1.25.2012

Novità libraria ADL - ZURIGO PER SILONE II

 È uscito in questi giorni il secondo volume degli atti delle Giornate siloniane in Svizzera

 

Questo secondo volume Zurigo per Silone raccoglie gli atti del convegno di studi tenutosi il 23 novembre 2008 presso la Società Cooperativa Italiana, che fu sede del Centro Estero del PSI guidato da Silone tra il 1941 e il 1944.

    La Cattedra di Letteratura Italiana dell'Università di Zurigo, la Società Cooperativa Italiana e la Società Dante Alighieri, insieme al Präsidialdepartement der Stadt Zürich e alla Fondazione Pietro Nenni di Roma, hanno promosso una giornata di studi in ricordo dell'illustre esule antifascista nel trentesimo dalla morte, avvenuta in terra elvetica il 22 agosto 1978.

    Gli interventi raccolti nel presente volume contribuiscono ad arricchire il quadro di riflessione sul grande scrittore e padre costituente della nuova Italia repubblicana, "cristiano senza chiesa e socialista senza partito".

 

SOMMARIO

Emilio Speciale, «Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti» – Un'introduzione ai testi

Vreni Hubmann, Saluto della presidente dell'Associazione Amici del Coopi

Elmar Ledergerber, Grusswort des Zuercher Stadtpräsidenten

Giuseppe Tamburrano, Un grande italiano

Felice Besostri, Silone e la visione europea del socialismo

Sergio Soave, L'epoca d'oro del Silone svizzero: realtà e false rappresentazioni

Elisa Signori, Generazioni a confronto. Fortini, Bolis e un dibattito su giovani e fascismo nella Zurigo di Silone

Paolo Bagnoli, Silone e Rosselli

Alessandro La Monica, Ignazio Silone: nuove prospettive di studio

Andrea Ermano, Noterelle cosmopolite sulla dignità della persona

 

Zurigo per Silone II – Le idee. Atti delle Giornate Siloniane in Svizzera.

Volume secondo a cura di Emilio Speciale . Edizioni de L'Avvenire dei lavoratori , Zurigo, 2011, pp. 170, € 19.00 ~ CHF 28.00.

 

Informazioni e ordinazioni > red@avvenirelavoratori.eu

 

 

Le carte di Monti in Europa

Economia

 

Gli altri paesi dell'Ue si impegneranno a sostenere il governo Monti nei mercati dei titoli pubblici? Oppure l'Italia sarà lasciata sola rendendo vani tutti i sacrifici richiesti? Una cosa è certa: se l'euro muore si arresta la riforma del sistema monetario internazionale . . .

 

di Mario Lettieri , già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi , Economista

 

Gennaio è un mese caldissimo per il governo Monti e per l'Unione europea. La proposta di un nuovo accordo, fortemente voluto dalla Germania, e anche dalla Francia, al Consiglio europeo del 9 dicembre scorso, potrà essere un passo in avanti nell'unità politica dell'Europa oppure può diventare la tomba delle attuali istituzioni europee.

    Gli altri paesi dell'Ue riconosceranno lo sforzo compiuto dal governo Monti con la dura finanziaria e si impegneranno a sostenerne la politica correttiva anche nei mercati dei titoli pubblici? Oppure l'Italia sarà lasciata sola in balia degli squali della finanza rendendo vani tutti i sacrifici richiesti ai cittadini italiani?

    Questo è il pressante interrogativo che gli europeisti convinti si pongono.

    Nelle prossime riunioni europee, il governo italiano paradossalmente si troverà ad avere in mano le carte decisive non solo per il suo futuro ma anche per la sopravivenza dell'Ue e dell'euro. Nonostante la sua debolezza e la sua passata emarginazione.

    Il nuovo accordo europeo si baserebbe su due assiomi ideologici più che su una visione unitaria di ripresa economica e di rigore.

    E' indubbio che il primo dovere sarebbe quello di mettere la propria casa in ordine. Tutti sono chiamati ad applicare le correzioni necessarie per un bilancio stabile e veritiero. Ma tale dottrina potrebbe rivelarsi falsa e banale  se si partisse dall'assioma che "se tutti i governi nazionali tengono la propria casa in ordine, sarebbe in ordine anche il mondo intero". Come più volte ci ricordava Padoa Schioppa.

