5.23.2013

Istat, l'Italia del lavoro è in ginocchio

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Secondo l'Istituto di statistica, disoccupati e scoraggiati toccano quota 6 milioni. Boom dei neet, e per chi lavora aumenta il part time non volontario e il precariato. Si allunga la durata della disoccupazione e 15 mln di italiani sono in difficoltà

 

L'Italia del lavoro è in ginocchio. Disoccupati, precari e sfiduciati sono ormai la maggioranza nel paese. Lo dice chiaramente il rapporto annuale Istat.

    Le persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo, afferma l'Istituto di statistica sono quasi 6 milioni, se ai 2,74 milioni di disoccupati si sommano i 3,08 milioni di persone che si dichiarano disposte a lavorare anche se non cercano (tra loro gli scoraggiati), oppure sono alla ricerca di lavoro ma non immediatamente disponibili.

    Il calo dell'occupazione si accompagna a una polarizzazione delle tipologie contrattuali. Il lavoro standard, cioè quello a tempo indeterminato full time, continua a diminuire (-5,3% dal 2008 equivalente a 950mila unità e -2,3% nell'ultimo anno pari a -410mila unità), soprattutto per le fasce di età fino ai 49 anni.

    Secondo l'Istituto di statistica, l'Italia, tra l'altro, ha 'la quota più alta d'Europa' di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet, arrivati a 2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro. Basti pensare che in un solo anno sono aumentati di quasi 100 mila unita'.

    Aumentano invece l'occupazione part time a tempo indeterminato (+16,4% pari a 425mila unità dal 2008; +9,1% nel 2012 pari a 253mila unità) e quella atipica, ossia a tempo determinato e collaboratori (0,7% in più dal 2008 equivalente a 20mila unità; +3,3% pari a 89mila unità nel 2012).

    Per di più, si allunga la durata della disoccupazione. Le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi sono aumentate dal 2008 di 675mila unità, riferisce l'Istat nel suo rapporto annuale, e rappresentano nel 2012 il 53% del totale contro una media Ue a 27 del 44,4%. La durata media della ricerca è pari nel 2012 a 21 mesi (15 mesi nel Nord e 27 mesi nel Mezzogiorno) e arriva ai 30 mesi per chi è in cerca di prima occupazione.

    La situazione è critica soprattutto per i giovani. Solo il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani lavora entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione. E' quanto emerge dal Rapporto annuale dell'Istat nel quale si ricorda che l'obiettivo europeo nel 2020 e' fissato all'82% mentre il valore medio europeo dell'indicatore nel 2011 e' stato pari al 77,2%. In Italia, l'indicatore e' al 57,6% quasi 20 punti percentuali in meno.

    La conseguenza è che sono ormai quasi 15 milioni a fine 2012 gli individui in condizione di deprivazione o disagio economico, circa il 25% della popolazione (40% al Sud). Nel rapporto Istat cui si sottolinea che in grave disagio sono invece 8,6 milioni di persone, cioè il 14,3%, con un'incidenza più che raddoppiata in 2 anni (6,9% nel 2010).

       

 

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

Cgia, perse 85mila imprese

di artigiani e commercianti

 

La crisi ha colpito duramente anche i lavoratori autonomi. Dal suo inizio (gennaio 2008) a oggi (l'ultimo dato disponibile è riferito a marzo 2013) abbiamo perso quasi 85.500 unità imprenditoriali costituite da artigiani e da piccoli commercianti.

    I numeri sono stati elaborati dalla Cgia di Mestre su dati Infocamere-Movimprese.

    Se all'inizio della recessione questi due settori contavano, complessivamente, quasi 2.369 mila aziende, cinque anni dopo si sono attestate poco sopra i 2.283 mila unità.

    Tra gli artigiani, in particolare, si è registrata una vera e propria ecatombe: delle 85.500 imprese che non ci sono più ben 77.670 (pari al 90,9%) erano artigianali. Nell'ultimo trimestre la moria è aumentata ancora: tra il 31 dicembre dell'anno scorso e il 31 marzo di quest'anno ci ritroviamo con 27.800 imprese in meno.

        

 

Economia

 

La paura fa novanta!

