12.09.2015

Riformare il capitalismo? Ruolo strategico dello Stato

LAVORO E DIRITTI - a cura di www.rassegna.it

 

 

Nell’avvicendarsi di tutti i grandi cicli tecnologici e nella spinta verso le innovazioni fondamentali l’intervento dello Stato è decisivo, non solo “facilitatore”, ma creatore diretto, motore e traino dello sviluppo. – Pubblichiamo qui un estratto dall’Introduzione di Laura Pennacchi al volume Riforma del capitalismo e democrazia economica. Per un nuovo modello di sviluppo (a cura di Laura Pennacchi e Riccardo Sanna), Ediesse 2015. Il volume – redatto con il coordinamento della “Area Politiche di sviluppo” della Cgil – è stato presentato in Cgil il 2 dicembre.

 

di Laura Pennacchi

 

Abbiamo vitale bisogno non solo di uno Stato, ma di uno Stato strategico il quale, oltre che indirettamente – mediante incentivi, disincentivi e regolazione –, interviene direttamente, cioè guidando e indirizzando intenzionalmente ed esplicitamente con strumenti appositi. Qui c’è una rottura da operare non soltanto con l’antistatism del neoliberismo, ma anche con la più o meno larvata diffidenza verso l’intervento pubblico – motivata con il rischio di «cattura» da parte di interessi politici e partitici e con le inefficienti degenerazioni burocratiche e clientelari che ne possono derivare – coltivata pure tra varie forze di centrosinistra, incapaci di ragionare e di parlare in termini di «teoria» dello Stato e delle istituzioni pubbliche.

    Del resto, tale stato delle cose – in cui registriamo una singolare coincidenza tra impostazioni liberali tradizionaliste e impostazioni di sinistra meccanicistiche – ha origini remote, se si pensa alla polemica che Polanyi condusse con il pensiero marxista ortodosso che vedeva nello Stato il «comitato esecutivo della borghesia», mentre egli coglieva la consustanzialità di economia capitalistica e Stato, interprete degli interessi generali della società, e denunziava la finzione ipostatizzante l’autosufficienza del mercato alla base dell’economia neoclassica.

    Nell’avvicendarsi di tutti i grandi cicli tecnologici e nella spinta verso le innovazioni fondamentali l’intervento dello Stato si è rivelato e si rivela decisivo, non solo «facilitatore» e alimentatore di condizioni permissive, ma creatore diretto, motore e traino dello sviluppo. Come sottolinea Mariana Mazzucato (Lo Stato innovatore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato, Laterza, Roma-Bari 2014), lo Stato ha giocato un ruolo chiave nell’evoluzione del settore informatico, di Internet, dell’industria farmaceutica e biotech, delle nanotecnologie e delle emergenti tecnologie verdi. Proprio l’estensione del cambiamento tecnologico (Antonelli, Technological Congruence and Productivity Growth, in M. Andersson, B. Johansson, C. Karlsson, H. Lööf (eds.), Innovation and Growth – From R&D Strategies of Innovating Firms to Economy-wide Technological Change, Oxford University Press, Oxford, 2012) e l’emergenza di nuovi settori mostrano che lo Stato non interviene solo per contrastare le market failures o per farsi carico della generazione di esternalità, ma rispondendo a motivazioni e obiettivi strategici. Infatti, l’operatore pubblico è l’unico in grado di porsi la domanda: «che tipo di economia vogliamo?». A partire dal porsi tale domanda lo Stato è in grado di catalizzare una miriade di attività e di mobilitare più settori congiuntamente generando il «coinvestimento» necessario, per esempio per andare sulla Luna (per cui fu necessario interrelare le attività di più di 14 diversi settori). L’emergenza di simili complessi di attività si deve a un intervento pubblico che non si limita a neutralizzare le market failures, ma che inventa, idea, crea lungo tutta la catena dell’innovazione.