    Sarebbe falsa perché l'economia e la finanza globale richiedono una forte cooperazione internazionale che trascende la sovranità nazionale in almeno tre aree: nella politica monetaria, nella supervisione bancaria e nei sistemi di pagamento e del commercio mondiale. Banale perché riflette l'improponibile ideologia ultra individualistica e liberista della scuola di Bernard de Mandeville che sostiene che l'economia è la mera somma dei redditi individuali e il benessere della società la sommatoria dei vizi e degli egoismi individuali.

    In realtà le società organizzate hanno proprio nella cooperazione unitaria il motore vero dello sviluppo e dell'organizzazione dello Stato moderno.

    Altrettanto sbagliato è il credo della efficienza degli automatismi. Con il nuovo accordo si vorrebbe far credere che basterebbe introdurre l'obbligo della parità di bilancio nelle costituzioni nazionali per risolvere tutti i problemi. Lo stesso dicasi per l'obbligo di ridurre annualmente di un ventesimo la quota di debito pubblico eccedente il 60% del Pil nazionale. Per l'Italia sarebbe equivalente a delle finanziarie annuali di 40-45 miliardi di euro! Un vero salasso.

    E' illusorio pensare, come sostengono i monetaristi,  che l'abbassamento del costo del denaro, del tasso di sconto, farebbe automaticamente aumentare gli investimenti nelle attività produttive. Basti ricordare la realtà degli Usa e dell'Europa dove, nonostante un tasso di interesse vicino allo zero, le loro economie si stanno sempre più avvitando in processi di deflazione e di recessione.

    Per fortuna invece la crescita economica registratasi in Europa è stata determinata dal processo di unità europea, fin da suo inizio, con la creazione di un mercato unico che ha aiutato tutti gli Stati e in particolare la Germania. Certo la Germania, grazie alla sua capacità di innovazione e di competitività, è stata avvantaggiata. Si ricordi che il Pil tedesco è per il 46% legato all'export soprattutto di prodotti ad alta tecnologia. Il 60% di esso riguarda il mercato europeo.

    Se l'Eu e l'euro si sgretolassero anche l'economia tedesca ne risentirebbe pesantemente. Senza considerare le drammatiche conseguenze geo politiche che ne deriverebbero.

    Perciò necessita una politica unitaria, centralmente coordinata, per la crescita dell'intero "corpo" europeo in tutti i suoi arti e in tutte le sue componenti, anche quelle più deboli e periferiche come il nostro Mezzogiorno.

    E' tempo che l'Europa avvii un vero governo economico unico, affronti positivamente la nota questione degli eurobond e della Banca Centrale e decida in sede di G20 di porre con maggiore forza la questione della finanza speculativa e tossica e delle ineludibili riforme del sistema finanziario, bancario e monetario globale.

    E' forse l'ultima chiamata per l'Unione europea. Se non ci sarà la giusta risposta, il gelo paralizzerà tutta l'Europa, Germania compresa.

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Continua la strategia di demolizione dell'euro e dell'Ue.  Dopo il declassamento dell'Italia, della Francia e di altri 7 paesi dell'Unione europea, l'agenzia di rating americana Standard & Poor's ha tolto la tripla A anche all'Esfs, il fondo salva stati.

    Finalmente si sono levate voci di denuncia anche da parte di chi non è sospettabile di essere un fautore facinoroso della teoria del complotto.  Il commissario per gli Affari Economici Europei, Olli Rehn, ha qualificato la S&P come un " soggetto con i suoi interessi economici" che opera in linea con il capitalismo finanziario Usa e di Wall Street. Mario Monti si è sentito obbligato a parlare di un "attacco all'euro" e Mario Draghi per la prima volta ha detto di non dare troppo peso alle valutazioni delle "tre sorelle".

    Come è ormai noto le tre agenzie di rating, in particolare la dominante S&P, sia prima della crisi del 2008 che dopo, sono state responsabili di aver agevolato l'inondazione dei mercati di titoli tossici e di derivati altamente speculativi. Davano a tutti, dietro pagamento, la pagella con la tripla A.

    Il commissario Rehn ha anche detto che "qualcuno ha fatto soldi dalla destabilizzazione" prodotta dall'abbassamento del rating. Sembra infatti che sia partita una speculazione al ribasso contro l'euro.

    Ma la vera questione è: perchè un attacco all'euro così concentrato e forte?

