4.18.2019

Prospettive economiche italiane per il 2020

FONDAZIONE NENNI

http://fondazionenenni.wordpress.com/

 

 

Nelle condizioni attuali, prospettare una “flat tax”, anche

solo in forma parziale, appare davvero da irresponsabili.

 

di Franco Cavallari 

 

La maggior parte degli osservatori economici concorda nel considerare le prospettive per il 2020 particolarmente problematiche; e da qualche settimana, anche i proclami del Governo in carica sulle magnifiche sorti di quest’anno e dell’anno venturo stanno lasciando il posto a qualche preoccupazione sul modo di affrontare l’aggiustamento dei conti pubblici. Il DEF di primavera relativo al bilancio 2019, necessariamente generico, non ha dato alcuna precisa indicazione su come la maggioranza intende correggere lo schema macroeconomico per il 2020 proposto a fine 2018.

    Gli obiettivi economici stabiliti in quella sede dopo lunga e penosa trattativa con l’UE prevedevano per il 2019 una crescita dell’1% ed un disavanzo del 2,04% del PIL; ma il loro conseguimento è ormai tramontato per lasciare il posto ad un più realistico tasso di crescita dello 0,2% ed un debito pubblico dell’ordine del 2,6-3,2% rispetto al PIL. Se il Governo dovesse sopravvivere al responso delle elezioni europee, com’è molto probabile, non è escluso che le intenzioni della maggioranza relativamente al complesso di una eventuale manovra correttiva intervengano in piena estate. Sarà quello, comunque, il momento in cui potrà iniziare un’attenta riflessione pubblica non solo con riferimento alla claudicante realtà economica dell’anno in corso, ma anche e soprattutto sulle prospettive per l’anno prossimo venturo.

    I parametri economici che si prospettano per il 2020 e che costituiranno la base per la formazione del bilancio lasciano emergere ombre molto più inquietanti di quanto non appaia in superficie. Come accennato, la Legge di bilancio per il 2019 confrontata con la realtà in essere presenta non poche criticità; accettata come appena sufficiente dalla Commissione dell’UE (che già allora prevedeva una crescita per il 2019 dello 0,2%) rappresentava una via di fuga per il Governo italiano, invischiato in una impasse che rischiava lo scontro frontale tra lo Stato italiano e le istituzioni comunitarie.

    Rispetto ai non ben calibrati parametri inseriti nel bilancio 2019, le nuove poste per il 2020 da inserire nella nuova Legge di bilancio dovranno fotografare un contesto in cui la crescita economica volge alla stagnazione, se non alla recessione. In primo luogo sarà necessario dare un riscontro all’esigenza di neutralizzare le clausole di salvaguardia che ammontano per il 2020 a ben 24 Mrd e che incombono sulla prospettiva di un pericoloso aumento dell’IVA. Come per il passato, una buona metà, circa 12 Mrd, potrà essere rinviata all’anno successivo, già carico per conto suo di clausole per 27 Mrd). Ci saranno poi da reperire i 18 Mrd di privatizzazioni inserite anche nel bilancio 2020 fin dai quadri prospettici delle finanziarie degli anni passati; tenuto conto delle rigidità e della lentezza già riscontrate in passato per questo tipo di operazioni. appare molto improbabile possano essere realizzate se non in misura minima, forse il 10%. Ci sono ancora altri 5-6 Mrd per i pensionamenti aggiuntivi (quelli del 2020) della “Quota 100”; infine lo stanziamento supplementare di circa 2 Mrd per il reddito di cittadinanza, il cui stanziamento nel 2019 si riferiva soltanto a otto mesi.