    Secondo la visione standard le imperfezioni, e relative esternalità, del mercato possono insorgere per varie ragioni, come l’indisponibilità delle imprese private a investire in «beni pubblici» – quali la ricerca di base, dai rendimenti inappropriabili e dai benefici accessibili a tutti –, la riluttanza delle aziende private a includere nei prezzi dei loro prodotti il costo dell’inquinamento il che dà luogo a esternalità negative, il profilo di rischio troppo elevato di determinati investimenti.

    Se ne deduce che lo Stato dovrebbe fare cose importanti ma limitate, come finanziare la ricerca di base, imporre tasse contro l’inquinamento, sostenere gli investimenti infrastrutturali. Collegate a questa teoria sono le tesi che il ruolo dello Stato dovrebbe essere prevalentemente di fornire «spinte gentili» (nudges) (Sunstein, Thaler, Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2009) o di regolare cercando le regole più semplici possibili, assumendo che semplice sia equivalente a duttile, intelligente, libero, efficace, creativo. Ma uno dei difetti maggiori di tali teorie – che hanno tuttavia loro campi di validità – è che da una parte immaginano interventi pubblici «circoscritti» e «occasionali» (come circoscritti e occasionali sono i fallimenti del mercato) mentre essi nella realtà sono «pervasivi» e «strutturali», dall’altra parte ignorano un elemento fondamentale della storia delle innovazioni: in molti casi decisivi il governo non ha soltanto dato «spintarelle» o fornito «regolazione», ha funzionato come «motore primo» delle innovazioni più radicali e rivoluzionarie. «In questi casi lo Stato non si è limitato a correggere i mercati ma si è impegnato per crearli» (Mazzucato, 2013, p. 98).

    Ovviamente sostenere tutto ciò non significa non vedere i limiti e le carenze dello Stato, quanto le pubbliche amministrazioni siano oggi spesso burocratizzate, inefficienti, dequalificate. Al contrario, significa prendere incisivamente atto di tale situazione per tentare di rovesciarla. Innanzitutto occorre denunziare il depotenziamento e il depauperamento dello Stato indotti dalle lunghe pratiche neoliberiste... >>> Continua la lettura sul sito

 

12.01.2015

Matera 2019: laboratorio di buona occupazione

LAVORO E DIRITTI a cura di www.rassegna.it

 

Si è tenuto il primo tavolo di confronto tra amministrazioni e associazioni di categoria sui temi legati alla creazione di nuovi posti di lavoro, che dal progetto di candidatura (e successiva assegnazione del titolo) sembrano essere del tutto assenti

 

Le opportunità offerte da Matera capitale europea della cultura 2019 devono andare oltre gli aspetti infrastrutturali e di programmazione culturale, volgendo lo sguardo alla possibilità concreta di creare nuovi posti di lavoro, occupazione stabile, rispettosa della dignità dei lavoratori. Un obiettivo chiaro, quello fissato dalla Cgil di Matera e della Basilicata, nel promuovere ieri (25 novembre) “Diritti verso il 2019”, il primo tavolo di confronto tra amministrazioni e associazioni di categoria sui temi legati proprio al lavoro, che dal progetto di candidatura (e successiva assegnazione del titolo) sembra essere il grande assente.

    “Non è vero che la cultura non produce occupazione – ha detto Maria Grazia Gabrielli, segretaria generale della Filcams nazionale, partecipando al dibattito –: anzi, è proprio da cultura e turismo che si può dare un impulso deciso allo sviluppo anche di altri settori, come la conservazione del patrimonio e la sua manutenzione, con interventi innovativi frutto di ricerca. Non solo turismo e strutture ricettive, quindi, ma una vero e proprio ‘sistema’ economico della cultura”.

    Alla tavola rotonda hanno partecipato, oltre ai segretari di Cgil e Filcams di Matera e Basilicata, anche i rappresentanti di Confindustria, Confapi, Fondazione Matera 2019. Per tutti, obiettivo comune è quello di darsi un coordinamento, per non arrivare in ritardo all’appuntamento del 2019, programmando e pianificando con attenzione gli interventi infrastrutturali (rete stradale e ferroviaria su tutti), le iniziative da legare all’evento, il coinvolgimento della fitta rete di associazioni cittadine.

