9.16.2013

G20 di San Pietroburgo e investimenti di lungo termine nelle infrastrutture

Nonostante i venti di guerra sulla Siria e le pericolose conseguenze militari e geopolitiche, sono state assunte alcune rilevanti e innovative decisioni assunte dal recente Summit del G20 di San.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista


Nel documento finale del G20 di Pietroburgo è stata posta, per la prima volta, la questione del finanziamento degli investimenti di lungo termine nelle infrastrutture e nei progetti industriali e di ricerca delle Pmi. Nel documento finale si sottolinea inoltre la necessità di creare un clima favorevole agli investimenti di lungo termine per mobilitare anche i capitali privati.
Un lavoro particolare di preparazione al rilancio delle strategie industriali e di sviluppo nel lungo termine è stato svolto dall'Ocse e dalle varie banche di sviluppo internazionali, tra cui la nostra Cassa Deposti e Prestiti, organizzate nel Long Term Investors Club.
Il G20 sollecita, perciò, i vari governi a facilitare gli investitori istituzionali e a promuovere politiche e progetti di investimento e di infrastrutture adeguati, organici e coerenti.
Nuovi strumenti finanziari non speculativi dovrebbero essere individuati anche per convogliare il risparmio privato verso gli investimenti produttivi e le infrastrutture. A tal proposito si indicano percorsi anche per creare partenariati pubblico-privati (PPP) e per la costruzione di fondi di sviluppo e di investimento.
Sembra che si vada oltre le solite buone intenzioni. Infatti, il rilancio degli investimenti di lungo periodo di fatto prende le distanze dalle scellerate politiche finanziarie speculative di breve periodo che, come noto, hanno "pervertito" il processo economico privilegiando la finanza fine a se stessa e altamente rischiosa elevandola fino agli altari del dio denaro.
Novità significativa è il riferimento alla necessità di ricondurre il risparmio ed il sistema bancario al loro ruolo indispensabile di ancelle del credito per le imprese e gli investimenti. In merito notevole è stata la spinta impressa dai Paesi del Brics che hanno posto il problema dell'occupazione, della disoccupazione e dei giovani al centro della Dichiarazione finale.
Rispetto al passato anche più recente quando si privilegiavano i parametri numerici del Pil a discapito di quello dell'occupazione, si registra una inversione di tendenza. Del resto sarebbe illusorio pensare ad una ripresa economica mentre continua la disoccupazione. Questa è una visione economica settecentesca dove produzione e profitto erano organizzati contro il lavoro; era però un mondo dove vigeva la legge del più forte senza alcuna responsabilità sociale.
Dopo 5 anni dalla costituzione del G20, i vecchi centri di potere economico e finanziario occidentale devono prendere atto del ruolo sempre più incisivo esercitato dai Paesi del Bric. Se il mondo intero non è del tutto sprofondato in una grande depressione economica, molto lo si deve alla dinamicità e alle politiche economiche dei Paesi emergenti.
Il Summit ha dovuto anche riconoscere che le politiche monetarie non convenzionali (la liquidità facile della Fed e di altre banche centrali) protratte nel tempo rappresentano gravi rischi per la tenuta del sistema finanziario a causa degli effetti negativi, come la volatilità nei flussi finanziari e disordini nei movimenti dei tassi di cambio in particolare nelle economie emergenti, da essi generati.
Per fronteggiare tali rischi, a latere del summit i Paesi del Brics hanno stanziato ben 100 miliardi di dollari in un fondo specifico per la sicurezza e la protezione delle loro monete e dei loro mercati.
Rispetto al passato si ha la sensazione che vi sia una maggiore consapevolezza dei problemi globali, non solo quelli della finanza, ma anche quelli del commercio e della governance degli organismi internazionali, a partire dalla distribuzione delle quote di controllo del Fmi che dovrebbe essere rivista all'inizio del 2014
Il riordino del sistema monetario diventa urgente anche in relazione al fatto che sempre più spesso gli accordi commerciali tra i Paesi emergenti vengono stipulati non in dollari ma nelle monete nazionali.

9.12.2013

Centenario di Ettore Cella-Dezza

 di Andrea Ermano

 La Federazione Socialista Italiana in Svizzera – proprietaria di questa testata dalla sua fondazione – ha dedicato la Tessera 2013 al centenario di Ettore Cella-Dezza, già presidente dell'organizzazione, nato a Zurigo il 12 settembre 1913 e morto presso Winterthur il 1° luglio del 2004.

    Ettore è stato un grande regista e attore, teatrale e cinematografico, nonché un personaggio radio-televisivo assai celebre nel mondo di lingua tedesca per le sue indimenticabili fatiche e anche per i suoi meriti culturali, tra cui ricordiamo qui "solo" l'introduzione di Pirandello in Germania e di Brecht in Italia. Fu Ettore, tanto per dire, a promuovere l'alleanza artistica tra Bertolt Brecht e Giorgio Strehler.

    Ettore è stato anche un importante esponente dell'emigrazione socialista, fino all'ultimo, fino alle lunghe e travagliate operazioni di salvataggio del Centro estero di Zurigo, dopo il crollo del Psi craxiano in Italia.