    Il totale di queste poste aggiuntive rispetto al bilancio 2019 ammonta a circa 62 Mrd per i quali sarà necessario trovare una fonte di finanziamento. Per il momento, stando alle dichiarazioni del Vice Presidente Salvini, le relative risorse dovrebbero provenire dalla crescita sperata; che però, per il 2020 è stimata dal Governo stesso intorno allo 0,8%, vale a dire non più di 14 Mrd. Su questo surplus di risorse provenienti dalla maggiore crescita, le entrate pubbliche, al tasso del 46% della pressione fiscale, risulterebbero intorno ai 6-7 Mrd. Mancherebbero all’appello più di 50Mrd, senza considerare le non poche perplessità sulla possibilità che il sistema realizzi lo 0,8% di crescita previsto.

    Intanto, a lato delle incongruenze descritte, registriamo che il quadro di riferimento degli scambi internazionali non accenna a migliorare, anche se non è priva di significato la circostanza che nei primi mesi di quest’anno, malgrado il rallentamento del commercio mondiale, la variazione positiva delle esportazioni risulta lievemente maggiore rispetto all’anno precedente. Se è vero che in questi ultimi mesi, la tensione commerciale tra Cina e USA sembra essersi attenuata, è pur vero che si prevede per il commercio globale un lungo periodo caratterizzato da tensioni protezionistiche non trascurabili. Prospettive di rallentamento degli scambi internazionali emergono anche dal DEF di pochi giorni fa, ove lo stesso Ministero dell’Economia stima nel prossimo triennio in leggera contrazione le quote di mercato delle nostre esportazioni.

    La sfavorevole congiuntura economica internazionale che si prospetta per il 2020 è testimoniata anche dalle ultime decisioni della BCE, la quale, nell’ultima riunione del Comitato Direttivo, ha deciso di iniziare a partire dal prossimo mese di settembre un nuovo programma di operazioni di rifinanziamento a lungo termine volto a creare condizioni più favorevoli al credito bancario.

    Secondo il quadro macroeconomico del Governo, la congiuntura economica italiana, sostenuta prevalentemente dall’aumento dei trasferimenti alle famiglie, comincerebbe ad irrobustirsi già nella seconda parte di quest’anno e continuerebbe a crescere anche nel 2020; ma in senso contrario si esprimono, sia pur con toni diversi, il Fondo Monetario Internazionale e l’OECD, che prevedono per il 2019 una profonda stagnazione, se non addirittura la recessione e per l’anno prossimo una solo leggera ripresa. Questi enti internazionali considerano infatti che le misure del Governo a sostegno della domanda interna (il Reddito di cittadinanza e Quota 100) daranno, quest’anno come l’anno prossimo, un contributo alla crescita molto modesto. Al momento essi rilevano che l’accumulazione di capitale accusa condizioni di investimento molto sfavorevoli, essendo, peraltro, venuti meno gli incentivi, ad esempio l’iperammortamento, che hanno stimolato nel recente passato un’accumulazione di capitale di non trascurabile entità.

    Come le istituzioni internazionali, anche quasi tutti gli istituti di previsione italiani, evidenziano la mancanza di una politica di investimenti pubblici che, oltre ad alimentare la domanda, potrebbe migliorare il clima economico generale, suscitando gli investimenti privati, forieri di un rilancio dell’occupazione. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un organo indipendente previsto da una Legge costi­tu­zionale per effettuare valutazioni economiche relative alla formazione del bilancio, ha effettuato una stima dell’effetto macroeconomico del Reddito di cittadinanza nel 2019, concludendo per un impatto sulla crescita molto limitato (0,2%).

    Indipendentemente dalle previsioni, il complesso dei dati macroeconomici di pro­spettiva appare fin d’ora talmente squilibrato che solo lo smisurato ottimismo del Governo riesce a vedere qualche spiraglio di miglioramento. In realtà, è indispen­sabile una netta inversione di rotta, vale a dire un bilancio pubblico per il 2020 capace di ricomporre in un contesto orientato allo sviluppo gli indispensabili sacrifici della spesa corrente con un serio programma di investimenti pubblici, entrambi necessari per riequilibrare il quadro finanziario. In caso contrario, le consuete schermaglie del prossimo autunno per la predisposizione della Legge fi­nan­ziaria diverranno il pericoloso innesco di una grande instabilità nel mercato dei capitali.

