7.07.2009

La finanza e la riforma Obama

Ma i nodi della crisi sistemica devono essere ancora sciolti

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Per definire la riforma finanziaria imposta dalla crisi globale ritornano in campo la Federal Reserve e le banche americane, cioè due tra gli attori principali e responsabili del crollo sistemico. Il documento “Financial Regulatory Reform: A New Foundation” traccia le linee di riforma finanziaria per gli Stati Uniti e ovviamente avrà anche un grande impatto internazionale. Esso richiede una lettura puntuale ma una prima valutazione s’impone.

    Dopo mesi di navigazione a vista tra gli scogli della bancarotta qualche cosa si è mosso e questo di per sé merita un plauso. Obama riconosce l’esistenza di un “rischio sistemico” e dice di voler approntare cambiamenti per prevenirne altri in futuro. E’ un riconoscimento importante in quanto in passato era stato paventato soltanto da pochi economisti.

    L’incipit del documento presenta il mondo bancario e finanziario, i mercati, le autorità di controllo governative e tutti gli altri partecipanti come comparse con un copione non leggibile. La crisi dimostra che così è stato, ma a pagarne le conseguenze purtroppo sono i lavoratori, gli imprenditori e gli onesti cittadini e non chi ha provocato questo sconquasso epocale con atti illegali di corruttela o di incompetenza e stupidità. 

    Vi sono poi delle raccomandazioni, come la  supervisione e regolamentazione delle aziende finanziarie e dei mercati finanziari, nonché la predisposizione degli strumenti per interventi governativi e per la protezione dei consumatori e degli investitori dagli abusi finanziari e nuove regole da condividere in sede di G20.

    Per avere maggiore prevenzione, trasparenza, efficienza e interventi correttivi, si propone di creare una nuova agenzia, la Financial Service Oversight Council, con compiti di analisi, raccolta dati e coordinamento. Si danno maggiori poteri di intervento alla Federal Riserve. Tutto ciò dovrebbe portare a un cambiamento e a una certa semplificazione delle leggi e dei regolamenti. Per esempio, gli hedge fund saranno equiparati alle banche e sottoposti alle stesse regole di controllo. Quello delle finanziarie è un problema da affrontare urgentemente anche in Italia.

    Il documento e l’intento del presidente Obama sono certamente assai significativi. Ma in presenza di una crisi sistemica era lecito aspettarsi di più dal paese centro dello tsunami finanziario. A nostro modesto avviso è giusto snellire, semplificare, approntare misure correttive, ma necessita soprattutto una riflessione coraggiosa sul ruolo della finanza nell’economia mondiale.

Si riconosce per esempio che   le cartolarizzazioni sono state usate per creare nuovi prodotti strutturati al fine di trasferire i rischi in modo quasi truffaldino, e che i prodotti derivati OTC hanno avuto un ruolo di “contagio” nel propagare la crisi sistemica. Però non se ne traggono le conseguenze fino in fondo perché si richiede di apportare modifiche migliorative e non risolutive. Ma c’è proprio bisogno dei derivati OTC in un’economia sana?

    Tuttavia il presidente Obama ha fatto delle riflessioni importanti di economia politica e di etica. Ha affermato che: ”Negli anni recenti, innovatori finanziari, cercando nuovi margini di mercato, hanno prodotto una enorme quantità di nuovi e complessi strumenti finanziari. Ma questi schemi erano costruiti sulla sabbia… Siamo chiamati a riconoscere che il libero mercato è la forza generatrice più potente della nostra prosperità – ma non è la licenza di ignorare le conseguenze delle nostre azioni”.

    Anche noi condividiamo la necessità di dare centralità alla società degli uomini con il loro lavoro e la loro economia e non alla finanza che vive per se stessa, o meglio per pochi grandi manovratori mondiali.

    L’iniziativa americana fa giustizia della lentezza europea. L’Europa ha perso l’occasione per essere l’attore principale nella costruzione della nuova architettura finanziaria globale. Purtroppo anche il “global legal standard” di cui parla Tremonti arriverà dopo l’iniziativa degli USA!    

7.01.2009

CRISI - COME VANNO LE COSE AI SUPER RICCHI?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Tempi duri anche per loro, dice il Rapporto di Merrill  Lynch sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. I numeri, per quanto in calo, indicano che i soldi veri si stanno spostando verso i paesi emergenti

di M. Sironi

A fine 2007 nel mondo vi erano 10,1 milioni di ‘’ricconi’’, cioe’ di persone con un patrimonio finanziario superiore al milione di dollari. Ma a fine 2008 il loro numero si era ridotto a soli 8,6 milioni, piu’ della meta’ dei quali concentrati in tre paesi: USA, Giappone e Germania.