    Sempre incredibilmente attivo, anche da novantenne, aveva però dovuto farsi operare al femore in seguito a una brutta caduta; e gli strascichi dell'intervento lo costrinsero a una degenza abbastanza lunga, che lo andava rapidamente consumando.

    Negli ultimi mesi era ricoverato in un'ampia e linda camera dell'ospedale di Winthertur. Mi chiamava spesso al telefono. Voleva che andassi a trovarlo, cosa che facevo volentieri, compatibilmente con i vari impegni. Era sempre in uno stato di straordinaria lucidità, ma anche biblicamente "stanco di giorni" e non lo nascondeva: "La forza fisica è finita", ripeteva con sorriso velato. "Io posso pensare quel che mi pare, ma è come se il corpo non rispondesse più ai comandi".

    Allora io gli manifestavo la mia ammirazione per una vita così stracolma di soddisfazioni.

    Ci accomunava la ferma volontà a impedire che la nostra vecchia e gloriosa istituzione socialista democratica venisse messa a ferro e a fuoco dal nemico, nuovamente scatenato. Il "Centro estero" doveva continuare a stare lì, sfidando il tempo e l'arroganza del potere, per altri cent'anni. Nella musicalità della nostra bella lingua italiana, parole come "socialista" o "socialdemocratico" erano tornate a fungere da insulto. E noi buttavamo dunque il sangue in una battaglia del tutto inutile, ai fini convenzionali del tornaconto e del prestigio.

    Perché?! "Pe' tigna", riassunse una volta, con formula magnificamente antieroica, Giuseppe Tamburrano.

    Dal 1997 era toccato a chi scrive di assumere la guida dell'organizzazione socialista d'emigrazione, in uno dei momenti neri, come tanti altri ne erano capitati prima. Tra i miei predecessori il padre di Ettore, Enrico Dezza, l'aveva avuta ben più difficile, trovandosi per esempio a traghettare l'organizzazione attraverso due guerre mondiali, e ciò mentre un decreto di espulsione gli stava sospeso sopra la testa, come una spada di Damocle. Rischiava ogni momento di venire estradato in una galera fascista.

    Forse Ettore mi voleva al suo capezzale perché gli rappresentavo il padre approdato a Zurigo quand'era giovane, in fuga dall'asfissia dell'Italietta feroce e militar-clericale di Bava Beccaris. Io ero scappato, più modestamente, dallo smog metropolitano e dai furori degli ultimi anni Settanta. Ma, nonostante che un secolo o quasi separasse la mia generazione da quella di suo padre, c'era aria di famiglia.

    Ettore mi parlava di tutto: del suo apprendistato politico e intellettuale presso Silone prima della guerra; delle missioni speciali di guerra partigiana, travestito da novizio, nell'Emilia o nella Val d'Ossola. Poi il dopoguerra, la fondazione della tv, la vibrante personalità di Maria Callas che lui aveva diretto a Monaco in un memorabile allestimento dell'Aida, e i compagni: Brecht e Ragaz, Modigliani e la Balabanoff, Gorni e Canevascini. Ma anche le infinite diatribe interne, iniziate a Parigi, tra nenniani e saragattiani.

    Una volta mi raccontò di quando, negli anni Trenta, aveva introdotto il dialetto alla radio svizzera, per rompere con il purismo nazista. Fu un successo straordinario.

    Un altro giorno risalì con il ricordo fin sulla cima dell'epoca in cui era quasi ancora un ragazzino. Accennò ai suoi tentativi di intercettare una carriera piccolo-borghese, "normale".

    Dopo il noviziato domenicano, era rientrato a casa intraprendendo diversi lavori tra cui il soffiatore di cristalli. Gli piaceva, ma dovette abbandonare per un rischio di silicosi.

    A un certo punto confessò a suo padre la propria omosessualità, nonché la decisione di diventare attore drammatico.

    L'omosessualità – mi spiegava guardingo – era in quell'epoca lontana un partito diviso in due fazioni contrapposte: la fazione del "piacer mio" e quella della "amicizia". Disse "piacer mio" con rabbia e "amicizia" con un tono di voce che si appellava all'intellezione di un ideale. Ideale che si manifestava anzitutto e soprattutto nell'impegnarsi seriamente per offrire al proprio compagno occasioni di crescita culturale e umana.

    Quel vegliardo, che aveva convissuto cinquantatré anni con il suo partner, Richard Lenggenhager, mi disse cose riecheggianti passi di dialoghi platonici, filosofemi che fino ad allora si rubricavano per me sotto la voce dotta di "amor greco" con annessa nozione che di esso coltivava l'alta aristocrazia ateniese del quarto secolo avanti Cristo.

    Ma nella bruciante esperienza novecentesca quell'etica platonica riemergeva con ben altre valenze di significato esistenziale.

    Ettore Cella-Dezza aveva rischiato di finire ad Auschwitz per via di un'inclinazione sessuale diversa da quella di noi cosiddetti normali. Me ne rendevo conto?

    Una volta, mentre enumeravo a scopo terapeutico le ragioni di bellezza e di ricchezza della sua vita straripante soddisfazioni, lui m'interruppe per dirmi che però aveva due grandi rimpianti.