    Secondo molti centri di ricerca economica, l’ostacolo delle clausole di salvaguardia potrebbe essere affrontato con un aumento dell’IVA in misura ridotta: Due punti sulle aliquote più basse ed un punto e mezzo sull’aliquota del 22% darebbero un gettito vicino ai 12 Mrd, incidendo solo marginalmente sui prezzi (intorno a 0,50%). In questa ottica, un parziale aumento dell’IVA avrebbe un effetto depressivo sui consumi non eccessivo e potrebbe consentire, senza troppi traumi, di rinviare all’anno successivo le restanti clausole di salvaguardia per la differenza di 12 Mrd; resterebbero comunque da reperire circa 50 Mrd che, escudendo un aumento dell’imposizione, potranno solo in minima parte essere coperti con la “spending review”.

    In queste condizioni, prospettare la “flat tax” (una riforma rifiutata da tutti i paesi industrializzati, che ha trovato applicazione solo in paradisi fiscali, piccole isole e paesi dell’ex impero sovietico nell’est europeo), anche in forma parziale, sarebbe davvero da irresponsabili.

    Per quanto riguarda la formazione del bilancio per il 2020, in assenza di una manovra coraggiosa sugli squilibri descritti, non si vede come si possa evitare che il volano incontrollato della spesa corrente abbia un impatto devastante sullo “spread” tra i Btp e i Bund tedeschi. Senza una preliminare netta presa di posizione unanime del Governo per un aggiustamento accettabile dei conti pubblici, sarà inevitabile che in autunno, nelle more della trattativa sulla legge di bilancio, il surplus di interessi che il mercato dei capitali richiederà per finanziarie il nostro debito pubblico subisca un brusco aumento rispetto ai livelli attuali. E non è da escludere che si vada incontro a squilibri in grado di porre in serie difficoltà la stabilità economica del nostro Paese e, probabilmente, anche l’assetto dell’Unione Europea.

 

 


______________________________________________________________________
This email has been scanned by the Symantec Email Security.cloud service.
For more information please visit http://www.symanteccloud.com
______________________________________________________________________

Attivare fondi e progetti per la ripresa

 Non si può essere soddisfatti di riconoscere che l’economia italiana è fortemente peggiorata nei passati mesi, come ammette lo stesso Documento di economia e finanza (Def) appena presentato. Sarebbe, però, ancora più preoccupante se, di fronte a questa triste ed evidente realtà, il governo volesse continuare a “vivere sulle nuvole”, spargendo illusioni e promesse insostenibili.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

Palazzo Chigi ha messo nero su bianco che per il 2019 l’aumento del pil dovrebbe passare dall’1% allo 0,2% e che di conseguenza il deficit di bilancio dovrebbe crescere dal 2,04% al 2,4%. Sono stime ancora troppo benevole che non tengono conto, purtroppo, degli effetti negativi a spirale che solitamente accompagnano la recessione economica.

    Di ciò siamo fortemente preoccupati, anche perché il confronto politico è soprattutto di natura ideologica ed elettorale e, a volte, anche di rivalsa. Riequilibrare il bilancio dello Stato richiede decisioni chiare e tempi medi poiché si basa sulla ripresa degli investimenti, della produzione, dell’innovazione e dell’occupazione nei settori dell’economia reale.

    Perciò, mantenere a tutti i costi le promesse fatte durante le campagne elettorali potrebbe sembrare positivo ma, in verità, non fa parte delle leggi che regolano il sano andamento e lo sviluppo dell’economia, sia nella teoria che nella prassi. Vale per tante iniziative, a cominciare dalla flat tax che ha fatto capolino nel Def. Per ora è una semplice enunciazione.

    Per serietà e credibilità, portare come esempio da seguire nel nostro paese il modello ungherese della flat tax, che sarebbe la ragione del buon andamento dell’economia di Budapest, è un errore.