    Non basta il solito richiamo alla legge del mercato dove il "business è sempre business" e dove si fanno soldi su  qualsiasi cosa si muova senza rispetto per nessuno. Quindi neanche per l'euro e per i debiti sovrani europei che continueranno ad essere sottoposti ad attacchi fintanto che non raggiungeranno una "posizione di equilibrio" accettata dai mercati. 

    Non basta nemmeno parlare di concorrenza tra cugini, in cui gli Stati Uniti ed il dollaro si sarebbero sentiti minacciati dall'emergere dell'Unione europea e di una moneta forte come l'euro che potrebbero sfidarli e rimpiazzarli sui mercati commerciali e finanziari internazionali.

    In verità l'euro, proprio per le intrinseche debolezze sia strutturali che politiche, non ha mai posto un tale problema. Purtroppo l'Ue è ancora un cantiere in costruzione che ha bisogno di tempi lunghi e di stabilità interna ed internazionale per superare tutti gli ostacoli economici, politici e culturali che si frappongono ad una  vera governance unitaria

    Le lentezze e le debolezze del processo europeo possono giustificare soltanto gli attacchi degli "sciacalli della finanza" che speculano ai margini del sistema, non l'attuale strategia di annientamento dell'euro.

    Secondo noi nessuna semplicistica spiegazione è accettabile. Occorre guardare ai grandi processi di globalizzazione, al ruolo dei nuovi potenti attori economici e politici, agli effetti della caduta del muro di Berlino e alla conseguente crisi del sistema unipolare del dollaro per meglio capire i processi in corso. 

    E' emersa una nuova ed inarrestabile domanda di riforme monetarie, economiche e commerciali capaci di dare risposte adeguate ad un mondo politico multi polare. Oltre all'Unione Europea, stanno scrivendo le pagine della storia i Paesi del Brics e altre coalizioni regionali di Paesi emergenti.

    Non solo per un giusto affrancamento politico e per una nuova indipendenza economica, ma questi nuovi soggetti ritengono che sia arrivato il momento di pensare ad un rinnovato sistema monetario ed economico internazionale dove tutti abbiano un peso e una reale capacità di decisione.

    E' di pochi giorni fa la notizia che i governi cinese e giapponese hanno firmato un accordo che prevede che i loro commerci avverranno in yuan e in yen e non più in dollari.

    Molti ormai chiedono un paniere di monete che, oltre al dollaro, all'euro e allo yen comprenda anche le valute della Cina, dell'India, della Russia, del Brasile e di altri Paesi, oltre all'oro.

    E' un processo non lineare e nemmeno privo di rischi geopolitici. Il sistema del dollaro, che ha dominato l'intera finanza mondiale, sa di dover perdere privilegi e rendite. Sa che le grandi bolle finanziarie, come quelle dei derivati Otc, non potranno avere spazio in un simile sistema.

    Nella costruzione del nuovo paniere di monete l'euro ha un oggettivo peso sia economico che politico. L'Unione europea è la prima economia industriale del pianeta e come polo tecnologico è centrale. La sua stabilità può svolgere il ruolo di catalizzatore per le altre economie emergenti. Se venissero meno l'Europa e l'euro, il lavoro per il nuovo sistema monetario verrebbe bloccato. La Cina e gli altri paesi del Brics sono in forte crescita ma, secondo noi, non hanno ancora da soli la capacità di determinare simili cambiamenti sistemici.

    Inoltre l'Ue e l'euro potrebbero essere attori centrali nella costruzione del contenente euroasiatico che sarà attraversato e unito da moderne "vie della seta". Si tratta di nuovi scenari di sviluppo non solo dell'economia ma soprattutto per la pace mondiale. I sostenitori di una  geopolitica di vecchio stampo britannico li hanno sempre osteggiati perché vedono l'Eurasia in contrapposizione all'America e ritengono che l'eventuale sgretolamento dell'euro servirebbe a fermare tali processi.

    Riteniamo che l'Europa debba rendersi consapevole di queste evoluzioni e affrontare i suoi problemi anche nell'ottica delle grandi sfide globali. Così facendo può trovare nei paesi del Brics alleati strategici e non cercare in loro soltanto dei possibili compratori di titoli di debito pubblico.

    Bisogna convincersi che il "tavolo da gioco" è oggettivamente più grande di quello angloamericano!

