6.13.2017

Via della seta: cambia il mondo

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

La conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chia­ma­ta anche Belt and Road Initiative (Bri), tenutasi recentemente a Pechi­no inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sul­l'intero pianeta. Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo, tra cui anche il premier italiano, Paolo Gentiloni.

    In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.

    Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il «progetto del secolo», ha fatto appello alla cooperazione internazionale, in quanto «le indu­strie sono il fondamento dell'economia». Una maggiore coope­ra­zione internazionale vuol dire migliorare la governance globale. Consapevo­le del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha det­to che «la finanza è la linfa dell'economia moderna. Servono una fi­nan­za stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversifica­to e una forte cooperazione tra governi e capitale privato». Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.

    Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. «Quanto proposto è molto necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno», ha detto. «Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto Bri ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati». Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.

    L'Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al Bri, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l'India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.

    La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di in­fra­strutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l'Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l'Europa orientale e infine l'Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l'Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.

    Il Bri è quindi un'iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo. È il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell'Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) di più recente costituzione.

    È importante notare che con il Bri la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell'Unione europea, anche quelli più piccoli dell'Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Coi primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l'Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell'Europa! Il Bri apre all'Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.

    È noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con in­ve­sti­menti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale stra­te­gi­co. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferro­vie fin dentro ai porti. È opportuno ricordare che i porti di Genova, Ve­ne­zia e Trieste già «arrivano» direttamente al centro dell'Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo. Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni.

5.30.2017

La bolla del debito dei “corporate bond”

La bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista

Il dato più preoccupante è che nel settore corporate il tasso debiti/ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni.

In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha, però, un'economia più forte.

Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l'abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei veri disastri.

L'anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006, alla vigilia della crisi globale. Ora, non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell'esplosione di questa nuova bolla.

La “miccia” potrebbe essere accesa dall'atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari, che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare l'epicentro di un'ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.

Dal 2008 a oggi l'ammontare dei corporate bond è cresciuto negli Usa del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.

Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.

I quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.

Secondo uno studio dell'Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di “ingegneria finanziaria” e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l'acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.

È una palese distorsione, una scelta di vera “finanza creativa” che ha com­portato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacqui­sto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l'indice Dow Jones è passato da circa 12.000 punti del 2010 ai 21.000 di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all'andamento dell'economia produttiva sottostante.

Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l'attuale tasso di interesse sia inferiore all'1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non realizzerebbe profitti sufficienti a coprire i costi del debito.

Ignorare tutto ciò consegnerebbe l'economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche.

Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico.

LA TRANSIZIONE ENERGETICA VINCE E GUADAGNA IN POPOLARITÀ

IN SVIZZERA E IN FRANCIA  

di Marco Morosini

Due avvenimenti europei dell'ultima settimana danno un segnale politico forte – epocale sotto diversi aspetti. Domenica scorsa “il sovrano” – come gli Svizzeri chiamano il popolo votante – ha preso una decisione storica, votando sì (58%) alla Legge sull'energia. Questa avvia la “Strategia energetica 2050” che mira a dimezzare l'uso pro capite di energia finale, a ridurre gradualmente l'uso di energia atomica e fossile, e a usare in prevalenza energie rinnovabili. Non meno importante del significato ecologico ed economico di questa decisione mi sembrano l'aspetto politico, procedurale e personale.

La “Strategia energetica 2050” è un caso singolare di catena virtuosa accademia-governo-parti sociali-popolo: dal 1998 i Politecnici federali di Zurigo e di Losanna hanno concepito e motivato ecologicamente e tecnicamente gli obiettivi, mettendo a disposizione di Governo e Par­la­mento il loro policy advice (consulenza politica). Partendo dalla propo­sta dei Politecnici, il Governo ha condotto un processo di consultazione e discussione con tutte le parti sociali, accompagnato da un intenso di­bat­tito nei media e nella popolazione. Ne è scaturita la Legge sull'ener­gia, che è stata modificata e approvata da tutti i partiti in Parlamento (tranne la SVP), e infine sottoposta al giudizio del “sovrano”.