    Per chiarezza è opportuno ricordare, invece, che la recente ripresa economica dell’Ungheria si basa su tre condizioni convergenti: a) il contributo a fondo perduto di ben 3,5 miliardi di euro annui da parte dell’Unione europea, b) l’intensa partecipazione economica e industriale della Germania verso i paesi dell’Europa centrale e c) il basso costo della mano d’opera ungherese, con una qualifica tecnologica mediamente elevata, che ha attirato notevoli investimenti. Tutte condizioni che in Italia non ci sono.

    Ovviamente, il documento del Def non contempla aumenti nella tassazione: sarebbe una clamorosa ammissione di totale fallimento. Per i prossimi mesi, però, il governo dovrà dimostrare come “bilanciare” l’aumento delle uscite con le minori entrate. Naturalmente, per il bene degli italiani ci si augura che lo sappiano fare. Ma è indubbio che dal prossimo gennaio possa scattare l’aumento delle aliquote Iva.

    A nostro avviso la priorità dovrebbe essere la ripresa degli investimenti pubblici in infrastrutture per l’effettiva apertura dei cantieri, a partire dal Mezzogiorno dove la situazione economica e occupazionale è a dir poco disperata. Secondo varie stime, oltre ai fondi recuperabili dall’enorme evasione fiscale, ci sarebbero 140 miliardi di euro già stanziati nei bilanci degli anni passati per svariati progetti.

    Attraverso un accordo già operativo con la Banca europea per gli investimenti essi potrebbero diventare subito spendibili. Il vero problema sono le lungaggini delle burocrazie statali, regionali e locali.

    Secondo l’Associazione nazionale costruttori edili (ANCE) si tratterebbe, tra l’altro, di 60 miliardi del Fondo investimenti e sviluppo infrastrutturale, di 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione, di 15 miliardi di Fondi strutturali europei, ecc.

    Se si riuscisse a spendere in tempi ragionevolmente brevi i soldi in questione, sarebbe una leva per la ripresa economica. Si ricordi che l’Istat sostiene che ogni euro pubblico investito nelle infrastrutture possa generare una crescita di investimenti diretti e indiretti pari a 3-4 volte. 

    È il Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), presso Palazzo Chigi, responsabile della gestione delle risorse sopra menzionate. Non ha svolto un’azione incisiva ed effettiva nei confronti degli enti e delle amministrazioni beneficiari dei progetti.

    Bisogna accelerare i processi decisionali, snellendo il codice degli appalti e affidando, contemporaneamente, alle autorità anti corruzione il compito di prevenire e colpire le infiltrazioni malavitose e le mazzette legate ai lavori pubblici.

    La situazione, nella sua complessità e urgenza, non può ancora essere lasciata alle lentezze burocratiche. Serve, invece, una chiara e netta assunzione di responsabilità da parte del governo e delle altre istituzioni. Il paese non può più aspettare.

 

 

 


______________________________________________________________________
This email has been scanned by the Symantec Email Security.cloud service.
For more information please visit http://www.symanteccloud.com
______________________________________________________________________

Qualche riflessione per cercare di uscire dalla crisi

L’economia è l’ambito dove si misurano le capacità di una classe dirigente di guidare un paese verso la ricchezza collettiva e verso la realizzazione compiuta dello stato sociale.

di Ennio Ghiandelli

Quando si parla di economia italiana non bisogna mai dimenticare alcuni dati fisici che sono una nostra caratteristica: scarsità di ricchezze naturali, soprattutto per quanto riguarda i minerali e i prodotti energetici; agricoltura che non brilla per efficienza anche per la tipologia del territorio; densità elevata della popolazione, nonostante il calo demografico di questi anni; orografia complessa che rende difficili le comunicazioni fra le diverse aeree del paese.

    Nonostante questi deficit l’Italia, nel secondo dopoguerra, affidandosi alla capacità manifatturiera delle sue maestranze alla sua classe dirigente sia politica che industriale, e ai rapporti esistenti fra industria pubblica e privata, riesce a portarsi nei primi posti mondiali in alcune industrie chiave: dall’industria informatica, a quella aeronautica, all’elettronica di consumo, alla chimica, all’auto e alle produzioni High-tech.