12.22.2011

Le agenzie di rating (o di governo?) ci portano là dove la ripresa non c'è

di Mario Lettieri , già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi , Economista

 

1) Ripresa sconfitta anche nel recente Summit di Bruxelles

 

Ancora una volta i capi di stato e di governo europei, fortemente condizionati dagli accordi privilegiati tra Merkel e Sarkozy, non hanno saputo coniugare l'esigenza del rigore con quella della crescita. 

    Secondo i leader dell'eurozona, prima devono venire i tagli di bilancio, le misure di austerità per abbattere il debito pubblico e i cambiamenti dei trattati, poi si penserà alla ripresa economica!

    Sembra sia ideologicamente impossibile far marciare insieme il treno del rigore e quello della ripresa.

    Eppure tutti sanno, come del resto ha ricordato anche la Banca d'Italia, che nell'intervallo tra il nuovo patto di bilancio e le future misure di rilancio ancora da definire, ci sarà una recessione economica con una riduzione del Pil, soprattutto nei paesi più deboli. Di fatto ciò andrà ad aggravare il tanto temuto rapporto debito/Pil e ad esacerbare le crescenti e giustificate tensioni sociali. Come già sta accadendo in Italia.

    Oltre agli ormai arcinoti dettagli sulla stabilità fiscale e sugli automatismi correttivi dei disavanzi di bilancio, la Dichiarazione di Bruxelles rivela però che per la coppia franco-tedesca non è stato tutto rose e fiori. Infatti se la si legge alla luce della lettera che Merkel e Sarkozy hanno mandato solo pochi giorni prima al presidente del Consiglio Europeo Herman van Ronpuy si deduce che il progetto di imporre il loro asse dominante non è passato.

    Per creare una governance europea rafforzata e per assicurare la disciplina di bilancio, la lettera chiedeva di definire un'architettura istituzionale basata su summit regolari dei capi di stato e di governo due volte all'anno in tempi normali ed una volta al mese durante le crisi, come quella attuale, con un presidente permanente. Proponeva inoltre la creazione di un eurogruppo a livello ministeriale ed una struttura preparatoria per mettere in atto le decisioni dei summit. A questo processo si sarebbero dovuto poi "associare" la Commissione europea e i parlamenti di Strasburgo e nazionali.

    Anche se può sembrare il nuovo auspicato decisionismo dei governi europei, in realtà esso è un tentativo della Germania, sostenuta per convenienza dalla Francia, di impossessarsi delle leve di comando economico dell'Europa.  Se ciò accadesse, a nostro avviso si verrebbe meno ai mandati e ai principi costitutivi dell'Unione europea, con l'esautorazione di fatto della Commissione che evidentemente è ritenuta troppo lenta e troppo influenzabile dai governi.

    La Dichiarazione del 9 dicembre per fortuna ha relegato la richiesta franco-tedesca al punto 10 dove si dice che "sarà rafforzata la governance della zona euro, come concordato in occasione del vertice europeo del 26 ottobre. In particolare si svolgeranno vertici europei almeno due volte l'anno".

    Ancora una volta risulta chiara la volontà della Merkel di voler far perdere del tempo prezioso. Invece di prendere delle decisioni coraggiose come quella degli eurbond, la cancelliera sembra preferire tergiversare intorno alla costruzione di architetture, di condizionamenti e di nuovi accordi che stravolgerebbero l'interno processo di unificazione europea.

    L'altra grande novità del summit è stata la decisione della Gran Bretagna di non firmare l'accordo e di accelerare l'annunciata rottura con l'Ue. Il premier David Cameron ha detto di voler difendere la sovranità e l'indipendenza inglesi. In realtà il motivo vero della rottura ruota intorno al ruolo della City in quanto vero centro mondiale della finanza, dei derivati, degli hedge fund e del "sistema bancario ombra". Londra ha voluto proteggere la City dalla tassa sulle transazioni finanziarie e dalle altre regole che l'Europa finalmente vorrebbe introdurre.

    Il fatto che la City rappresenti oltre il 10% del Pil britannico solleva ulteriori dubbi sulla effettiva solvibilità di Londra. Tale decisione getta luce sul ruolo della finanza nell'attuale crisi sistemica e sulle sue responsabilità negli effetti di contagio.

    Fintanto che gli inglesi restano al servizio della City non potranno che svolgere il compito loro assegnato, cioè il sabotaggio della riforma globale del sistema finanziario.