     “Non prendiamo a modello la recente Expo – ha osservato Angelo Summa, segretario generale Cgil Basilicata –, perché andremmo nella direzione di creare interventi spot, non strutturali e inutili a un reale sviluppo del territorio. Creiamo invece una rete stabile di relazioni per poter fare di Matera il laboratorio di un nuovo modello economico, basato su un’idea di città nuova, moderna, sostenibile”.

    A collegare ogni aspetto di sviluppo e promozione, emerge la volontà comune di governare il processo con attenzione, anche per non lasciare spazio ad attività illegali. “Puntiamo a rendere trasparente ogni nostra azione – ha spiegato Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera 2019 – e per ogni attività stiamo elaborando dei bandi che diano a chiunque abbia idee valide la possibilità di accedere al progetto”.

    Cgil e Filcams hanno proposto per questo motivo alle associazioni di categoria di concordare e sottoscrivere protocolli a tutela della legalità e alle istituzioni di farsi garanti che queste regole condivise vengano rispettate fino in fondo.

 

11.25.2015

Antalya, l’ennesima occasione mancata

LAVORO E DIRITTI - a cura di www.rassegna.it

 

 

Il bilancio del G20 ospitato in Turchia è deludente e conferma ancora una volta come le proposte e le richieste del mondo del lavoro siano considerate dai leader del pianeta come un poco rilevante corollario nell'agenda delle priorità

 

di Fausto Durante, coordinatore dell'area politica europea e internazionale della Cgil

 

La sintesi giornalistica potrebbe essere questa: un G20 deludente e caratterizzato dalla spinta al rinvio. Per la maggior parte, infatti, i commenti dei principali organi di informazione e della stampa internazionale (in Italia è stato il Sole-24 Ore a farsi interprete del sentiment) convergono sul fatto che il G20 appena svoltosi ad Antalya abbia sostanzialmente spostato in avanti il tempo delle decisioni sulle principali questioni economiche e sociali nello scenario mondiale.

    Un'impressione che i sindacati dei paesi del G20, riunitisi nei due giorni precedenti il vertice, avevano cominciato a maturare nel loro incontro, sulla base di quanto emerso sia nei contatti con gli sherpa e i funzionari che per i singoli paesi hanno seguito il lavoro preparatorio, sia nei colloqui svoltisi alla vigilia del summit nel corso di Labour 20. A una lettura obiettiva, il documento conclusivo di Antalya non pare avere il respiro e l'ambizione necessari per affrontare una situazione generale ancora caratterizzata dalla caduta dei tassi di crescita, dall'aumento delle disuguaglianze e delle disparità salariali, da bassi livelli di investimenti e dal permanere dell'emergenza disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile. In quel documento, le richieste e le priorità di L20, presentate ai leader riuniti in Turchia e definite sulla base del permanere delle criticità irrisolte nello scenario globale, non hanno trovato risposte adeguate.

    Il primo capitolo delle priorità dei sindacati ha per oggetto i temi della crescita inclusiva con la creazione di lavoro a essa collegata, da realizzare attraverso l'abbandono definitivo delle politiche di austerità e delle loro conseguenze negative, politiche da sostituire con scelte in grado di produrre un deciso impulso alla domanda aggregata, agli investimenti, all'innovazione tecnologica, in un quadro contrassegnato da politiche redistributive e tassazione progressiva. Di conseguenza, ciò richiederebbe la revisione e l'aggiornamento delle strategie nazionali in tema di crescita e di occupazione. Più in particolare, servirebbe il rilancio del ruolo degli Stati nazionali, per definire iniziative concrete e coordinate di valorizzazione del lavoro e delle sue condizioni, di supporto al dialogo sociale e ai sistemi di relazioni industriali, di politiche attive del lavoro e dei servizi per l'impiego, di qualificazione dell'offerta relativa alla formazione e alla riqualificazione professionale.