    Pian piano questo patrimonio si è dissolto, gli errori compiuti nella politica economica dall’inizio degli anni Novanta ad oggi stanno dando i loro frutti resi ancora più velenosi dall’insipienza dell’attuale governo.

    L’Italia soffre di una crisi di produttività, cioè il costo per un’unità di prodotto aumenta rispetto agli altri paesi. Questo fatto rende impossibile, senza interventi appropriati qualsiasi ipotesi di recupero. La possibilità che si divenga una colonia di qualche altra nazione, soprattutto se questa ci finanzia il disavanzo acquistando i titoli del debito pubblico, è reale. Siamo un paese dove, ai tempi della globalizzazione, il tessuto produttivo è costituito per la gran parte da piccole e medie industrie. Eccelliamo nella produzione di marmo, di minerali abrasivi, nella produzione di olio di oliva, vino e filati di lana, molto poco per un sistema produttivo globale dove l’innovazione è l’elemento trainante.

    Si è svenduto il patrimonio industriale dello stato, in nome di un liberismo che non è mai esistito; gli industriali, che pure nel corso di questi anni hanno ricevuto utili rilevanti, hanno preferito investire i profitti in operazioni finanziarie, all’apparenza, molto più redditizie che in investimenti industriali.

    La politica oltre che per le ragioni prima ricordate ha anche la responsabilità di aver fatto invecchiare in maniera significativa il patrimonio infrastrutturale nazionale e mai ha sviluppato politiche atte a mettere mettere in sicurezza un territorio fragile come il nostro, anzi la speculazione edilizia supportata da continue sanatorie ha aggravato il problema.

    Tutto questo avvenuto è con una rapida concentrazione di ricchezza in poche mani e con un’erosione dello stato sociale che ha portato ad un impoverimento delle classi meno abbienti. Tutte le politiche sociali che il primo centro sinistra aveva realizzato sono state o abolite o devitalizzate.

    A questo stato di cose si aggiunge una politica fiscale che ha punito i lavoratori a reddito fisso, rendendo possibile una continua evasione fiscale, senza avviare una seria attività dello Stato per contrastarla efficacemente producendo una elevata pressione fiscale

    In questo quadro si presenta drammatico lo stato del disavanzo pubblico, drammatico non solo perché non si vedono politiche per abbatterlo, anche se la spesa corrente italiana al netto degli interessi del debito è da anni inferiore alle entrate, ma per l’assenza di una politica economica capace di attivare un credibile percorso di recupero della produttività del sistema Italia.

    Sovente nel corso del dibattito in questo anno di governo giallo verde si sente imputare, da esponenti della maggioranza, che la colpa di questo stato di cose è da ascriversi al fatto che con l’adozione dell’euro l’Italia non è in grado di gestire una propria economia, quindi occorre uscire dalla moneta europea e poco male se ci cacciano anche dai trattati. Errore tragico.

    A questo stato di cose si può e si deve reagire. La prima cosa immediata da fare è recuperare gettito fiscale, non aumentando le tasse a che già le paga, ma colpendo senza pietà gli elusori e gli evasori. Questo comporta immediatamente un riequilibrio del bilancio. Ciò ci consente, da un lato di allentare la presa sugli interessi che l’Italia paga sul debito pubblico, dall’altro di fermare il saccheggio del welfare. Da queste basi ripartire con una politica di investimenti pubblici sia sulle infrastrutture che sull’aumento della produttività (R&S) sostituendo il privato assenteista. Fissati questi capisaldi si deve procedere ad una più equa distribuzione del reddito.

 

Da La Rivoluzione Democratica

https://www.rivoluzionedemocratica.it/

 

 

 


______________________________________________________________________
This email has been scanned by the Symantec Email Security.cloud service.
For more information please visit http://www.symanteccloud.com
______________________________________________________________________