    "Il primo rimpianto" – disse – "è che non abbiamo potuto aiutare di più quegli Ebrei che erano arrivati nel nostro quartiere con quei loro grandi colbacchi".

    Perché aveva posto l'accento sui vistosi copricapi degli israeliti ortodossi? Considerai inopportuno domandargliene senza aver prima riflettuto sul punto. Gli chiesi qual era il secondo rimpianto.

    E lui: "Non aver mollato due cazzotti in più a qualche fascista che so io".

    Alcuni mesi dopo si spense. Da allora sono trascorsi quasi dieci anni, ma la memoria di quei colloqui è costantemente rimasta ben viva nella mia mente e mi ha aiutato non poco nei miei tentativi di comprensione delle umane vicende.

    Ed eccoci dunque al centenario dalla nascita di Ettore Cella-Dezza. Mi sono chiesto quale testo pubblicare sull'ADL per l'occasione. Da mesi stiamo lavorando alla riedizione bilingue di Nonna Adele, ma su ciò torneremo a lavoro concluso, quando pubblicheremo.

    Oggi mi torna alla mente l'ultimo suo discorso pubblico, che tenne nella città di Frauenfeld, nel Canton Turgovia, sede dell'ormai tradizionale Pink Apple Film Festival, un'importante rassegna internazionale del cinema gay. Per l'edizione del 2002 l'indirizzo di saluto inaugurale venne affidato a Ettore Cella-Dezza. Qui sotto ne riportiamo il testo integrale in versione italiana.

 

 

CON LA FORZA DELLA RAGIONE CON LE ARMI DELL’ONESTÀ

 

Ho voluto, con le mie parole, esemplificare che, nonostante tutto e dopo tutto, lottare serve. Lottare per la libertà e l’emancipazione con i mezzi pacifici della ragione e dell’onestà non è inutile.

 di Ettore Cella-Dezza (1913-2004)

 (Frauenfeld 25.4.2002) - Se oggi prendo la parola, qui a Frauenfeld, di fronte a voi, inaugurando il Pink Apple Film Festival 2002, penso che l’indubbio onore riservatomi consegua da quattro ragioni che proverò a enumerare. La prima deriva, credo, dal prestigioso Premio cinematografico assegnatomi dalla Città di Zurigo pochi mesi fa. Zurigo è vicina e nelle sue sale verrà replicato il nostro programma odierno. La seconda ragione sta, forse, nell’esperienza e nel vissuto di un’ottantottenne al quale l’età tuttavia non ha ancora tolto per nulla la passione del proprio lavoro. E qui permettetemi senz’altro di aggiungere, in terzo luogo, che non si finisce mai d’imparare. In quarto e ultimo luogo vi sono, direi, le mie opinioni sulla sessualità e sull’amore: binomio tutt’oggi controverso, spesso avvolto da dubbie forme d’interesse morboso, e quasi universalmente considerato un tabù.

    Diciamo subito che a causa di questo tabù l’umanità, o almeno una “minoranza” in essa, vuoi di sesso femminile che di sesso maschile, soffre dai tempi mosaici. Nell’Antico Testamento, e segnatamente nel Levitico, si legge il seguente precetto:

 

Non giacerai con un ragazzo come con una donna,

ché è cosa abominevole. (Lev. 18:22)

 

E certamente un siffatto giacere è abominevole: circonvenzione e violenza, comportamenti entrambi che, e a buon diritto, vengono tutt’oggi sanzionati dalla legge. Ma amare esclude ogni circonvenzione e ogni violenza. L’amore è tutt’altra cosa. Sì, io credo che amare sia tutt’altra cosa e credo che nessuno, amando senza circonvenzioni e violenze, possa compiere – o anche solo percepirsi nell’atto di compiere – qualcosa di abominevole. No, davvero, non penso che si possa parlare di abominio quando due persone adulte si amano. E, anzi, se mai qualcuno di voi, care amiche e cari amici, percepisse come abominio l’espressione del proprio amore, sarebbe bene per lei o per lui cercare qualche ausilio terapeutico.

    Nondimeno, fin dai tempi arcaici la storia ci racconta di leggi che vietano e di sanzioni che puniscono l’amore, soprattutto il nostro amore, fino all’estremo supplizio. Occorre attendere la venuta di un popolo intelligente e straordinario come fu quello greco affinché uno spirito di maggiore libertà incominci a soffiare tra gli esseri umani.

    Di questa libertà i grandi padri e le grandi madri della cultura greca, nonché del pensiero e della letteratura universali – da Saffo a Socrate, da Platone ad Aristofane a tanti altri – ci hanno lasciato per altro  testimonianze perenni. Parlo di capolavori eterni, che però vennero originariamente concepiti e recepiti nella cornice quotidiana di splendide città e anfiteatri. E permettetemi di sottolineare, con tutto l’orgoglio di un vecchio uomo di spettacolo, che un tratto caratteristico della cultura greca fu proprio la sua dimensione pubblica, simboleggiata dal teatro.