In questa vicenda mi sembra importante anche l'aspetto personale e istituzionale. La “transizione energetica” svizzera infatti ha una “grande mamma”, perché la “Strategia energetica 2050” è incarnata da una giovane donna, la cristiano-democratica Doris Leuthard, l'esponente politico più popolare in Svizzera. Leuthard non solo è Ministro dell'ambiente e dell'energia, ma anche presidente della Confederazione. Questa combinazione (donna, responsabile dell'ambiente, capo di Stato), la troviamo anche in Germania, dove Angela Merkel è stata Ministra dell'ambiente, è capo del governo e gode di grande popolarità. Prendiamo nota, quindi che in Svizzera e in Germania la “transizione energetica” (Energiewende) ha due madri.

Una settimana prima, anche dalla Francia è arrivato un segnale forte e peculiare per l'aspetto ecologico, personale e istituzionale. La nomina più applaudita del giovane presidente Macron, è stata quella di Nicolas Hulot, considerato in Francia “Monsieur Environnement” (Il “Signor Ambiente”). Hulot è un esperto e militante ecologista, autore e protagonista televisivo popolare forse come e più di Piero Angela in Italia. Aveva sempre voluto essere al di sopra dei partiti, per potere influenzare l'intera politica di sostenibilità a lungo termine, al di là dei cambi di maggioranza e di colore politico. Era stato consigliere di Presidenti francesi, ma aveva sempre declinato le offerte di un ministero. Martedì scorso ha sorprendentemente accettato di mettere in gioco la sua reputazione, e di diventare uno dei soli tre "Ministre d'Etat" (ambiente, interni e giustizia) del nuovo governo francese. Non solo l'ambiente assurge quindi allo stesso rango degli interni e della giustizia, ma diventa l'oggetto di un nuovo dicastero chiamato “Ministero per la transizione ecologica e solidale”. Anche in Francia la riforma ecologica ed economica più complessa è quella della "Loi sur l'energie" (la legge sull'energia), che mira – come in Svizzera – a un dimezzamento a lungo termine dell'uso di energia e ad una transizione a quelle rinnovabili.

Per Macron e per Hulot «la sfida è immensa», come Macron spesso dice. Si può sperare che siano “condannati al successo”, perché se uno dei due fallisse, anche la reputazione di innovatore e di enfant prodige dell'altro subirebbe un duro colpo.

Posso suggerire qualche insegnamento da trarre in questi giorni da Svizzera e Francia? L'energia e la necessità di ridurne l'uso e di renderla più sostenibile comincia ad essere gestita (come dovrebbe) da chi governa l'ambiente e le politiche di sostenibilità, non da chi governa l'economia. La transizione ecologica – di cui la transizione energetica fa parte – è e deve essere in mano ai capi di Stato e ai ministri più “pesanti” nei governi. Leuthard, Macron, Hulot: essere una star politica, primeggiare in televisione e in internet, avere una forte e accattivante personalità, “metterci la faccia”. Perché no, se questa popolarità è al servizio di transizioni epocali?

5.16.2017

Iniziativa internazionale sul debito pubblico

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

Dal 2007 a oggi il debito pubblico mondiale è più che raddoppiato, passando da 28,7 a oltre 61 trilioni di dollari. Nello stesso periodo quello americano è triplicato, attualmente è circa un terzo del totale. Ogni cittadino americano ha più di 60.000 dollari di debito pubblico federale sulle sue spalle. Il record mondiale. Si ricordi che in Italia esso è di circa 38.000 euro pro capite.

Il crescente debito globale è una delle più pericolose minacce di crisi sistemiche.

Per il momento, però, sono i Paesi più poveri, e quelli impoveriti o a rischio default, ad esserne schiacciati. Finora i potenti della Terra, anche se di fatto sono i più indebitati, hanno avuto la spregiudicatezza e gli strumenti per far pagare il conto agli altri.

E' perciò significativo che sia la Santa Sede, e non i governi, a portare all'esame delle Nazioni Unite il tema della legittimità del debito pubblico. Certamente si intravede la mano di papa Francesco.