 

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

 

I due economisti americani, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, rispettivamente dell’università di Harvard e dell’università del Maryland, con i loro studi hanno spesso fornito l’alibi “scientifico” a politiche economiche e finanziarie restrittive che hanno provocato effetti negativi dirompenti in molti Paesi, compreso l’Italia 

    Recentemente sono venuti alla ribalta per una loro teoria, secondo cui il rapporto debito pubblico/pil al 90% rappresenta il limite massimo oltre il quale inizia il crollo della crescita economica di un Paese. Essa non solo è errata ma si è dimostrato che è il frutto di grossolane manipolazioni statistiche.

    Nel frattempo però la citata “quota novanta” è diventata il vangelo in molti centri politici europei, a cominciare da Berlino e dalla Commissione europea di Bruxelles.

    Come è sempre stato anche con i responsi delle agenzie di rating, tutti gli oracoli negativi e le terapie depressive originati negli Usa trovano una supina applicazione in Europa! Forse tanta evidente sudditanza meriterebbe una qualche terapia psicoanalitica.

    Da anni, soprattutto nel vortice della crisi dell’euro e della destabilizzazione della stessa Ue, le politiche di austerità e di taglio di bilancio imposte ai Paesi europei più indebitati e più deboli sono state giustificate anche con la “teoria del 90%”.

    Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble nel suo intervento al Parlamento tedesco lo scorso 6 settembre 2011, citava i due economisti americani per sostenere le sue tesi rigoriste. Appena poche settimane fa lo stesso Olli  Rehn, commissario europeo per l’Economia, ha utilizzato gli stessi argomenti per auspicare la politica di ferrea austerità.

    Per fortuna molti, anche in Germania, si stanno rendendo conto che simili politiche imposte ai Paesi del Sud Europa stanno riverberando effetti negativi sull’economia tedesca, a partire dal settore auto. Infatti le esportazioni tedesche di automobili di piccola e media cilindrata, solitamente acquistate dalle fasce della popolazione lavorativa dei Paesi mediterranei, sono crollate imponendo anche lì il ricorso alla cassa integrazione in diverse fabbriche.

    E’ evidente l’errore dei due economisti succitati. La verità è che quando la crescita si ferma, parte l’aumento del debito pubblico. Lo sforzo perciò dovrebbe essere quello di individuare le migliori proposte per sostenere gli investimenti e la ripresa produttiva.

    In verità il duo Rogoff-Reinhart  elaborò subito dopo lo scoppio della grande crisi un'altra teoria meccanicistica, quella dell’ “inflazione controllata”. Sostenevano che per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta» ci vuole la spinta di una moderata e controllata inflazione del 4-6 % annuo per diversi anni.

    Tale teoria venne subito stoppata dalla Germania, memore della devastante inflazione nel periodo della Repubblica di Weimar. Con l’inflazione non si scherza in quanto è un processo facilmente programmabile al computer ma difficilmente controllabile nella realtà.

    Ci auguriamo che i fallimenti di simili teorie riportino l’Europa verso la vecchia ma solida economia sociale di mercato che nei decenni passati è stata determinante nella costruzione di uno sviluppo sociale ed economico più stabile e più equilibrato.

 

5.10.2013

Malamente, come la Fed

Anche la Bce vuol comprare titoli tossici per gonfiare di liquidità il sistema. Ma è proprio vero che l'economia americana sia uscita dalla palude della recessione mentre quella del Vecchio Continente continua sulla strada della depressione economica?

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista



Gli Usa sono ai livelli minimi di disoccupazione dal 2008 con un tasso del 7,5% e l'Europa della zona euro invece è ai massimi con il 12,1%. Questi dati sembrano per certi versi sorprendenti e anche molto provocatori.

Ma è proprio vero che l'economia americana sia uscita dalla palude della recessione mentre quella del Vecchio Continente continua sulla strada della depressione economica?

Se è così, dov'è la "magia americana" che noi europei non siamo capaci di replicare?

Noi riteniamo che quanto sta accadendo negli Usa possa rivelarsi un "grande bluff". Certo c'è un'effimera e momentanea ripresa "drogata" dalla liquidità creata a piene mani dalla Federal Reserve. Dopo le enormi immissioni di liquidità fatte a seguito del crollo bancario, dallo scorso settembre la Fed sta, infatti, immettendo sul mercato 85 miliardi di dollari ogni mese. Cioè 1.000 miliardi all'anno!