    Non a caso fu per effetto dell’onda culturale ellenistica che – dalla Persia alla Tunisia da Epidauro ad Atene a Siracusa – nacquero teatri grandiosi, che potevano ospitare fino a sedicimila spettatori. Nasce di qui la robusta civiltà teatrale dell’Occidente, nasce di qui la capacità del teatro di motivare anche dopo il tramonto delle poleis greche ulteriori generazioni di artisti, e non tra i peggiori, che seppero proseguire su questa via. Di qui nacquero l’entusiasmo e la passione che condussero a edificare altri grandi anfiteatri – a Taormina e a Verona, a Pompei e ad Avenches – dove venivano rappresentate le commedie di un Plauto e di un Terenzio, e dove avevano luogo anche dispute su argomenti di pubblico interesse, agoni di poesia, vere e proprie olimpiadi dello spirito e dell’intelletto.

    Nelle egloghe di Virgilio, nelle liriche di Saffo, nei metri e nelle rime di non pochi letterati antichi ci restano testimonianze altissime tanto del sentimento amoroso quanto di invidiabile autonomia intellettuale.

    E poi? Cos’è successo, poi? Poi, fino a ieri o all’altro ieri, è successo che tanto l’uno quanto l’altra, tanto il sentimento quanto l’intelletto, ci sono stati interdetti per lunghi secoli: sia nell’ambito della vita quotidiana, sia in quello della letteratura e del teatro. Lo stesso si potrebbe affermare, in tempi più recenti, della radio, della televisione e del cinema, giacché – lasciatemelo dire a chiare lettere – è soprattutto di silenzio censorio, non d’altro, che sono fatti a tutt’oggi i nostri media.

    Parlo di un silenzio censorio che viene da lontano; che inizia con la traduzione biblica, la cosiddetta “Itala”, del 195 d.C. e poi, ancor di più, con la versione approntata da Girolamo nel 392; parlo di una attitudine censoria e repressiva che inizia insomma con la “cristianizzazione” dell’Occidente; parlo di un processo storico che sicuramente non ebbe luogo all’insegna del comandamento evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma che tutt’altrimenti recò in sé il segno curiale e romano di una chiesa ormai totalmente dominata dalla propria sete di potere.

    Durante tutta l’epoca tardo-antica e durante tutto il medioevo la chiesa ha letteralmente messo a ferro e a fuoco ogni libertà sessuale. Né, va detto, la pratica della tortura e del rogo cessarono con l’avvento della cosiddetta età umanistica o della cosiddetta età dei lumi. No, care amiche e cari amici, interdizione e persecuzione sempre: dal passato remoto fino al tempo presente.

    La chiesa oggi moltiplica ovunque i suoi appelli affinché tutte le persone di buona volontà servano la pace tramite lo strumento del perdono: “perdona il tuo nemico!” Il che mi pare un’istanza in sé condivisibile. Ma alla chiesa stessa in duemila anni non sembra esser mai riuscito di dare seguito a questa sua istanza. Sicché si grida “pace pace”, ma la guerra continua. Perché? Forse perché la chiesa non osa mettere in questione alcuni pseudo-fondamenti sociali della propria dottrina. Ma anche per una certa incoerenza tra il piano delle parole e quello dei fatti.

     “Ama il prossimo tuo come te stesso” – il comandamento evangelico vale sì per tutti, ma, care amiche e cari amici, la chiesa sembra dimenticarsene quando si tratta di certe “minoranze” rispetto alle quali si rimane fermi alle giaculatorie di condanna: “Orsù, figliolo, tu devi... è proibito... è peccato grave!”

    Insieme al dito alzato, vagamente minaccioso, della morale tradizionale, resta in vigore il monito a non mai turbare il comune senso del pudore. Tanto più che ciò diffonderebbe solo insicurezza... Meglio, dunque, non parlarne, meglio imbavagliare, stroncare e sopire... Insomma, ecco a voi il tabù.

    Fortunatamente, anche all’interno della chiesa, aumenta il novero di religiose e religiosi – non necessariamente coinvolti nel nostro tema per vicende o travagli personali – cha hanno il coraggio e l’onestà di sostenere in santa coscienza una posizione diversa da quella ufficiale, anche al prezzo di venire a loro volta “silenziati”.

    La ragione di questo breve excursus storico è presto detta: ho voluto, con le mie parole, esemplificare che, nonostante tutto e dopo tutto, lottare serve, che lottare non è affatto una cosa inutile. Se così non fosse, pensiamo a noi per un istante, che ce ne siamo oggi qui riuniti in questa bella sala della città di Frauenfeld per celebrare un festival del cinema gay. Lo possiamo fare in quanto oggi noi rappresentiamo una minoranza combattiva e aggregante, capace di evolversi e di indurre all’evoluzione anche i nostri media. Noi oggi rappresentiamo una minoranza che non intende, né deve più, accettare qualunque prepotenza.

    Tutto questo è oggi possibile qui, nel Paese che ospita questo festival, la Svizzera – e ciò sia detto senz’ombra di vanità o boria nazionale – perché in questo Paese  durante lo scorso secolo e anche in quello precedente hanno vissuto persone – cito tra tutti Hösli, Meyer e von Knonau –  che seppero spendere la loro intelligenza nella lotta. E che, così facendo, seppero imprimere un impulso all’intera società, pur tra mille sofferenze e al prezzo di sacrifici pagati in prima persona: sofferenze e sacrifici di cui noi, care amiche e cari amici, oggi profittiamo.