    L'abbandono di Londra potrebbe trasformarsi in una accelerazione verso la costruzione politica dell'Europa, sempre che ci si liberi della "dottrina Thatcher" che Londra invece vorrebbe lasciarci in eredità.

    Comunque, indipendentemente dalla decisione di Cameron, la situazione in Europa continua ad essere preoccupante e gli speculatori ancora in sella.



2) Agenzie di rating o di governo?

 

C'è un non so che di perverso nel seguire in televisione i difficili andamenti degli incontri dei capi di stato europei sul futuro dell'euro e dell'Unione mentre sullo schermo, a piè di pagina, scorrono le ultimi sortite delle agenzie di rating che ne proclamano gli imminenti fallimenti.

    Nei giorni scorsi le "tre sorelle" hanno "offerto gratuitamente" la loro valutazione al ribasso per l'intera eurozona nel suo insieme.

    Standard and Poor's poco tempo fa ha messo sull'avviso che anche gli ultimi sei paesi europei con la tripla A, tra cui Germania e Francia, potrebbero essere a breve declassati.  Se uno solo di questi Stati perdesse questo rating, anche la funzione del fondo salva stati, l'European Financial Stability Facility (Efsf) perderebbe di credibilità e verrebbe compromessa. Oggi l'Efsf con 440 miliardi di dollari mantiene un ruolo certamente insufficiente ma comunque insostituibile nella difesa contro i rischi di default sovrani.

    E' sempre più evidente il fatto che le agenzie assumono un significato sempre più politico! Con le loro recenti critiche sembrano voler forzare le decisioni dei summit europei a loro favore. Infatti i loro rapporti sono sempre più pieni di raccomandazioni sulle politiche economiche da seguire. Sono quasi sempre meno agenzie di valutazione del merito e del credito di istituti economici e finanziari e sempre più tese a sostituirsi a coloro che sono preposti alle decisioni di governo.

    Dicono di parlare a nome degli investitori, che spesso sono obbligati a seguire le implicazioni del rating a causa di standard imposti per legge, ma non detengono alcuna responsabilità politica. E' una intollerabile anomalia!

    Da giorni, anche se con troppo ritardo, la stampa tedesca e francese ha cominciato a sollevare i veli che coprono le storie delle "tre sorelle". Parlando della S&P's, il principale quotidiano della Germania, il Frankfurt Allgemeine Zeitung, ha ricordato che "essa è un'agenzia degli Stati Uniti che, quando valuta nazioni e società, guarda con lenti americane. In questo lavoro rappresenta gli interessi di Wall Street"!

    Eppure fino alla grande crisi del 2007-8 le agenzie di rating erano di fatto al servizio della grande finanza e sfornavano, dietro lauti pagamenti da parte delle banche e di altri istituti finanziari che le richiedevano, compiacenti pagelle con la tripla A per i peggiori titoli tossici e per prodotti derivati altamente speculativi.

    Ciò è denunciato  con dovizia di documenti e di testimonianze da due importanti commissioni americane, l'indipendente Financial Crisis Inquiry Commision e la Commissione Dodd-Frank del Congresso. Il presidente della Fcic, Phil Angelides, a suo tempo parlò della Moody's come di "una fabbrica delle triple A". Essa nel 2006 ne sfornava 30 al giorno. I Rmbs (titoli garantiti da mutui ipotecari) gratificati avevano un valore totale di 869 miliardi di dollari, ma all'arrivo della crisi l'83% del loro insieme fu drasticamente declassato.

    Ci sono state e vi sono tuttora indagini sui compromessi e sui conflitti di interesse delle tre agenzie. Vi sono molti procedimenti legali aperti con richieste di risarcimento per centinaia di miliardi di dollari da parte di chi, banche comprese, si è trovato con in mano carta straccia.

    Nel frattempo le tre sorelle hanno spostato con successo le loro operazioni mettendo nel mirino i debiti sovrani, soprattutto dell'Europa, ed il sistema dell'euro. Insieme al mondo della grande finanza hanno "pilotato" la più grande e meglio riuscita operazione di "transfer". Non sono più il sistema bancario ed i suoi comportamenti ad essere al centro dell'attenzione pubblica e dei mercati ma gli stati con le loro difficoltà e con i loro debiti.

    La domanda che inquieta è questa. Perché le istituzioni europee e gli investitori sono ancora così dipendenti dalle valutazioni di tre agenzie private? Forse perché i governi dell'Europa hanno per decenni goduto della tripla A e opportunisticamente ignorato quanto nei paesi dell'Asia o dell'America Latina accadeva a seguito dei rating negativi. Alcune economie furono disastrate.