E' una cifra enorme di cui una parte viene destinata all'acquisto di titoli, come dei derivati asset-backed-security in gran parte speculativi, a giovamento dei bilanci delle banche. Si ricordi che i citati abs sono obbligazioni emesse sulla base di altri titoli di debito ben "impachettati" e piazzati sul mercato con la garanzia della solvibilità dei titoli sottostanti. Essi fungono da moltiplicatori di credito e furono anche causa della bolla che provocò il crollo finanziario.

Un'altra parte viene utilizzata per l'acquisto di obbligazioni del Tesoro al fine di coprire i nuovi debiti del governo fatti per finanziare spese pubbliche e investimenti. Così si sostengono i livelli di consumo delle famiglie e naturalmente si creano anche dei posti di lavoro, in gran parte precario.

Recentemente il Federal Open Market Committee, l'organismo di politica monetaria della Fed, ha ribadito la scelta di continuare senza esitazione anche per il futuro con tale "politica monetaria accomodante" se fosse necessario.

In pratica è la liquidità del cosiddetto "quantitative easing" che, a nostro avviso, rischia di destabilizzare l'intero sistema economico e monetario internazionale scaricando sul resto del mondo i suoi effetti inflazionistici di medio periodo. Ma oggi a Washington questo non interessa: preme di più sfruttare gli effetti "cosmetici" immediati. I danni saranno spalmatati domani su tutte le economie del pianeta!

Sulla scia degli Usa anche l'Inghilterra e il Giappone stanno creando liquidità nello stesso modo. L'Unione europea, invece, non può farlo perché i meccanismi della Bce non lo permettono.

A Bratislava nella sua ultima conferenza stampa Mario Draghi, oltre ad annunciare la riduzione del tasso di sconto allo 0,5%, ha lasciato intendere un certo malumore per il fatto che la Fed utilizzi le rotative, cosa che non è consentita alla Bce.

Ha fatto notare la differenza tra il mercato Usa e quello dell'Europa nella creazione del credito. Nel primo l'80% dell'intermediazione finanziaria passa attraverso il mercato mentre nel secondo essa passa attraverso il sistema bancario.

Perciò in una situazione di credit crunch, come quella attuale in Europa e soprattutto in Italia, quando le banche chiudono i rubinetti, tutto si blocca.

Si ricordi inoltre che, a differenza della Fed, alla Bce non è permesso l'acquisto di titoli di Stato né tanto meno di intervenire per stabilizzare i bilanci delle banche.

Draghi ha annunciato che sta studiando per superare tali limiti per poter acquistare ABS immettendo nuova liquidità nel sistema. Consapevole dei rischi insiti in tali titoli ha assicurato che saranno scelti gli ABS "buoni" e non quelli tossici.

In definitiva, risulta evidente che i vari approcci e negli Usa e in Europa e nel resto del mondo ricalcano i paradigmi del vecchio sistema finanziario fallimentare. Si propongono soluzioni di stampo monetarista e si continua a credere nelle meraviglie di un dio-mercato.

Proseguire su questa strada significa abbandonare ogni speranza di una globale e condivisa riforma del sistema e tanto meno di realizzare una nuova Bretton Woods.

5.04.2013

Perugia, Primo maggio 2013 La riunificazione del mondo del lavoro

I sindacati uniti contro la crisi, dopo anni di fratture e divisioni. Camusso: "Le grandi conquiste sono state sempre fatte da un movimento dei lavoratori unito per cambiare la storia. Abbiamo diritto a un futuro migliore, e lo costruiremo"



di Davide Orecchio



"Senza il lavoro il Paese muore, e questo Paese non può morire". Si può sintetizzare in questa formula drammatica lanciata da Susanna Camusso a Perugia, dal palco della manifestazione nazionale di Cgil Cisl e Uil, il senso di questo Primo Maggio 2013. Forse la festa più difficile dei lavoratori italiani da molti decenni, al sesto anno di crisi, senza certezze e con poche speranze. Ma i sindacati hanno voluto lanciare un messaggio di ottimismo, denunciando di avere un "obbligo confederale" all'ottimismo, alla ricostruzione del mondo del lavoro. E l'hanno fatto a partire da una rinnovata unità, sancita dal cammino comune che li porterà a Roma il 22 giugno per una manifestazione nazionale per il lavoro, simbolo che lunghi anni di fratture e divisione sono forse alle spalle.