    Da tutto ciò dobbiamo trarre motivo per proseguire – con mezzi pacifici – la nostra lotta. Con mezzi pacifici: perché non è con le battaglie campali o con le operazioni di guerra che si risolvono i problemi dell’umanità. Ogni giorno sperimentiamo questa semplice verità, sebbene l’orda militarista non intenda prenderne nota. Eppure, le conseguenze della guerra sono – oltre agli immani cumuli di macerie sotto gli occhi di tutti – immani cumuli di menzogne e paure, di squallori e miserie, immani cumuli di tormenti per la morte di persone care. E furiosi desideri di vendetta. Come non vedere che tutto ciò rischia di alimentare nuove spirali di odio, innescando, prima o poi, il tragico circolo vizioso di nuove guerre?

    A chi vorrebbe tacitarci dicendo che, però, le guerre ci sono sempre state, io rispondo: non lasciatevi incantare da queste parole, non lasciatevi chiudere la bocca, fate che la pace non sia un tabù!

    Ecco, bisogna lottare con la forza della ragione, impiegando le armi dell’onestà, della rettitudine e dell’intelligenza. E in tal senso le possibilità offerteci dai mezzi di comunicazione sembrano oggi varie e numerose quanto basta. Ricordiamoci che nella storia non sono mai mancati donne e uomini capaci di raccogliere la sfida della lotta per la libertà e l’emancipazione, anche quando ciò comportava il prezzo di incomparabili sacrifici.

    Quanti di loro sono andati incontro alla discriminazione sul lavoro? o alla disoccupazione? o al licenziamento? Quanti sono finiti in carcere? Quanti i morti in campo di concentramento? O i costretti alla fuga onde evitare la morte? Quanti vennero indotti alla disperazione e al suicidio? E quanti ancor oggi cercano riparo nella folla anonima delle grandi metropoli, abbandonando il paese in cui sono nati, essendo loro impossibile condurvi liberamente una esistenza minimamente serena?

    Vorrei ricordare Magnus Hischfeld, che fu autore di uno studio scientifico su questo speciale aspetto dell’urbanesimo e che fondò a Berlino un centro di accoglienza. Dovette riparare in Svizzera per evitare la camera a gas.

    Vorrei ricordare, in quegli stessi anni, l’attore e scrittore turgoviese Karl Meier, noto anche come “Rolf”, che portava avanti assieme al lavoro una coerente militanza antifascista nel cabaret Cornichon, e che fondò la rivista Kreis come pure l’omonimo centro di cultura, con vasta risonanza presso l’opinione pubblica di tutto il mondo libero.

    Rivoluzionarie e paradigmatiche furono, nel secondo dopoguerra, Rosa von Praunheim, regista di pellicole sfrontate e sconcertanti, il sempre malfamatissimo Rainer Fassbinder e un Pier Paolo Pasolini continuamente bersagliato da querele a causa dei suoi film sessuo-politici che avevano conquistato un vastissimo pubblico, seppure a mio avviso su un piano talvolta meramente voyeuristico.

    Per ciò che concerne la letteratura non tento nemmeno di fare un elenco di tutti quelli che, dopo Whitman e Wilde – da Gide a Cocteau, da Genet a Sartre a White e Baldini e Vidal e Monicelli e cento altri –, hanno contribuito a combattere il pregiudizio.

    Ma giunti sin qui, quel che mi preme è sottolineare un punto a mio avviso essenziale: care amiche e cari amici, nella vita non si hanno soltanto dei diritti. Ci sono anche i doveri. Sì, doveri, che chiedono di essere osservati con coscienziosità, verità e amore.

    In molti paesi del mondo il nostro festival non potrebbe avere luogo. In 35 nazioni vige la pena di morte. E durante l’anno 2001 le agenzie di stampa hanno dato notizia di ottantuno tra decapitazioni e lapidazioni di persone accusate di: “omosessualità”.

   Il cammino da compiere, come si vede, è ancor lungo. Perciò, se un festival cinematografico ci può ben apparire una goccia su una pietra rovente, non di meno lasciateci sperare che prima o poi, perseverando, anche questa goccia peserà, conterà, contribuirà ad alimentare una pianta fertile che porterà i suoi frutti.

    Per noi qui i frutti iniziano anzitutto dalla ricchezza emozionale che il cinema sa regalarci: nel pianto, nel riso e nella riflessione.

    Perciò, un grazie a tutti coloro che hanno dedicato le loro energie  all’organizzazione di questo Pink Apple Film Festival di Frauenfeld e che meritano di raccogliere pieno successo.

    Vi auguro di non mollare mai e di continuare sempre a combattere con intelligenza e con onestà.

    Grazie della vostra attenzione.

 

 

Un’iniziativa della “Fabbrica” 

Che Ettore sia con noi !!!

 Centenario di Cella-Dezza: appuntamento cinematografico a Zurigo, giovedì 12.9.2013, ore 20, al “Punto d’Incontro”, Josefstrasse 102

 di Mattia Lento

 A 100 anni dalla nascita di Ettore Cella-Dezza la “Fabbrica” di Zurigo ha deciso di ricordarlo e rendergli omaggio con due proiezioni presso il Punto d’Incontro (Josefstrasse 102).