    Purtroppo i riferimenti ai rating dati dalle tre agenzie sono stati incorporati in molti regolamenti, dalle direttive europee per realizzare le linee guida dettate da Basilea II e da Basilea III per i requisiti di capitale delle banche e dalla direttiva Solvency relativamente alle assicurazioni operanti sul territorio europeo.

    Anche la Bce fa riferimento alle triple A delle "tre sorelle" per molte operazioni di garanzia e di credito. Il mondo politico europeo irresponsabilmente ha dato alle agenzie di rating quasi un potere di legge. Le loro valutazioni hanno un effetto reale, quasi automatico, su molte decisioni e valutazioni economiche.

    Dall'inizio del 2011 l'Esma, l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, ha introdotto qualche forma di regolamentazione delle attività delle agenzie. Ha persino minacciato di ritirare loro la licenza europea se non obbediscono ai regolamenti di Bruxelles. Tutto vano, fino a che le triple A delle tre sorelle continueranno a dettare legge nelle istituzioni europee!

    Sarebbe almeno opportuno prendere atto della decisione di un giudice federale dello stato americano del New Mexico che ha rifiutato la richiesta delle agenzie di rating di avere "la protezione del Primo Emendamento della Costituzione sul diritto alla libertà di parola anche per le valutazioni e opinioni comprovate come false".

    Riteniamo che sarebbe corretto da parte dei nostri mass media se, ogni qualvolta riportano un annuncio delle agenzie di rating sui titoli sovrani europei ed italiani, ricordassero ai lettori o agli ascoltatori che esse sono società private la cui reputazione non è affatto limpida.

12.06.2011

EU vittima di un big game?

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Ci chiediamo se l'euro sia bersaglio "solo" dei mercati o non ci siano anche rischi di rottura dell'Ue provocati da giochi geopolitici esterni. Una cosa è certa: se la leadership di oggi non avrà la determinazione e la lungimiranza degli ideatori dell'Europa, l'Unione rischia di arrivare anzitempo al capolinea.

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di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

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La crisi dell'euro e dei debiti sovrani è soltanto l'effetto delle reazioni dei mercati al rischio di insolvenza oppure l'Europa sta per diventare vittima anche di pericolosi giochi geopolitici?

Urge una risposta adeguata perché il tempo sta per scadere. Se non si capisce o non si vuole capire quello che sta veramente accadendo allora l'Unione europea ed il sistema dell'euro rischiano di finire per sempre.

Ai cantori della supremazia e dell'esclusività dei mercati vogliamo ricordare che se la crisi finanziaria del 2008 fosse stata lasciata soltanto in balia delle dinamiche interne ai mercati, avremmo avuto un'implosione globale con il crollo a catena dell'intero sistema bancario internazionale. La verità è che sono stati gli interventi degli Stati sovrani, in quanto attori esterni ai mercati, che, indebitandosi in media di oltre il 20% del loro Pil, hanno in parte momentaneamente stabilizzato la situazione.

Nei confronti dell'Europa oggi abbiamo un mix esplosivo di problemi oggettivi dovuti alla mancanza di crescita e all'insostenibilità dei bilanci, che devono essere urgentemente corretti, e di operazioni "mirate" al suo fallimento. Per affrontare i primi c'è bisogno di tempo che taluni poteri interessati spingono per ridurlo drasticamente.

Il New York Times ha appena annunciato che le banche americane si stanno preparando al crollo dell'euro. Si stanno ritirando dall'Europa per paura del contagio che sarebbe prodotto da una crisi che loro stesse hanno scatenato! Secondo le stime della JP Morgan, è dall'inizio dell'anno che le banche e i fondi americani hanno deciso di disinvestire dalle banche europee ritirando oltre 700 miliardi di euro aggravando così la loro crisi di liquidità.

Ovviamente ciò ha avuto un effetto traino anche tra i paesi emergenti che hanno ridotto la quota in euro delle loro nuove riserve dal 29% del 2008 al 17% attuale.

Sono e sono stati disinvestimenti anche dai titoli di Stato europei. Di conseguenza si è aggravato il problema di solvibilità oltre che di liquidità.