'Priorità lavoro': con questo slogan i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti sono intervenuti a Perugia per la manifestazione nazionale del Primo maggio. Festa dei lavoratori che i tre sindacati confederali quest'anno hanno deciso di celebrare nella città umbra teatro, all'inizio dello scorso marzo dell'omicidio di due impiegate della Regione uccise da un imprenditore che, poi, si e' suicidato. Un episodio divenuto simbolo, per Cgil, Cisl e Uil, della necessita' di restituire centralità al lavoro. Il corteo ha attraversato Perugia accompagnato dagli striscioni e dalle bandiere dei tre sindacati, rosse, verdi e blu. 'Primo maggio Umbria 2013' con su entrambi i lati lo slogan 'priorita' lavoro' è lo striscione che apre il corteo. A seguire, tra gli altri, quelli delle diverse categorie. In piazza anche alcuni rappresentanti degli artigiani con le magliette e le bandiere Cna Umbria.

Il Primo Maggio "può essere una festa amara - ha detto Luigi Angeletti dal palco -, e purtroppo lo festeggiamo immersi in molti problemi e in alcune gravi tragedie. Siamo qui per ricordare due persone, due lavoratrici vittime di un atto criminale e folle, morte lavorando". "Le persone che lavorano fanno funzionare questo paese - prosegue il leader Uil -. C'è sempre qualcuno che lavora, se noi possiamo avere beni e servizi. I tre milioni di disoccupati in Italia, però, non sono il frutto di una generica crisi mondiale, contro cui non possiamo far niente, perché l'Italia è l'unico paese Ocse in recessione. Ci sono responsabilità che attengono alle scelte di politica economica che sono state fatte in questo paese". Un paese, dice Angeletti, che "affonderà se non risolverà il problema del lavoro. Questo goperno si è formato solo grazie al patriottismo del presidente della Repubblica, un grande italiano oltre che un grande presidente, che ha segnalato il bisogno di un governo che ponga il problema del lavoro al centro della sua azione".

Ma per Angeletti "ci sono delle priorità. Il governo deve prima rispettare i patti: finanziare cig e cig in deroga. Seconda questione: ridurre le tasse sul lavoro. Siamo favorevoli alla riduzione dell'Imu sulla prima casa. Ma ogni euro disponibile deve essere finalizzato a ridurre la tasse sul lavoro e a favorire la stabilizzazione del lavoro giovanile. I programmi del governo sono condivisibili - conclude Angeletti -, ma si devono tradurre nel giro di poche settimane in decisioni, in scelte".

"Siamo qui per i disoccupati, e sono molti, e perché vogliamo ricordare che c'è tanto da fare per gli esodati, per i cassintegrati": così il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Il lavoro "è al centro. Senza lavoro una persona non ha dignità, non ha libertà, non ha la possibilità di sostenersi e sostenere la propria famiglia". E' "l'unica cosa - prosegue Bonanni - che può curare queste malattie".

"Le classi dirigenti - dice Bonanni - devono occuparsi dell'economia. Senza una buona economia avremo disoccupazione, cassintengrati, più povertà. Il governo ha lanciato segnali interessanti, ma li vogliamo verificare alla luce del sole". Per Bonanni "le famiglie sono caricate come muli, non reggono più il carico fiscale nazionale che non ha precedenti nella storia d'Italia e d'Europa. Chiediamo che le tasse sul lavoro siano ridotte notevolmente. E il reato di evasione fiscale dev'essere un reato penale".

"Letta chiarisca un aspetto - prosegue il leader Cisl -: quando parla di riforme istituzionali, l'Italia ha una selva di amministrazioni e istituzioni che sono la causa di tante tasse che paghiamo e dell'immobilismo che c'è. I dipendenti pubblici sono stati offesi per coprire le brutture che avvengono in queste istituzioni". Inoltre "dobbiamo rilanciare l'industria, l'unica occasione per avere occupazione" Per farlo "il governo deve avere coraggio. L'Italia si salva se tutti si impegneranno per salvarla. Serve un nuovo clima - afferma Bonanni -, un'energia nuova popolare che dia forza a coloro che vogliono spendersi con coraggio per risolvere i problemi del Paese. L'italia dev'essere percorsa da uno spirito nuovo di servizio, come dice papa Francesco: il servizio è potere. Dobbiamo realizzare un potere liberante".