    Il 12 settembre, giorno dell’anniversario, e il 9 dicembre verranno mostrati infatti Bäckerei Zürrer e Hinter den sieben Gleisen, due film del grande regista elvetico Kurt Früh, in cui Ettore interpreta i due personaggi ormai leggendari di papà Pizzani e del venditore di banane Colonna.

    La visione dei due film sarà l’occasione per vedere le immagini dell'Aussersihl alla fine degli anni ‘50, quell’“Ettores Chreis” che ha segnato la storia di una città e dei suoi migranti.

    Questa breve retrospettiva, inoltre, rendendo omaggio a uno dei più illustri simboli dell’integrazione straniera a Zurigo, vuole essere di buon auspicio per l’iniziativa cantonale del 22 settembre per il diritto di voto straniero a livello locale. Che Ettore sia con noi !!!

 

9.09.2013

Quantitative Easing

La politica della Fed manda in tilt le economie emergenti

 di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 Quest’anno alla riunione informale dei banchieri centrali di Jackson Hole nello Stato del Wyoming  di fine agosto è stata la defezione del governatore delle Federal Reserve Ben Bernanke a fare notizia.

    Bernanke non ha potuto presentarsi perché tutti avrebbero chiesto lumi sulle azioni future della Fed in merito al “Quantitative Easing” (QE).

    Si ricordi che l’anno scorso, invece, il governatore teorizzò con grande enfasi la “teoria di una nuova politica monetaria non convenzionale”. Subito dopo si è concretizzata negli Usa con la terza operazione di QE e l’immissione di 85 miliardi di dollari al mese per l’acquisto da parte della Fed di nuove obbligazioni del Tesoro e di altri titoli bancari meno solvibili quali i derivati asset-backed-security.

    Tale scelta non può durare all’infinito, perciò il problema è: come fermare le rotative della Fed? Con quali conseguenze? In Europa, pur pagando un prezzo salato, si è capito che i danni di una finanza drogata sono enormi e hanno inciso non poco sul debito pubblico.

    Dopo un anno di tanta nuova e facile liquidità i risultati anche per l’economia americana di fatto sono quasi nulli. Però vi sono molti effetti destabilizzanti generati soprattutto nei Paesi emergenti.

    La liquidità confluita dai Paesi occidentali ha stimolato il grande appetito del rischio. Si sono così create bolle immobiliari, sacche di crediti facili, speculazioni su monete e su commodity, su materie prime e prodotti agricoli.

    In pratica la politica del “Quantitative Easing” si è rivelata una trappola che ha spinto i tassi di interesse vicino allo zero e prodotto addirittura una perdita, al netto dell’inflazione, per i tradizionali investitori.

    Non sono pochi, infatti, coloro che, persino nella dirigenza del Federal Reserve System, sostengono che tale politica non ha aiutato la ripresa interna. Altri rappresentanti della Fed hanno però ricordato che la Fed fa soltanto gli interessi degli Usa e che gli altri Paesi dovrebbero prenderne atto.

    Quando a maggio Bernanke ha appena accennato alla possibilità di uscire dal QE, i mercati sono entrati subito in fibrillazione. E’ quello che succede ad un drogato che, prima lo si è tenuto “sotto controllo” aumentando la dose, e poi si decide di non fornirne più.

    Nelle economie emergenti l’aspettativa di un cambiamento della politica monetaria della Fed sta scatenando una fuga di capitali tanto che si parla di una “crisi d’estate” per Paesi come l’India, il Brasile, il Sud Africa, la Turchia e l’Indonesia.

    Dall’inizio dell’anno a oggi le loro monete hanno subito impressionanti svalutazioni che vanno dall’8% per la rupia dell’Indonesia, al 15% per quella dell’India fino al 20% per il real brasiliano.

    Sembra che i governi interessati stiano approntando azioni di difesa. In particolare il banchiere centrale del Brasile ha dovuto disertare Jackson Hole proprio per preparare un programma di emergenza di ben 60 miliardi di dollari a sostegno della valuta nazionale.

        Dall’inizio di maggio le riserve delle banche centrali dei Paesi emergenti hanno perso 81 miliardi di dollari a causa di fughe di capitali e per interventi di stabilizzazione dei mercati valutari. Anche i loro mercati azionari avrebbero perso 1 trilione di dollari!

    A Jackson Hole la stessa direttrice del Fmi Christine Legarde, riferendosi alle nuove crisi nelle economie emergenti, ha dovuto ammettere che “siamo in una nuova pericolosa fase che potrebbe far deragliare la fragile ripresa” e che le attuali riverberazioni sui mercati finanziari “potrebbero ritornare dove hanno avuto origine”, cioè negli Usa. 

    Non è una bella prospettiva, perciò sarebbe opportuno che in tempi brevi i governi del G20, non solo Obama, riflettessero seriamente sul “che fare” e agissero di conseguenza.

 

7.08.2013

L’alleanza produttiva tra Italia e Germania

 

Finalmente Italia e Germania cominciano a dialogare in modo serio sul come superare la crisi economica e la debilitante debolezza politica dell'Unione europea. E' tempo di mettere da parte stantii luoghi comuni, polemiche e pregiudizi.