    Il secondo capitolo delle richieste sindacali è quello che riguarda potenzialità e ruolo della contrattazione collettiva, come motore della lotta alle disuguaglianze e di una più equa distribuzione della ricchezza e come fattore determinante della crescita e del benessere generale. La nostra richiesta era e rimane quella di invertire la tendenza, invalsa da ormai due decenni, all'indebolimento e al depotenziamento della contrattazione collettiva. Al contrario, occorre restituire a essa la capacità di far crescere i salari e il reddito complessivo dei lavoratori e, in tal modo, immettere risorse nel ciclo economico attraverso l'aumento del potere d'acquisto. Come è chiaro, ciò richiede la promozione e il rilancio della dimensione collettiva della contrattazione e del grado di copertura degli accordi, oltre che l'inclusione nei contratti delle forme di lavoro precario e non standard e il contrasto ai fenomeni di individualizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro.

    Il terzo capitolo ha al centro la richiesta di politiche e di azioni concrete per l'inclusione nel mercato del lavoro delle donne, dei giovani e dei gruppi più vulnerabili, dai lavoratori atipici a quanti sono occupati nel lavoro informale e in quello irregolare. Riguardo a quest'ultimo aspetto, abbiamo reiterato le nostre storiche richieste affinché nelle catene della subfornitura e degli appalti sia garantita l'applicazione degli standard internazionali e i diritti umani previsti dai principi delle Nazioni Unite, dalle convenzioni Oil e dalle linee guida Ocse sulle multinazionali.

    Allo stesso modo, abbiamo chiesto impegni tangibili per realizzare la strategia 25 by 25 sull'occupazione femminile e i principi – ancora lettera morta, pur essendo stati stabiliti nelle precedenti riunioni del G20 – su Youth Employment e sul dramma dei Neet, i tanti giovani che non lavorano, non studiano e non hanno percorsi di professionalizzazione. Non solo. Abbiamo anche chiesto che siano confermati gli impegni assunti nelle precedenti riunioni del G20 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e che venga attivato il processo per la creazione di un database in grado di coprire l'insieme di eventi, incidenti e malattie di lavoro, anche come base per politiche di prevenzione. >>>Continua la lettura sul sito rassegna.it

 

11.18.2015

Crolla il prezzo dell’acciaio - Occorre un “Piano B” per i lavoratori di Taranto

LETTERA - APPELLO

 

 PeaceLink chiama a raccolta le persone di buona volontà per elaborare un piano B dettagliato e praticabile che faccia uscire la città di Taranto dalla crisi irreversibile dell'Ilva. Taranto può e deve diventare un laboratorio nazionale e internazionale di idee per la riconversione. Chi ha idee da proporre ci contatti (volontari@peacelink.it).

    I punti di partenza del nostro ragionamento sono questi.

    1) Il mercato dell'acciaio è in fase recessiva ed è caratterizzato da un eccesso di capacità produttiva. Negli ultimi 12 mesi il prezzo dell'acciaio sul mercato internazionale è crollato del 45% per le esportazioni cinesi.

    2) Di fronte a questo scenario lo stabilimento siderurgico ILVA sarà sconvolto da un'ondata di crisi che ha portato già altre acciaierie alla chiusura. La situazione finanziaria dell'ILVA è caratterizzata dal fatto che l'azienda non produce più profitti ma unicamente perdite che si stanno sommando ai debiti verso le banche e verso i fornitori. ILVA ha 14 mila lavoratori, 20 mila creditori e tre miliardi di debiti.

    3) La situazione è diventata insostenibile. Se l'azienda non produce più profitti ma perdite vengono meno le condizioni per la realizzazione degli interventi di risanamento degli impianti. L'ILVA è in coma farmacologico e viene mantenuta in vita solo con decreti legge che hanno solo un effetto palliativo.