E' facile quindi per le agenzie di rating giustificare le loro rettifiche al ribasso per le banche europee e per i titoli di Stato buttando benzina sul fuoco. La Fitch oggi declassa 8 banche italiane. La Standard and Poor's "si sbaglia" e abbatte il rating della Francia e delle sue banche. Poi le banche dell'Austria entrano nel mirino destabilizzando anche i paesi dell'Europa centrale e dell'Est. La Moody's rilancia sul rischio di default multipli in Europa. E, com'era prevedibile, le banche tedesche inevitabilmente sono il prossimo bersaglio.

Intanto, bisognerebbe riconoscere che si tratta di crisi sistemica globale e non di un terremoto con un epicentro europeo.

Infatti, un dettagliato documento pubblicato a settembre dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea mette a confronto il totale nel 2010 della somma dei debiti pubblici, di quelli del business privato e di quelli delle famiglie di tutti i paesi dell'Ocse. Il Giappone risulta il più esposto con un livello pari al 456% del Pil. Seguono l'UK con 322%, la Francia con 321%, l'Italia con 310%, gli Usa con 268%, la Germania con 241%. Siamo tutti sulla stessa barca e in media gli Usa stanno peggio della zona euro.

Per evidenziare però la realtà della situazione Usa non bastano le percentuali. Occorre considerare che quasi il 60% di tutti i derivati Otc sono gestiti dalle banche americane!

Si ricordi inoltre che la verità sui conti pubblici truccati dalla Grecia evidenziò che il governo ellenico aveva operato con grandi banche di investimento come la Goldman Sachs per trasformare alcuni debiti in sofisticati derivati Otc. Ed è noto che gli Otc finiscono fuori bilancio!

Per l'Europa però il problema sta nella sua incapacità di dare una risposta politica ai gravi processi degenerativi in atto. Gli stessi banchieri europei, soprattutto tedeschi, riuniti a Francoforte per il Congresso Bancario Europeo, hanno posto il "grande cambiamento", cioè del passaggio da un sistema unipolare, leggi "sistema del dollaro", ad uno multi-polare con la partecipazione più forte dell'Europa e delle nuove potenze economiche.

In definitiva è emersa con forza la questione della leadership politica come la chiave di volta del futuro dell'Unione. Ed è davvero singolare che i leader europei non accelerino il processo di unità politica.

Anzi e purtroppo, proprio adesso le elite inglesi stanno cercando di dare una spallata decisiva alla costruzione dell'architettura politica ed economica di un'Europa federale. In un recente convegno organizzato a Parigi da tre importanti fondazioni europee impegnate nei programmi di un'economia sociale di mercato, il professor Charles Grant, il presidente britannico del Centre of Economic Researches, ha avvertito gli sbalorditi convenuti di "esser pronti all'uscita della Gran Bretagna dall'Ue entro i prossimi dieci anni".

Perciò, il tempo stringe. Molto dipende dalla volontà e dalla capacità di decisione dei tedeschi. A Berlino sottovalutano i tempi. Certi cambiamenti richiesti ai partner non possono essere fatti con la celerità che l'urgenza impone. Ciò però non giustifica la dilazione relativa a decisioni importanti quali gli eurobond.

Una cosa è certa: se la leadership di oggi non avrà la stessa determinazione e lungimiranza di Monet, Schumann, Adenauer, De Gasperi e degli altri ideatori dell'Europa, l'Ue rischia davvero di arrivare troppo presto al capolinea.

11.29.2011

Le idee del Prof. Monti

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

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Le idee del Prof. Monti sono solide e consolidate. Certo aspettiamo la verifica dell'operato del suo governo. Oltre alle indicazioni date nei discorsi alle Camere del Parlamento, vi sono due suoi importanti documenti, preparati in momenti non sospetti, che meritano un'attenta lettura.

Sono dei paper che possono aiutare a capire meglio lo spirito ed il progetto dell'"uomo dell'emergenza".

Il primo è "La Commissione Attali e l'Italia" pubblicato nel 2008, prima della Lehman Brothers e dell'esplosione della crisi finanziaria globale, insieme al Prof. Franco Bassanini. Il documento è l'introduzione alla pubblicazione in italiano del "Rapporto Attali. Liberare la crescita. 300 decisioni per cambiare la Francia" che dettaglia le proposte per far fronte alle sfide di sviluppo e di dinamismo dell'economia e della società francesi.

