse accesi per garantirsi contro possibili loro variazioni. Tale cifra non comprende i derivati degli enti locali.
    Secondo l'ultimo bollettino della Banca d'Italia del 6 novembre 2014 il loro valore di mercato, aggiornato al secondo trimestre 2014, è negativo per 34,428 mld . In altre parole, se detti derivati dovessero essere liquidati oggi, lo Stato italiano dovrebbe sborsare oltre 34 mld di euro! Si ricordi che nel 2013 le operazioni in derivati hanno già generato un esborso netto superiore a 3 mld. Nel 2012, invece, la ristrutturazione di un singolo derivato fatto con l'americana Morgan Stanley è costata all'erario ben 2 mld e mezzo di dollari.
    Naturalmente i cantori della «bellezza dei derivati» ci dicono che però tutto è momentaneo e dipende dall'attuale andamento dei tassi di interesse che sono scesi vicino alla zero. Domani potrebbe andare diversamente. Potrebbero ritornare a salire anche se, dicono sedicenti esperti e approssimativi governanti, ciò non è auspicabile in quanto sarebbe deleterio per la creazione del credito e per la stessa ripresa economica.
    È davvero stupefacente constatare che nelle leggi finanziarie Usa e di tutti i paesi Ue, Italia compresa, non vi sia stata una puntuale riflessione sulla pericolosità dei derivati. Eppure la bancarotta del sistema bancario del 2007-08 e le crisi di molti paesi sono state causate proprio dai derivati finanziari altamente speculativi.
    È evidente che il debito pubblico non si può risolvere con trucchi contabili e con giochi finanziari. Lo si riduce soltanto attraverso la crescita economica e il taglio drastico delle spese correnti, spesso inutili. L'esposizione creditizia delle Stato non è, di per sé, negativa purché sia finalizzata allo sviluppo e alla creazione di ricchezza reale e di occupazione.
    Non vi è quindi una finanza magica né vi sono derivati che possano rendere comunque roseo il futuro. Purtroppo i derivati vengono sempre presentati come se fossero dei toccasana, un guadagno sicuro, per i sottoscrittori e per le banche. Non è stato e non è così. A rimetterci sono quasi sempre gli stati e gli enti pubblici. Se a perdere sono le banche, allora gli stati intervengono con operazioni di salvataggio a spese di tutti i contribuenti.

Firmato l’accordo fiscale con la Svizzera

di Laura Garavinideputata del PD eletta nella Circoscrizione Estero Europa
fa parte delle Commissioni Esteri, Antimafia e della Giunta per le autorizzazioni
 
Questo accordo antievasione tra Italia e Svizzera lo aspettavamo da anni. E non poteva arrivare in un periodo migliore perchè con la crisi che c`è, la prospettiva che chi ha sottratto milioni di euro al fisco italiano, venga messo nelle condizioni di restituirli, è di vitale importanza. Chi non ha pagato le tasse e ha spostato i suoi capitali in Svizzera adesso verrà allettato a riportarli in Italia, a patto di pagare allo Stato le tasse dovute. Si prevede uno scambio di dati, da subito ed anche per il futuro: la Svizzera condividerà automaticamente con l'Italia tutte le informazioni di rilevanza fiscale (si calcola che in Svizzera ci siano più di 100 miliardi di euro intestati a nostri concittadini) e, in cambio, l'Italia rimuoverà la Svizzera  dalla "black list" dei Paesi che non collaborano in materia fiscale. Inoltre, ora che il franco svizzero si è molto rafforzato rispetto al valore dell'euro, gli italiani saranno ulteriormente incentivati a far tornare a casa i loro soldi. Insomma, un buon risultato su un tema di estrema importanza e delicatezza. Peccato che non si sia riusciti ad affrontare in contemporanea anche la vicenda dei frontalieri. Ma di certo la questione continua ad essere all´ordine del giorno del Ministero delle Finanze.

2.03.2015

Audizione parlamentare per i truffati del caso Inca-Giacchetta

Italiani nel mondo

  

Il 19 dicembre scorso il Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero del Senato presieduto da Claudio Micheloni (Pd) ha fatto il punto sull’indagine conoscitiva sui patronati all’estero e deciso di sentire il Comitato difesa famiglie di Zurigo.

    Il Comitato provvederà a “sollecitare” il Ministero del Lavoro per l'invio dei dati e dei documenti utili all'indagine, richiesti già da ottobre, così da “poter avviare un'analisi più approfondita delle problematiche” oggetto dell'indagine.

    Il senatore eletto in Europa ha informato i colleghi di aver ricevuto una lettera dal Presidente del Comitato difesa famiglie di Zurigo, Marco Tommasini, su una truffa perpetrata a danno di alcuni pensionati da parte di un funzionario della locale INCA-CGIL. La lettera, ha spiegato Micheloni, contiene anche la “richiesta di un impegno del CQIE di assicurare un sistema di controllo delle associazioni di patronato, così da evitare che si ripetano simili truffe” e di provvedere affinché si proceda al risarcimento dei truffati del patronato INCA-CGIL.