    4) Fra alcuni mesi l'ILVA chiuderà e sarà la fine di un modello di sviluppo che si è centrato sulla monocultura dell'acciaio. Questa crisi gravissima dell'ILVA sta esponendo i lavoratori al rischio concreto della disoccupazione.

    5) Di fronte a questa drammatica situazione è saggio confrontarci su un Programma di transizione di sostenibilità ambientale che si alimenti anche con i Fondi Europei che nel sud dell'Italia spesso non vengono utilizzati dalle amministrazioni pubbliche.

    6) E' possibile riconvertire l'economia locale attraverso fondi europei. I fondi non mancano. Prova ne è il fatto che i 2 miliardi di euro del "Programma Attrattori Culturali", destinati a migliorare l'offerta culturale nelle Regioni del Sud, non sono stati spesi e sono ritornati a Bruxelles. Uno spreco proprio mentre il nostro patrimonio storico e culturale cade a pezzi. Secondo una ricerca Eurispes, l'Italia utilizza i fondi europei solo al 45%. Attualmente sono a rischio contributi europei per 14,4 miliardi di euro. Solo Croazia e Romania fanno peggio.

    7) La crisi dell'ILVA deve diventare l'occasione per sfruttare al massimo questa ingente quantità di fondi per realizzare un progetto complessivo di riconversione che garantisca l'occupazione dei lavoratori ILVA offrendo nel contempo ai giovani disoccupati una concreta prospettiva di impiego diventando i protagonisti della riconversione, della bonifica e della rinascita.

    8) Creare lavoro senza inquinare è possibile e lo dimostrano le esperienze di Pittsburgh, Friburgo, Bilbao, Hammarby Sjostad (Stoccolma) e della Ruhr. Tutti esempi in cui bonifica, riconversione e green economy hanno creato sviluppo e lavoro senza generare inquinamento. Sono proprio le nazioni e le città che inquinano di meno che creano più occupazione.

    9) Occorre creare ponti di comunicazione con le città che sono riuscite a riconvertirsi. PeaceLink ha preso contatto con gli ambientalisti di Pittsburgh per capire come quella città è riuscita a sopravvivere alla crisi dell'acciaio e a far rinascere la propria economia. Pittsburgh è stata riconosciuta come una delle tre città americane che meglio ha superato la crisi recessiva dello scorso decennio. Il sindaco di Pittsburgh ha dichiarato: "We employ more people in Pittsburgh than we ever have". Ossia: "Noi impieghiamo più persone a Pittsburgh di quante non ne abbiamo mai avute"). Proprio così. Da quando hanno chiuso l'acciaieria sono usciti dalla crisi. PeaceLink è in contatto con Pittsburgh per un interscambio di esperienze sul monitoraggio dell'aria. Stiamo cercando di imparare dalle città che hanno avuto l'intelligenza di cambiare.

    10) Occorre coinvolgere i lavoratori dell'Ilva e renderli protagonisti del Piano B, anche attraverso forme di "Life long learning". Per senso di responsabilità verso i lavoratori dell'ILVA e verso tutti quei soggetti che si sorreggono sull'indotto, PeaceLink da tempo sviluppa – accanto alla critica dell'impatto inquinante dell'acciaieria – anche una parallela azione di ricerca di alternative occupazionali e di ricerca culturale. Ora questa ricerca è arrivata ad una sintesi con la stesura del "PIANO B" per Taranto. Mentre la nave sta affondando, occorre avere a disposizione le scialuppe di salvataggio. Le scialuppe già ci sono e sono i fondi europei.

    Ma occorre una grande capacità di pianificazione e di riprogettazione che attualmente manca.

    11) PeaceLink fa appello alla Camera di Commercio perché convochi un tavolo di confronto e di progettazione per uno sviluppo sostenibile alternativo e mette a disposizione il proprio PIANO B e gli studi svolti in questi anni di ricerca, anche collaborando con l'Università e con quegli studenti che hanno deciso di centrare la propria tesi di laurea su Taranto.