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

L'occasione è stata offerta dal primo Forum economico italo-tedesco tenutosi recentemente a Francoforte.

    Come è stato evidenziato nell'incontro, nel 2012 la produzione industriale italiana si è ridotta del 7% e, contestualmente, anche le prospettive di crescita della Germania sono scese dal 3,6% allo 0,3%. Si ricordi che il 60% dell'export tedesco è orientato verso il mercato europeo e soltanto il 6% verso la Cina. In questo contesto gli scambi commerciali italo-tedeschi ammontano a 100 miliardi di euro.

    Perciò anche al Forum si è preso atto che se l'Italia e altre parti dell'Europa non vanno bene ne soffre anche la Germania. Ciò è stato esplicitamente sottolineato dal socialdemocratico Walter Steinmaier, l'ex ministro degli esteri della passata Grosse Koalition. Egli ha anche criticato la gestione della crisi economica basata soprattutto su politiche di austerità che ha determinato una crescita della disoccupazione in Europa fino a superare il livello di 25 milioni.

    La riflessione dell'importante uomo politico in verità si sta facendo strada in vari settori economici e tra diversi politici tedeschi per cui essa potrebbe influenzare anche le elezioni tedesche del prossimo settembre.

    In questo contesto il miglioramento delle relazioni economiche tra Italia e Germania diventerebbe fondamentale per le iniziative di ammodernamento del comparto industriale europeo, che naturalmente dovrebbe essere accompagnato dalla realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e da una seria lotta contro la disoccupazione giovanile.

    Durante il Forum sono state illustrate alcune valide esperienze tedesche che meriterebbero di essere attentamente valutate e magari anche applicate dall'Italia.

    Mentre in Italia il 35,5% dei giovani è disoccupato, in Germania non si va oltre l'8,1%. Tale differenza è dovuta a due decisioni strategiche adottate a Berlino: il blocco delle tendenze verso l'outsourcing delle capacità produttive e la realizzazione di un sistema educativo duale introdotto in Germania 10 anni fa.

    Questo programma, noto come "Agenda 2010", mirava all'aumento della produttività del lavoro attraverso una profonda riforma dell'istruzione legata allo sviluppo di un agile ed efficace apprendistato con il coinvolgimento dell'apparato industriale manifatturiero, degli enti locali e di altri soggetti sociali. Una prospettiva che si combinasse con la flessibilità del lavoro e con la riorganizzazione delle politiche sociali.

    La riforma tedesca funziona in questo modo: prima di terminare le scuole superiori, gli studenti vengono affiancati da tutor esperti che li aiutano a scegliere il loro percorso professionale mettendoli direttamente in contatto con il mercato del lavoro. Essi entrano così in un rapporto operativo con le imprese iniziando a lavorare con un contratto di apprendistato e ricevendo una adeguata istruzione professionale, vera, sempre in un rapporto proficuo con il sistema professionale statale.

    Così dei 900.000 giovani che ogni anno terminano gli studi superiori, ben 500.000 sperimentano simili contratti di lavoro e di training. Negli ultimi anni oltre 1,3 milioni di giovani hanno così trovato un lavoro stabile nelle industrie tedesche.

    Il Forum infine ha ricordato la storia millenaria dei rapporti commerciali e culturali italo-tedeschi, sottolineando che l'alleanza produttiva tra i due Paesi ha anche un valore simbolico. Essa dovrebbe, perciò, diventare il fulcro per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell'intera Europa, sconfiggendo definitivamente le anacronistiche chiusure e le competizioni campanilistiche.

    Al riguardo la proposta del citato esponente politico tedesco circa la concreta possibilità di creare 500.000 nuovi posti di lavoro in Europa nei prossimi 3 anni non è utopistica ed è condivisibile.

 

 

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Cassazione: emarginazione sul lavoro equivale a lesioni

 

Importante sentenza della Cassazione in materia di lavoro. La suprema corte ha infatti stabilito che l'emarginazione sul posto di lavoro, seguita da vessazioni, può essere risarcita alla stregua delle lesioni. Lo ha sottolineato la sesta sezione penale, disponendo un nuovo esame – in sede civile - della vicenda di un funzionario della filiale di Milano della Bnl, S.C., vittima di una serie di vessazioni sul posto di lavoro tali da determinare una incapacità lavorativa superiore ad un mese. Ad un certo punto, il funzionario di banca, come registra la sentenza di piazza Cavour, era stato emarginato e messo in una stanza angusta.

    La corte d'appello di Milano, nell'ottobre 2012, aveva detto al funzionario che non c'erano gli estremi dei maltrattamenti. Lui ha fatto ricorso in Cassazione e ora ha ottenuto soddisfazione. In particolare, la Suprema Corte, disponendo un nuovo esame davanti alla Corte d'appello civile di Milano, ha osservato che "le lesioni" da risarcire "sono consistite nel disturbo dell'adattamento e nella reazione depressiva prolungata da problemi sul lavoro". La lesione, tecnicamente, si chiama danno 'da straining'.