"Festeggiamo il Primo Maggio nella straordinaria difficoltà di un Paese dove manca il lavoro - esordisce Susanna Camusso -. A tutti quelli che ci chiedono: ma che senso ha festeggiare, rispondiamo: per ricordarvi che senza il lavoro questo Paese muore, e questo Paese non deve morire. Ma il lavoro non basta. Dev'essere un lavoro dignitoso, che abbia diritti. Dall'inizio dell'anno sono morte 145 persone sui luoghi di lavoro. Nei luoghi di lavoro non c'è abbastanza attenzione alla sicurezza delle persone: è un impegno per noi, perché è evidente che dobbiamo fare di più. Ma Se si muore è anche perché si è favorita la precarietà, la paura, la competizione terribile che rende le persone oggetti e non soggetti".

Camusso ricorda che il lavoro deve tornare al centro della politica. "Il nostro obiettivo è quello di redistribuire il reddito di questo paese". "È la disoccupazione il vero male di questo paese". Al governo Camusso dice con chiarezza: "guardate che la risposta su ammortizzatori sociali e esodati significa ricostruire il patto di fiducia con i lavoratori e le lavoratrici".

"È un Primo Maggio all'insegna di tanti problemi - prosegue la leader Cgil -, ma anche bello perché Cgil Cisl e Uil si presentano in tutte le piazze d'Italia con una piattaforma unitaria. Abbiamo alle spalle tante ferite, ma le persone ragionevoli curano le ferite perché sappiamo che al lavoro bisogna dare risposte: ora, non tra qualche tempo". Riferendosi all'accordo sulla rappresentanza: "Noi ci mettiamo alla prova: misuriamo chi siamo, quanti iscritti abbiamo e quanto contiamo. La democrazia c'è, se l'esigibilità degli accordi è data dal voto dei lavoratori insieme alle organizzazioni sindacali".

Poi un altro messaggio al governo Letta: "I titoli non bastano, non bastano gli annunci e le promesse. Vorremmo vedere provvedimenti concreti, e sapere che per ognuno di quei provvedimenti non ci sono nuovi tagli a servizi e pensioni o addizionali nelle tasse. Bisogna fare un'operazione vera di redistribuzione". Camusso ricorda che "sono stati 6 anni di crisi e ferite: è difficile ricostruire il filo dell'ottimismo, della speranza, della fiducia. Ma tutti noi sindacati non possiamo non avere l'idea che l'ottimismo ci possa essere. Bisogna ricostruire i fili della solidarietà. Il mondo del lavoro non può essere tutti contro tutti. La riunificazione del mondo del lavoro: è in questo che c'è l'idea della mobilitazione di Cgil Cisl e Uil che culminerà nella manifestazione del 22 giugno a Roma. Dobbiamo ricostruire quei fili. Il messaggio vero di questo Primo Maggio: non vogliamo più dividerci, abbiamo un obiettivo comune, che questo Paese ricominci a costruire lavoro. Le grandi conquiste sono state sempre fatte da un movimento dei lavoratori unito - conclude Camusso -, per cambiare la storia, abbiamo diritto a un futuro migliore, e lo costruiremo".

4.18.2013

Crisi: Italcementi taglia nove stabilimenti in Italia

LAVORO E DIRITTI

a cura di www.rassegna.it

 

 

Il gruppo ridurrà da 17 a 8 gli stabilimenti produttivi. Lo ha annunciato il direttore generale del gruppo Giovanni Ferrario durante l'assemblea degli azionisti a Bergamo. "La domanda si è allineata ai livelli della fine degli anni Sessanta"

 

Italcementi ridurrà a breve da 17 a 8 gli stabilimenti produttivi in Italia. Lo ha annunciato il direttore generale del gruppo Giovanni Ferrario durante l'assemblea degli azionisti in svolgimento a Bergamo.

    In generale il piano di razionalizzazione dei costi prevede 'efficienze per 110 milioni: il piano continua e stiamo aumentando rispetto agli obiettivi che ci siamo dati', ha concluso Ferrario.

    La giustificaziona a questa scelta l'ha fornita la stessa Italcementi durante l'assemblea. "Il mercato italiano del cemento continua ad essere caratterizzato da una sovracapacità produttiva rispetto ad una domanda che si è allineata ai livelli della fine degli anni Sessanta', affermano i vertici del grupppo in una lettera agli stake holder distribuita in avvio dell'assemblea del gruppo che ratifica il bilancio 2012. 