    12) E' venuto il momento di far partecipare a questo tavolo di confronto e di progettazione non solo gli attori istituzionali e sindacali (che hanno spesso dimostrato la propria inerzia) ma anche i giovani laureati e laureandi che hanno acquisito competenze e sono animati dal desiderio di rimanere a Taranto o di tornarvi mettendo a disposizione il proprio sapere e la propria voglia di cambiamento.

    13) Occorre coinvolgere tutte le scuole di Taranto in una seria riprogettazione dei profili professionali puntando sulle professioni del futuro, in particolare quelle collegate alla green economy che, secondo l'ONU, può creare fino a 60 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi

    20 anni (cfr. http://www.peacelink.it/ecologia/a/36349.html). PeaceLink è a disposizione delle scuole (per contatti: volontari@peacelink.it) per fornire materiale didattico e tenere incontri con docenti e studenti nell'ottica di una "riprogrammazione" delle scuole tarantine in funzione di una nuova economia e di una nuova società che ponga il lavoro al servizio dello sviluppo sostenibile e del bene comune.

    14) Per i lavoratori Ilva vanno subito predisposti piani di formazione e riconversione semestrali e sistemi di certificazione delle competenze acquisite.

 

Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink

http://www.peacelink.it

 

Sud: serve una politica nazionale

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

 

Alla vigilia della presentazione del "masterplan" per il Mezzogiorno del governo, la Cgil rilancia la vertenza nazionale 'Laboratorio Sud – Idee per il Paese', avviata lo scorso settembre a Potenza. L'iniziativa del sindacato di Corso d'Italia

 

Alla vigilia della presentazione del "Masterplan" per il Mezzogiorno del Governo, la Cgil rilancia la vertenza nazionale 'Laboratorio Sud – Idee per il Paese', avviata lo scorso settembre a Potenza. L'iniziativa, spiega il sindacato, articolata negli ambiti regionali e territoriali e nella dimensione nazionale, si propone di evidenziare le condizioni di criticità presenti nel Mezzogiorno e, soprattutto, di rendere visibili i possibili spazi di intervento per superare il divario che sempre più allontana le regioni del Sud dal resto del Paese. A tale fine il sindacato di corso d'Italia presenta un documento programmatico per la costruzione di una politica nazionale in grado di rafforzare le condizioni economico sociali del Mezzogiorno, favorire crescita e occupazione e permettere così una vera inversione di tendenza per tutto il Paese.

    Gli strumenti - Il nodo centrale del documento stilato dalla Cgil consiste nel coordinamento e nella partecipazione dei vari soggetti e dei vari livelli, poiché solo attraverso politiche rinnovate e il concorso delle diverse energie, a  partire dalle comunità locali e dalle loro rappresentanze, può realizzarsi un cambio di fase. Di qui l'individuazione di alcuni strumenti fondamentali di coordinamento tra politiche nazionali e regionali, e di partecipazione, che vedono il coinvolgimento delle parti sociali: un luogo formalizzato di coordinamento tra le regioni meridionali, una cabina di regia interistituzionale per l'attribuzione e la gestione delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione, e una sede stabile di confronto con le parti sociali sia nella dimensione regionale che in quella nazionale.

    Strumenti indispensabili per superare le condizioni di svantaggio riguardano la fiscalità e gli incentivi, che devono essere però selettivi e mirati, coerenti con le politiche d'intervento nei diversi settori e vincolati al carattere innovativo degli interventi con un alto profilo di ricerca e innovazione. Gli sgravi devono essere finalizzati a specifiche categorie e territori e condizionati all'addizionalità dell'occupazione.