L'obiettivo, come ci ricorda il professor Raffaele Coppola, direttore del Centro di Ricerca “Renato Beccari” dell'Università di Bari e tra i principali coordinatori dell'iniziativa, è far pronunciare l'Assemblea Generale dell'Onu al fine di legittimare la richiesta di parere alla Corte internazionale di Giustizia dell'Aja sulla gestione del debito internazionale per verificarne le eventuali violazioni dei diritti umani e dei popoli.

Si pone, quindi, l'esigenza di un'analisi approfondita dei fondamenti sia giuridici che etici della questione del debito. Non può diventare un macigno insostenibile per le popolazioni, né frenare lo sviluppo e limitare l'indipendenza e la sovranità di uno Stato.

Molti giuristi di varie ispirazioni stanno riflettendo sul problema del pagamento del debito da parte dei Paesi poveri e sullo stato di forza maggiore e di necessità a cui vengono sottoposti. Per lo stato di forza maggiore il non pagamento dipende da un evento incontrollabile da parte dello Stato. Lo stato di necessità, invece, giustificherebbe l'inadempienza quando il pagamento sarebbe troppo gravoso per i cittadini. Chi può pensare di affamare il popolo per pagare a tutti i costi gli interessi sul debito?

L'iniziativa presso l'Onu costituirebbe un precedente giuridico su una materia nevralgica per lo sviluppo della globalizzazione e in particolare per il rapporto fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Di conseguenza non potranno essere ignorati gli effetti deleteri della finanziarizzazione e della deregulation dell'economia.

La proposta della Santa Sede non è campata in aria ma poggia anche su un precedente importante: la risoluzione 69/319 dell'Onu del 2015 relativa ai cosiddetti “fondi avvoltoio”, cioè quei fondi speculativi che operano in modo aggressivo sul debito dei Paesi in crisi. E' appena il caso di ricordare che essa fu approvata nonostante il parere contrario degli Stati Uniti.

I valori esplicitati nella proposta si ispirano alla Carta di Sant'Agata de' Goti del 1997 nella quale giuristi, uomini di Chiesa, intellettuali e laici misero a punto una serie di principi giuridici per regolare secondo giustizia la questione del debito. In particolare «il divieto di accordi usurari», il rispetto «dell'autodeterminazione dei popoli» e il divieto di «una eccessiva onerosità del debito».

Intorno all'iniziativa vaticana si sta tessendo un'ampia rete di allean­ze. E' importante in quanto la Santa Sede ha lo status di osservatore alle Nazioni Unite e c'è bisogno che uno Stato presenti, in sua vece, la richiesta di discussione all'Assemblea Generale. E' un ruolo che l'Italia naturalmente potrebbe e dovrebbe assumere. Sull'argomento pare esista già un'intesa di massima con il governo italiano.

Ricordiamo che l'Italia ha già avuto un ruolo meritorio nel 2000 quando il Parlamento approvò la legge 209 relativa alle «Misure per la riduzione del debito estero dei Paesi a più basso reddito e maggiormente indebitati». Il significativo provvedimento nacque sull'onda del Giubileo promosso da Giovanni Paolo II durante il quale fu lanciata la campagna per l'abbattimento del debito dei Paesi poveri.

Al riguardo si ricordi l'articolo 7 della citata legge che recita: «Il Governo, nell'ambito delle istituzioni internazionali, competenti, propone l'avvio delle procedure necessarie per la richiesta di parere alla Corte internazionale di giustizia sulla coerenza tra le regole internazionali che disciplinano il debito estero dei Paesi in via di sviluppo e il quadro dei principi generali del diritto e dei diritti dell'uomo e dei popoli». E' esattamente l'obiettivo della Santa Sede.

In merito l'Italia, non solo per il rispetto della sua legge ma anche per la sua indiscussa sensibilità per le problematiche dei Paesi in via di sviluppo, può davvero svolgere un ruolo incisivo a partire dal prossimo G7 di Taormina.

5.09.2017

La separazione bancaria approda alla Camera

Si torna alla "Glass-Steagall"? La Commissione Finanze della Camera ha iniziato la discussione sulle proposte di legge relative

alla separazione tra banche ordinarie e banche d'affari. Le varie proposte sono accomunate dalla medesima finalità fondamentale,

la salvaguardia e la tutela del risparmio dei cittadini.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

In generale le banche che svolgono attività di "commercio in proprio" di strumenti finanziari non dovrebbero svolgere anche le attività di raccolta del risparmio tra il pubblico né effettuare l'esercizio del credito.