    "L'anno scorso le aspettative di un'inversione della tendenza negativa che aveva caratterizzato il settore delle costruzioni a partire dal 2008 -hanno  affermato il presidente di Italcementi, Giampiero Pesenti, e il figlio Carlo, consigliere delegato - si sono allontanate a causa dell'aggravarsi dello scenario congiunturale, soprattutto in Europa, in alcuni fasi entrato in una fase di recessione, spostando l'attesa di segnali concreti di ripresa sono nel prossimo futuro".

    A fronte di questa nuova realtà, “che si prevede non possa più tornare agli elevati livelli pre-crisi”, si legge ancora nel testo da Italcementi "è stato avviato un intervento con l'obiettivo di razionalizzare l'apparato industriale e distributivo nazionale, senza per questo ridurre le quote di mercato: il gruppo con il rigoroso controllo della gestione finanziaria continuerà una politica di mantenimento dell'indebitamento netto entro i prudenziali limiti che da sempre  caratterizzano il profilo della società".

    Il 2013 - prosegue la lettera dei vertici agli azionisti – “inaugura la completa integrazione nella relazione finanziaria annuale della relazione sulla sostenibilita' e le strategie e le azioni intraprese quest'anno, pur a fronte di una volatilità che contraddistingue l'evoluzione dello scenario macroeconomico mondiale, determineranno per il gruppo nuove sfide e un impegno ancora maggiore affinche' la nostra attivita' possa generare valore condiviso per tutti gli stake-holders”, concludono Giampiero e Carlo Pesenti.

 

Verrà l'ora di un'economia più sobria

Le idee

  

L'economia che uscirà dalla crisi non può essere la stessa che vi è entrata. Dovrà tener conto di nuovi vincoli: il risparmio di risorse ed energia, la riduzione delle emissioni. Da domani, giovedì 18 aprile, sarà in libreria Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi, di Giulio Marcon e Mario Pianta (Laterza, 2013, 190 pp., 12 euro). Di seguito un’anticipazione sul nuovo modello di sviluppo.

 

di Giulio Marcon e Mario Pianta

www.giuliomarcon.it, www.novesudieci.org

 L’economia che uscirà dalla crisi italiana non può essere la stessa che vi è entrata: il che cosa e come si produce deve tener conto di nuovi vincoli - il risparmio di risorse ed energia, la riduzione delle emissioni – e delle opportunità che si aprono in un’economia verde: la riconversione di tecnologie e produzioni, l’uso dei saperi, le risposte a bisogni più sobrii e diversificati.

    Un'economia sostenibile apre nuove frontiere di produzioni e consumi in grado di creare occasioni per le imprese e nuovi posti di lavoro. Occorre riconvertire nel segno della sostenibilità le produzioni energetiche, le forme e la modalità della mobilità, l'agricoltura, fino anche alla siderurgia, la chimica o all'industria delle costruzioni. La sostenibilità ambientale non è dunque un settore tra gli altri di un'economia diversa, ma è il modo in cui l'economia può riconvertirsi e indirizzarsi verso un modello di sviluppo alternativo. I cambiamenti climatici, l'esaurimento delle fonti fossili e di molte materie prime, l'insostenibilità dell'estensione del livello di consumi occidentale a tutto il pianeta, la continua espansione demografica: questi ed altri processi ci impongono di cambiare rotta.

    Non si tratta di aprire un nuovo business, quello della green economy, ma di cambiare radicalmente modo di pensare, di produrre, di consumare e con esso i nostri stili di vita e i comportamenti quotidiani. La sostenibilità ambientale è alternativa ai progetti di grandi opere come la Tav, il Ponte sullo Stretto, il ritorno al nucleare - fortunatamente evitato con il referendum del 2011 - la moltiplicazione di inceneritori e rigassificatori, la cementificazione del territorio, il sostegno all'industria dell'automobile e alla lobby degli autotrasportatori attraverso gli incentivi fiscali sull'acquisto del gasolio.