Monti rimase positivamente impressionato dall'iniziativa francese di mettere in campo un vasto spettro di competenze economiche e politiche ma soprattutto culturali e professionali europee ed internazionali, per riflettere non solo sui problemi generali ma per predisporre un set di riforme e di misure precise. Infatti, bisognava convincere i francesi, che vivevano le sfide della competizione globale come se fosse una minaccia.

La Commissione Attali propone riforme che mettono in discussione rendite e privilegi per affrontare al meglio il futuro. Si trattava e si tratta di "dire la verità anche con un'analisi spietata della realtà economica", di sfidare i "medici pietosi", le cui deboli analisi sui ritardi nella modernizzazione economica e sociale "offrivano alibi a scelte di conservazione e alle resistenze da parte degli interessi colpiti dalle riforme".

Il Rapporto Attali fa proprio le best pratices degli altri paesi per superare i ritardi accumulati, per coniugare le sue proposte di crescita con il superamento delle disuguaglianze, per liberare energie e risorse per la ripresa, salvaguardando i livelli di solidarietà e di coesione sociale.

Monti rimase affascinato dallo spirito europeo con cui Jacques Attali affrontava la sfida, superando i vecchi cliché dello sciovinismo francese e collocandosi nel solco dell'economia sociale di mercato che "valorizza meriti e talenti, la capacità di imprenditoria e la tutela dei diritti fondamentali di tutti".

Riteniamo che tale esperienza sia stata d'ispirazione per il Prof. Monti anche nella stesura del suo Rapporto "Una nuova strategia per il Mercato unico" preparato per la Commissione europea e pubblicato il 9 maggio 2010.

Si tratta di un documento di 118 pagine denso di proposte concrete per una risposta europea unitaria alle sfide dell'integrazione e della crescita economica e sociale contro la crescente "stanchezza da integrazione" e l'avanzata dei nazionalismi economici che, spinti dagli effetti della crisi, potrebbero portare a delle "conseguenze drammatiche" e allo "sgretolamento dell'Ue".

Monti parla della necessità della "decisione politica" nella costruzione dell'Unione economica europea. Ribadisce che la piena realizzazione del Mercato unico è il pilastro essenziale per dare forza e unità al sistema monetario dell'euro e alla capacità di crescita dell'economia europea. Ciò significa riformare, modernizzare e semplificare l'intero sistema delle norme fiscali, legali, amministrative, economiche, ecc. di ogni singolo Stato membro dell'Unione ed uniformarle per promuovere il mercato della produzione, del lavoro, dei movimenti di uomini, di mezzi e di capitali a livello europeo. Solo così per Monti il Mercato unico può preparare la formazione di un unico governo economico europeo e diventare fattore di solidità generale dell'Ue..

Nel suo Rapporto gli interlocutori principali per avviare un tale processo sono i cittadini, i consumatori e le Pmi. Quindi vuole un'Europa dove le libertà economiche devono "dialogare" con i diritti dei lavoratori, dove le priorità sono nella creazione delle infrastrutture "fisiche" del Mercato unico, che deve rimanere "aperto ma non disarmato rispetto ai concorrenti a livello globale".

Va sottolineato il fatto che sulle cause della crisi globale Monti evidenziava che "la liberalizzazione finanziaria iniziata negli anni '90 senza essere accompagnata, soprattutto negli Usa, da regolamentazioni prudenziali e di vigilanza, è stata una dei principali fattori dell'origine della crisi finanziaria", che non può essere affrontata con soluzioni "troppo blande".

Tra le sue proposte, significativa è quella dell'istituzione degli eurobond con cui trasformare parte delle obbligazioni dei singoli Stati in titoli europei. C'è ovviamente il sostegno, anche con un quadro giuridico più favorevole, agli investimenti di lungo termine nelle infrastrutture, come quelli proposti dal Fondo Margherita delle Casse Depositi e Presti europee.

Il Rapporto è ricco di proposte concrete. Egli però insiste sul "rafforzamento del processo di attuazione". A tal fine propose la creazione di "un gruppo specifico per la politica fiscale" in Europa.

Il successo dell'azione del governo Monti dipenderà, oltre che dal risanamento di bilancio italiano, dalla capacità di intervento in sede europea per la realizzazione di un vero Mercato unico e di una effettiva unione politica ed economica oltre che monetaria dell'Europa. Nonché dall'impegno collettivo a non essere "disarmati" nei confronti della speculazione e dei mercati finanziari senza regole.