    In alcune proposte opportunamente si fa riferimento alla legge Glass-Steagall che venne introdotta negli Usa dal presidente Roosevelt nel 1933 per combattere la speculazione e impedire l'utilizzo del risparmio delle famiglie in operazioni ad alto rischio da parte delle banche.

    Il tema della separazione è diventato da tempo oggetto di discussione a livello mondiale, ma in Italia si è imposto soprattutto dopo il gennaio 2016 quando i governi europei, anche il nostro, hanno sottoscritto l'obbligo di applicare il "bail in" in caso di dissesti bancari. Per coprire i buchi dei fallimenti bancari la nuova norma impone di rivalersi sugli azionisti, sugli obbligazionisti e sui depositi oltre i 100.000 euro.

    È il passo obbligato dopo l'approvazione del decreto legge relativo alle "Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio". C'è da sperare che la Camera concluda in tempi brevi l'iter legislativo del provvedimento in questione.

    Intanto i dati riguardanti la salute del sistema bancario, evidenziati dalla Banca d'Italia, devono far riflettere.  Si evince che il 70% delle sofferenze bancarie, pari a 140 miliardi di euro su un totale di 210, è in mano al 3% dei debitori! Il che significa che il restante 97% dei debitori detiene solo il 30% delle sofferenze bancarie.

    Non possono essere, quindi, le famiglie e le pmi a pagare per le sofferenze succitate. I responsabili sono i grandi gruppi e le grandi imprese. È chiaro che le sofferenze sono state determinate dai prestiti facilmente concessi a chi evidentemente ex ante non era degno di credito. Continuiamo a ritenere indispensabile il puntuale accertamento delle responsabilità specifiche degli amministratori e del management delle singole banche.

    Le perdite accumulate dalle cinque banche a rischio fallimento, in primis il Monte dei Paschi di Siena, sfiorano i 20 miliardi di euro, quasi pari a una manovra finanziaria. Purtroppo si calcola che dal 2013 i risparmiatori abbiano perso almeno 30 miliardi dei loro risparmi, più di 10 miliardi sarebbero stati persi solo dai 200 mila azionisti delle due banche popolari venete. 

    Rispetto al problema delle sofferenze il governo e le autorità sembrano navigare ancora a vista. Secondo noi, bisognerebbe considerare le esperienze altrui. In Germania, per esempio, nel caso della Erste Abwicklungsanstalt, l'agenzia centrale creata per far fronte alle sofferenze bancarie tedesche, lo Stato ha recuperato quasi tutti i 246 miliardi di non performing loans. Berlino non solo ha fatto una rigorosa analisi delle cause ma ha anche accertato le responsabilità. Naturalmente sono state realizzate le opportune politiche per la crescita dell'economia reale. 

    Si ricordi che, dopo l'esplosione della crisi finanziaria globale, per stabilizzare i relativi sistemi bancari nazionali, la Germania spese 238 miliardi, la Spagna 52 e gli Stati Uniti 426. Purtroppo l'Italia non si attivò in merito prima dell'entrata del bail in.

    In conclusione si può affermare che, eliminate le varie degenerazioni, il sistema bancario italiano non sarebbe in pessime condizioni. Infatti il livello degli impieghi sul totale degli attivi, cioè i prestiti che le banche fanno sul totale delle loro attività, è quasi del 70%, mentre in Germania sarebbe del 56%. Inoltre i livelli dei derivati in Italia, sul totale degli attivi, sono meno del 10% a fronte di una media Ue del 20%, mentre in Germania essi arrivano al 34%.  

    L'argomento della separazione bancaria e della difesa del risparmio è troppo importante perché diventi materia per un ulteriore scontro elettorale ed ideologico. Potrebbe invece diventare un campo di fruttuosa cooperazione, mostrando che il bene comune è superiore agli interessi partitici o di bottega. Sarebbe anche un modo concreto per mostrare che in Italia vi sono anche degli statisti e non solo dei politicanti.