    Le alternative di un'economia diversa, ecologicamente sostenibile, si devono confrontare con le scelte strategiche di un diverso modello di sviluppo dove il cosa produrre e il cosa consumare diventano la sfida di un nuovo paradigma, che mette al centro la qualità dello sviluppo. L’epoca della rapida crescita quantitativa del Pil è davvero finita. Perfino l’ottimistico scenario di lungo termine dell'Ocse per l'Italia non va oltre un’ipotetica crescita media dell'1,4% del Pil fino al 2060, con una sostanziale stagnazione rispetto ai livelli pre-crisi e un arretramento rispetto al rapido sviluppo delle economie emergenti di Asia e America latina. L’Italia – e l’Europa – deve progettare un nuovo modello di sviluppo che metta al centro la qualità della crescita, la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale. Le politiche vanno ridisegnate sulla base di questi obiettivi, tenendo conto delle misure di progresso alternative al Pil.

    L’economia del dopo-crisi dovrà essere basata su prodotti, servizi, processi e modelli organizzativi capaci di utilizzare meno energia, risorse naturali e territorio e di avere effetti minori sugli ecosistemi e sul clima. Tutto questo si è già tradotto in impegni internazionali del nostro paese: al G8 dell’Aquila del 2009 l’Italia ha promesso di ridurre dell’80% (rispetto ai valori del 1990) entro il 2050 le emissioni di gas – come l’anidride carbonica - che alimentano il riscaldamento del pianeta, ma finora le politiche non hanno dato seguito a questi obiettivi. Sono ormai molte le elaborazioni su come realizzare, nei diversi ambiti, i cambiamenti necessari per una maggior sostenibilità: riassumiamo qui alcune misure concrete.

    Energia: meno consumi, più rinnovabili - Il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti rinnovabili sono due pilastri del nuovo sviluppo. A livello europeo si può fissare l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al 100% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Nel 2011 l’Italia ha installato il 28% dei pannelli fotovoltaici di tutto il mondo, un esempio di successo delle politiche di incentivo che erano state introdotte dal governo Prodi. L’efficienza energetica può crescere molto, anche con gli incentivi presenti in Italia per l’isolamento termico degli edifici.

    Si può introdurre un piano nazionale per l’efficienza energetica nella pubblica amministrazione e l'abbattimento dell’Iva per l’installazione del solare termico e la detrazione dalla dichiarazione dei redditi delle spese effettuate per l’installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda sanitaria. E' poi necessario estendere a tutte le fonti rinnovabili il meccanismo del conto energia previsto dalla legge 387/2003, oggi applicato solo al solare fotovoltaico, differenziando la tariffa incentivante a seconda della fonte, della taglia, della tecnologia e della qualità ambientale. E' necessario prevedere il divieto della produzione e vendita di motori elettrici ad efficienza 2 e 3 e dei frigoriferi di classe B e l'aumento degli obiettivi obbligatori di efficienza energetica a carico dei distributori di energia elettrica e gas per l'ottenimento dei “certificati bianchi”.

    La mobilità sostenibile  - L’epoca dell’automobile è al tramonto. In Italia ci sono oggi 37 milioni di automobili, quasi 5 milioni di autocarri, alcuni milioni di altri veicoli: abbiamo 1,4 veicoli per persona con patente di guida e sulla strade in media si muovono, o sono fermi, 50 veicoli per kilometro. Non c’è da sorprendersi che, con la crisi, le vendite di auto nel 2012 siano cadute del 20% rispetto all’anno prima. E’ necessario progettare forme di mobilità sostenibile ed efficiente, diverse dal trasporto privato individuale in auto e scoraggiare il trasporto merci di lunga distanza su gomma. Queste attività richiedono un grande programma di investimenti pubblici che può guidare una nuova qualità dello sviluppo locale.

    A scala urbana è necessario pensare ai modelli di smart cities, servono nuove ferrovie metropolitane, il potenziamento dei trasporti collettivi, piste ciclabili, car sharing, taxi collettivi, piani urbani della mobilità e della logistica. E' fondamentale il rilancio e la riforma del trasporto pubblico locale con servizi integrati su scala metropolitana e con il potenziamento dei servizi ferroviari sulla media e corta distanza, dove si concentra l’80% dell’utenza, attraverso consorzi interistituzionali al servizio della città diffusa. Bisogna promuovere l'utilizzo più razionale delle infrastrutture esistenti, in particolare attraverso reti ferroviarie suburbane in tutte le aree metropolitane, capaci di estendere, con spesa relativamente limitata, il raggio d’azione del trasporto urbano per 30-40 km dai poli centrali.