    Altro strumento imprescindibile quello delle risorse: la Cgil chiede di incrementare quelle ordinarie, garantire il carattere addizionale dei Fondi Comunitari e l'utilizzo del Fondo Sviluppo e Coesione per finalità proprie, nel rispetto del vincolo territoriale e abbandonando l'abituale pratica di destinare tali risorse per coprire politiche ordinarie. Individuare una tempistica coerente rappresenta uno strumento fondamentale di programmazione: l'orizzonte per un piano nazionale di azione per il Mezzogiorno è quello quinquennale 2016-2020, all'interno del quale devono essere previste risorse certe e specifici tempi per il loro utilizzo.

    Vi è poi l'annoso tema delle infrastrutture, a metà tra lo strumento necessario a scalfire e superare il gap nella mobilità di cose e persone e la scelta strategica decisiva per lo sviluppo. Gli interventi proposti dalla Cgil guardano ad ambiti quali la portualità e la logistica, di cui occorre sviluppare capacità e competitività, l'energia, di cui è necessario abbattere i costi, e il territorio, con un Piano Anti dissesto idrogeologico nazionale.

    Le scelte strategiche - Tre per la Cgil gli obiettivi prioritari di una politica per il Mezzogiorno. Al primo posto dotare le regioni del Sud di infrastrutture sociali: contrasto alla povertà, servizi ai cittadini e per il lavoro, Istruzione e formazione, efficienza della Pubblica Amministrazione sono ambiti in cui il divario esistente con il resto del Paese incide profondamente sui diritti di cittadinanza. Per questo la Cgil ritiene indispensabile programmare da subito interventi che possano invertire la tendenza e che sono essi stessi generatori di occupazione. Asili nido e servizi per gli anziani e la non autosufficienza, Reddito di Inclusione Sociale come strumento universale di contrasto alla povertà, risorse aggiuntive per il diritto allo studio e legge quadro nazionale, rafforzamento delle università meridionali a partire da un piano straordinario per il reclutamento di docenti e giovani ricercatori: questi i nodi principali.

    Occorrono poi scelte sulle politiche industriali del Paese, che devono guardare al Sud per valorizzare la sua vocazione manifatturiera rafforzando gli insediamenti esistenti, presidi di eccellenza per settori strategici che vanno dalla siderurgia all'agricoltura, e riutilizzando o riconvertendo le aree dismesse, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale e all'alto tasso di innovazione e ricerca. Un quadro complesso che necessita di un forte protagonismo delle grandi imprese a partecipazione pubblica e di una governance multilivello Stato-Regioni.

    Per la Cgil è necessario fare leva su cultura, territorio e turismo: un patrimonio immenso del nostro Paese e del Mezzogiorno che non viene fatto fruttare a pieno ma che può trasformarsi in una fonte vitale per economia e lavoro. Il sindacato di corso d'Italia propone l'assunzione straordinaria di giovani per la tutela e la fruibilità del patrimonio culturale e paesaggistico, un Piano cultura e turismo per il Sud e l'individuazione di venti poli turistici prioritari.

    Questa impostazione richiede alcuni interventi che non determinano costi aggiuntivi, come il coordinamento inter-istituzionale. Altri possono essere previsti subito, a partire dalla Legge di Stabilità, mentre quelli di medio termine devono trovare supporto nel prossimo Documento di economia e finanza. Tra i secondi la Cgil indica gli incentivi condizionati a nuova occupazione da rivolgere a specifiche categorie e/o al forte contenuto di innovazione e ricerca delle attività; le risposte al diritto allo studio; il rafforzamento del sistema universitario del Sud; l'incremento delle risorse per le politiche ordinarie e l'attribuzione delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione agli obiettivi strategici, mantenendo il vincolo territoriale, e per il sostegno alla realizzazione del piano di infrastrutture.

    È evidente che un progetto che ha questi tratti deve prevedere un forte coinvolgimento delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori: pensare che il lavoro, la sua qualità e qualificazione non siano oggetto di confronto e non siano parte integrante di un piano strategico di sviluppo e di crescita, significa affrontare il tema in modo parziale.