    Il Presidente Micheloni ha proposto al Comitato di “audire il Comitato difesa famiglia di Zurigo” e ha annunciato di voler chiedere l'autorizzazione al Presidente del Senato per due missioni: la prima nei paesi europei dove si registrano il maggior numero di attività dei patronati all'estero, cioè Belgio, Germania e Svizzera, la seconda in due paesi dell'America latina: Argentina e Brasile. (aise/Adl)

          

Il dollaro e la volatilità

 Il 2015 potrebbe segnare l’inizio di profondi rivolgimenti monetari con effetti economici planetari. I segnali in tale direzione non sono pochi. Soprattutto nelle economie emergenti, dove si sono verificate pesanti svalutazioni con flussi repentini di capitali in entrata e poi in uscita. Fin qui l’effetto della grande liquidità creata dalla Federal Reserve. Ma adesso nel ciclone potrebbero entrarci direttamente il dollaro e l’euro...

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Anche gli economisti della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea hanno cercato di dare una spiegazione al fatto che, mentre l’economia americana rappresenta meno di un quarto del Pil mondiale, le riserve mondiali in dollari sono ancora più del 60% del totale. Questo livello si è mantenuto negli anni, nonostante che dal 1978 la quota del Pil americano sul totale mondiale si sia ridotta del 6% e nonostante che il dollaro sia diminuito in media del 24% rispetto alle maggiori valute.

    Ciò, secondo gli analisti della Bri, dipenderebbe dalla dimensione non dell’economia statunitense bensì della “zona del dollaro”.

    Quest’area rappresenterebbe ancora oltre la metà dell’economia mondiale. In essa rientra, ad esempio, tutta quella parte di economia e di commercio dei vari Paesi del mondo che viene contrattata in dollari. Per cui componenti significative delle riserve di molti Paesi sono tenute in dollari in quanto gli interventi nei mercati dei cambi vengono gestiti in dollari, cioè nella divisa con la quale si negozia maggiormente la moneta nazionale.

    Confrontando l'attuale situazione anche con le tendenze storiche riguardanti il ruolo di moneta di riserva della sterlina tra le due passate guerre mondiali, la Bri conclude che le quote delle varie valute nei panieri delle riserve monetarie potrebbero in futuro modificarsi molto rapidamente.

    Una delle principali ragioni di tale cambiamento potrebbe essere la decisione della Cina di negoziare una parte crescente del suo commercio in renminbi o in monete di altre nazioni. Se il renminbi evidenziasse un movimento sostanzialmente indipendente rispetto alle principali valute e se le monete dei Paesi vicini e dei partner commerciali della Cina condividessero un tale movimento, si potrebbe determinare una “zona del remninbi” simile a quella del dollaro. In tal caso, i gestori delle riserve ufficiali potrebbero scegliere di detenere una quota considerevole di renminbi, forse non troppo diversa dal peso delle rispettive monete all’interno della citata zona.

    Dopo le sanzioni, anche la Russia sta pensando di rendersi, per quanto possibile, sempre meno dipendente dal dollaro e dalle riserve in dollari. Prima dell'inizio della crisi ucraina ne deteneva circa 90 miliardi. Il comportamento dell’Europa purtroppo non aiuta, per il momento, all’individuazione dell’euro come principale moneta di riserva alternativa da parte della Banca Centrale russa.

    Anche la recente decisione della Banca Nazionale Svizzera di sganciarsi dal cambio fisso con l’euro e di lasciare fluttuare liberamente il franco sta creando dei terremoti all’interno del sistema monetario internazionale. In poche ore il franco si è rivalutato di circa il 20% nei confronti dell’euro e del 17% rispetto al dollaro.

    La decisione della Bns è avvenuta il 15 gennaio scorso, esattamente il giorno dopo il parere espresso da un rappresentante del consiglio degli avvocati della Corte di Giustizia dell’Ue secondo cui le cosiddette operazioni monetarie sui titoli (omt) annunciate da Draghi nel 2012 non violerebbero le leggi europee. In altre parole ci si aspetta che il quantitative easing della Bce dovrebbe essere sbloccato. Ciò comporterà l’acquisto da parte della Bce di titoli europei e l’allargamento dei suo bilancio. Di conseguenza una maggiore circolazione di euro avrebbe portato ad una fortissima pressione per una rivalutazione del franco rispetto alla moneta europea.

    Come è noto, dopo la decisione svizzera del 6 novembre 2011 di fissare il cambio a 1,20 franchi per 1 euro, la Bns ha dovuto costantemente comprare euro nel tentativo di mantenerne tale livello senza rivalutare. Così nel tempo ha accumulato 220-240 miliardi di euro di riserve. Con il QE di Draghi la Bns avrebbe dovuto accrescere e di molto gli acquisti di euro. Ha invece deciso di gettare la spugna prima anche se ciò ha fatto perdere decine e decine di miliardi sul valore delle sue riserve in euro e anche in dollari. A seguito della rivalutazione della sua moneta la Svizzera teme anche di perdere una grossa fetta delle sue esportazioni con effetti recessivi sulla sua economia. Adesso altre monete, a cominciare dalla corona danese, sono sotto simili enormi pressioni.

    A questo punto le continue sortite della stampa ufficiale tedesca, anche se smentite in verità in modo poco convincente, secondo cui Berlino avrebbe cambiato opinione circa la volontà di tenere la Grecia nell’euro, non giovano alla stabilità della moneta europea e di quella dell’intero sistema monetario internazionale.

    Tenuto conto della crescente e preoccupante instabilità geopolitica, la volatilità monetaria rischierebbe di portare il mondo verso una crisi inimmaginabile, di sicuro molto rischiosa per l’economia e per gli equilibri politici. Per questa ragione ancora una volta noi riteniamo urgente che i Paesi del G20 inizino a lavorare per la costruzione di un nuovo sistema monetario internazionale multipolare basato su un paniere di monete importanti.