    E' necessaria la revisione dell’approccio alla progettazione della rete stradale primaria, mirando meno alle velocità di punta garantite dai tracciati (poco utili per un traffico di distribuzione) e più alla capacità offerta, soprattutto nei nodi maggiormente congestionati, nonché alla facilità di accesso/uscita da parte del traffico locale. Il trasporto privato individuale nei centri urbani dev’essere limitato, anche tramite l’applicazione di tariffe sull’uso dell’auto (transito, sosta, accesso). Per le automobili, occorre incentivare le modalità di trasporto meno inquinanti, promuovendo i veicoli elettrici, a metano e gpl.

    Le piccole opere - Di fronte ai faraonici programmi di “grandi opere” che richiedono un’enorme spesa pubblica e portano a pochi benefici sociali e molti danni ambientali, occorre lanciare programma di “piccole opere” che riguardi interventi integrati – ambientali, infrastrutturali, urbanistici, sociali - che possono andare dalla messa in sicurezza del territorio a rischio idrogeologico, al risanamento di aree urbane degradate, dalla messa in sicurezza delle scuole che non rispettano le normative antisismiche e antincendio, alla sistemazione della rete idrica locale, dal recupero urbanistico dei piccoli centri dell'Appennino, al risanamento ambientale di coste e aree montane.

    Ovviamente tra queste “piccole opere” destinate a migliorare la qualità dello sviluppo non rientrano progetti legati a modelli sbagliati come nuove superstrade, nuovi parcheggi o porti turistici. Possono essere utilizzati a questo scopo – come ha fatto il ministro Fabrizio Barca per alcuni interventi nel mezzogiorno - i fondi già previsti dal Cipe per le piccole e medie opere e i finanziamenti europei, soprattutto nel sud.

    La riconversione delle produzioni - In molte attività produttive – dalla chimica all’acciaio, dalla meccanica alle costruzioni - è possibile progettare un percorso di riconversione ambientale che utilizzi nuove tecnologie e processi produttivi sostenibili sul piano della qualità del lavoro e degli effetti ambientali, imitando molte esperienze già realizzate in Europa. L'industria delle costruzioni può andare nella direzione di bioedilizia e ecoefficienza; invece di cementificare le città e “consumare suolo” nelle campagne, si può puntare alla riqualificazione dei centri storici, delle periferie degradate, delle aree suburbane.

    L'agricoltura deve essere indirizzata verso la filiera corta, il “chilometro zero” e le produzioni biologiche. Il patrimonio paesaggistico e le “aree protette” possono essere valorizzate da un turismo responsabile. Si possono sviluppare “distretti dell'economia verde” insieme alle nuove forme di “altraeconomia”. C’è poi la questione dei rifiuti, spesso irrisolta nelle grandi città italiane. Qui la strada dev’essere riorganizzare l’intero ciclo di vita delle merci in modo da avvicinarsi all’obiettivo di “rifiuti zero”, favorire il recupero e riuso dei materiali, moltiplicare gli impianti di riciclaggio al posto di inceneritori e discariche.

    Come finanziare la transizione ecologica - Quest’insieme di iniziative metterebbe l’Italia sulla via della sostenibilità, ma richiede anche grandi risorse: investimenti pubblici su ambiente, città, infrastrutture leggere; investimenti privati su nuovi sistemi produttivi; maggiori costi da sostenere per alcune attività. Si tratta di un programma che potrebbe stimolare una grande domanda nell’economia del paese, facendo ripartire lo sviluppo e indirizzandolo verso produzioni e lavori di qualità. Ma come si può finanziare questa transizione ecologica?

    Innanzi tutto, le tasse ambientali possono “correggere” i prezzi dei beni che danneggiano l’ambiente e spingere produttori e consumatori a comportamenti più sostenibili. Per i conti pubblici, quest’imposizione può generare entrate per diversi miliardi di euro l’anno che possono essere destinati ai programmi di riconversione sopra descritti. Questa scelta strategica porta a una rapida crescita di nuove attività economiche capaci di attrarre grandi investimenti privati – è già successo in Germania e nei paesi del nord Europa che hanno incoraggiato nuove attività economiche sostenibili. E una nuova generazione di politiche industriali “verdi” può indirizzare le scelte produttive delle imprese.

    

(www.giuliomarcon.it, www.novesudieci.org)