   

7.01.2013

Pacchetto lavoro: 1,5 miliardi per giovani, over 50 e disoccupati

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

 

Via libera del Cdm al pacchetto lavoro. Il governo Letta ha varato un decreto che prevede incentivi per chi assume a tempo indeterminato i giovani, agevolazioni per i soggetti con più di cinquant'anni di età, disoccupati da oltre dodici mesi e disabili. Per questi provvedimenti sono stati complessivamente stanziati 1,5 miliardi di euro. Incentivi per giovani, ultracinquantenni, disoccupati da oltre 12 mesi e disabili. Detassazione e fino a 650 euro al mese per chi assume a tempo indeterminato gli under 30 e mini-assegno agli studenti per il tirocinio. Ecco cosa prevede il dl.

L'incentivo è istituito in via sperimentale ed è destinato ai giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni. L'incentivo, si legge nel decreto, verrà corrisposto "per un periodo di 12 mesi ed entro i limiti di 650 euro mensili per lavoratore nel caso di trasformazione a tempo indeterminato". Per poterne usufruire i giovani devono rientrare in queste condizioni: essere privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; essere privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, vivano soli con una o più persone a carico.

    Il bonus viene creato, si legge, "al fine di promuovere forme di occupazione stabile di giovani" e "in attesa dell'adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020". L'assunzione a tempo indeterminato di giovani tra 18 e 29 anni determina tra l'altro, “l'azzeramento totale dei contributi per i primi 18 mesi' e per “12 mesi” nei casi di trasformazione in tempo indeterminato.

    Le risorse, in attesa dell'adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020, ammontano complessivamente a 800 milioni di euro. Le assunzioni a valere sulle risorse stanziate dal decreto "devono comportare un incremento occupazionale netto e devono essere effettuate a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto e non oltre il 30 giugno 2015", si legge nella bozza entrata in Cdm.

    Le risorse ammontano per il Mezzogiorno a 100 milioni per il 2013, 150 per il 2014, 150 per il 2015, 100 per il 2016. Per le altre Regioni 48 per il 2013, 98 per il 2014, 98 per il 2015, 50 per il 2016. L'importo complessivo destinato all'occupazione ammonterebbero a 1,5 miliardi.

    L'incentivo è pari al 33% della retribuzione mensile lorda complessiva, per un periodo di 18 mesi, ed è corrisposto unicamente mediante conguaglio nelle denunce contributive mensili del periodo di riferimento, fatte salve le diverse regole vigenti per il versamento dei contributi in agricoltura. Il valore mensile dell'incentivo non può comunque superare l'importo di 650 euro per lavoratore.

    L'Inps provvederà al monitoraggio della spesa per la stabilizzazione dei giovani prevista dal decreto lavoro, inviando relazioni trimestrali al ministero del Lavoro e a quello dell'Economia.  "In caso di insufficienza delle risorse - si legge nel documento - l'Inps ne fornisce immediata comunicazione ed esaurisce le domande privilegiando quelle con data di assunzione più risalente". Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione, l'Inps adeguerà le proprie procedure informatizzate allo scopo di ricevere le dichiarazioni telematiche di ammissione all'incentivo e di consentire la fruizione dell'incentivo stesso. Entro il medesimo termine l'Inps, con propria circolare, disciplinerà le modalità attuative dell'incentivo.

    Non solo giovani. Il dl sul lavoro prevede agevolazioni anche per i soggetti con più di cinquant'anni di età, disoccupati da oltre dodici mesi. In particolare, si legge nel provvedimento, in via sperimentale per gli anni 2013, 2014 e 2015 è istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un fondo con dotazione di 2 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2013, 2014, 2015, volto a consentire alle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, "di corrispondere le indennità per la partecipazione ai tirocini formativi".

    Nel pacchetto lavoro, poi, ci sono  incentivi per quegli imprenditori che assumono lavoratori disoccupati in Aspi. L'incentivo alle imprese sarà finanziato con la quota parte  dell'Aspi non utilizzato dal lavoratore assunto a tempo indeterminato. Saranno inoltre estese ai co.co.pro e alle  altre categorie dei lavoratori le norme contro le dimissioni in bianco.

    Ad ogni studente universitario che abbia concluso gli esami, abbia una buona media e rientri sotto una soglia del redditometro, tra l'altro, lo Stato potrebbe riconoscere una specie di mini-assegno di 200 euro al mese qualora svolga un tirocinio della durata minima di 3 mesi con enti pubblici o privati.

    Il Governo ha stanziato infine 22 milioni di euro per incentivi all'assunzione di disabili.

 

IPSE DIXIT

Sette punti sul Pil - «Vedere una piazza piena di lavoratori appartenenti alle maggiori confederazioni sindacali... è un buon segno per l’intera società… La marcia in ordine sparso dei sindacati italiani, durata un decennio, è costata cara ai lavoratori e all’intera economia. Lo attestano sia i dati sia molte diagnosi sugli effetti della crisi nel nostro Paese. Fra il 1990 e il 2009 la quota salari sul Pil si è ridotta di quasi il 7 per cento in Italia, ma solo del 5 in Germania, del 4 nel Regno Unito, e meno del 3 in Francia. I sette punti in meno per il lavoro, che in moneta corrente valgono oltre 110 miliardi, sono andati ai profitti e alle rendite. Ma non si sono affatto trasformati in investimenti produttivi.» – Luciano Gallino