    Questo l’esito della crisi finanziaria sui patrimoni dei Paperoni della terra, fotografati dal Rapporto di Merrill Lynch sulla ricchezza nel mondo ora alla sua tredicesima edizione. Il Rapporto, che evidenzia ricchezze in calo in tutto il Pianeta senza eccezioni, svela alcune curiosita’: ad esempio, i ricconi italiani sono 164.000 ( su una popolazione di 60 milioni), il che conferisce all’Italia l’ottavo posto al mondo subito dopo la Svizzera che ne ha 185.000 (ma su 7 milioni di abitanti). E subito dopo l’Italia c’e’ il Brasile, che negli ultimi anni ha scalato le classifiche ed ora si piazza meglio dell’Australia e della Spagna. Inoltre a fine 2008 la Cina e’ balzata al quarto posto con 364.000 ricconi, superando l’Inghilterra anche se di pochissimo. Viene da se’ che i tracolli bancari del 2008 hanno colpito le ricchezze della City molto piu’ di quelle accumulate in Cina, dove i fattori macroeconomici sono piu’ solidi. Le reazioni appaiono comunque assai diverse da Paese a Paese, a seconda del tipo di ricchezza, e sono i patrimoni dell’America Latina (-6% contro un -19,5% della media mondiale) quelli che hanno resistito meglio. Grossa batosta invece per i ricchi nordamericani, per gli europei e per gli asiatici, con flessioni sul 22-23%. Ma in Germania le perdite sono state solo del 2% e in Francia del 12%, mentre il Terzo Mondo di cultura anglosassone pare aver seguito i destini della City: Hong Kong ha perso il 61% e l’India il 31%.

    La ricchezza tuttavia, dice Merrill Lynch, non fara’ ritorno esattamente la’ da dove e’ partita: le previsioni al 2013 vedono il patrimonio finanziario aggregato dei Paperoni nel mondo superare i 48 miliardi, con una crescita media dell’8% nel quinquennio. Ma per quell’epoca la terra dei ricconi sara’ l’Asia, superiore in ricchezza sia al Nordamerica sia all’Europa, grazie ad un tasso medio di crescita del 13% l’anno (contro un 7% del Nordamerica, e un 6,5% del Vecchio Continente e America Latina). E perfino l’Africa, che gia’ oggi conta 100.000 ricconi tra cui 1.800 super super ricchi con piu’ di trenta milioni di dollari in tasca, tallonera’ il Medio Oriente troppo legato al petrolio (+5,7%), crescendo ad un ritmo espansivo medio del 4,1%.

    Altra curiosita’ : di fronte alla debacle finanziaria i super ricchi non si sono comportati molto diversamente dal resto dell’umanita’. Hanno investito soprattutto in titoli a reddito fisso e prodotti di liquidita’, ma a differenza dei comuni mortali un buon 27% dei loro soldi e’ andato in ‘’luxury collectibles’’, cioe’ auto, jet e yacht di lusso. In crescita negli ultimi due anni (dal 20% al 25% del totale) gli investimenti in opere d’arte, preferite soprattutto dai super super ricchi con piu’ di 30 milioni di patrimonio. Ben comprati anche gioielli, gemme ed orologi (22% del totale). Questo genere di ‘’investimenti’’ e’ stato favorito da sconti fino ad un terzo del prezzo per i super yacht, ed altrettanto e’ successo nelle aste di pezzi da collezione, di cui gli happy fews hanno subito approfittato. Ma nella patria delle fondazioni caritatevoli, cioe’ negli USA, a fine 2008 il 60% dei ricconi diceva di voler ridurre le donazioni (mentre il 54% dei ricchi giapponesi pensava di dare di piu’ ).

6.17.2009

Liberismo in crisi, e dopo?

Non solo regole da rivedere, ma anche princìpi. Stelle polari: la Costituzione italiana e i trattati europei, in particolare quello di Lisbona. Ma è fondamentale il recupero del concetto di bene pubblico e di bene comune.


di Edoardo Reviglio *)


Vi sono importanti segnali che indicano la necessità di rivedere il paradigma di politica economica che ha dominato in questi ultimi vent’anni in una gran parte dei paesi del mondo. Vi è chiara la percezione che qualcosa non ha funzionato e che quindi è necessaria una revisione e una trasformazione non solo delle regole, ma forse anche dei princìpi. Come sempre avviene nell’evoluzione dei fenomeni della storia, la crisi è occasione di ripensamento. Il ripensamento, da un punto metodologico, deve essere basato su due indirizzi di fondo. Quello dell’analisi dei fatti (dell’esperienza) attraverso una seria indagine empirica dei fenomeni, e quello della ricerca teorica di nuovi modelli. Secondo questo metodo intende lavorare il gruppo di studio recentemente costituito dalla Cgil e composto di personalità provenienti da diverse discipline, inclusi gli storici, per riflettere sui diversi ambiti di intervento dello Stato nell’economia alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo e società. Obiettivo dell’iniziativa è quindi quello di tentare di disegnare un nuovo quadro di politica economica per il nostro paese e per l’Europa.

La filosofia di fondo - Riferimento obbligato e "stella polare" della filosofia di fondo del gruppo di studio è il modello di società contenuto nella Costituzione della Repubblica italiana e nei Trattati europei, in particolare quello di Lisbona. La modernità della Costituzione italiana non pare in discussione. Essa va quindi "recuperata" e vanno rivisti tutti quegli ambiti contenuti nelle leggi speciali e di settore, che sono state introdotte sull’onda "privatista" di questi ultimi due decenni, e che sono, spesso, in contrasto con il modello stesso contenuto nella nostra Costituzione. Sul successo dei Trattati europei, che dovrebbero rappresentare il futuro, non sembra esserci, invece, unanime consenso. I Trattati che hanno definito il percorso verso la nascita dell’Eurosistema, hanno messo in seria difficoltà il sistema di Stato sociale e di economia mista su cui invece si fonda la nostra Repubblica. Vi sono, invero, stretti vincoli di finanza pubblica che l’Europa, anche giustamente, ci costringe a rispettare. Questi non possono essere sottovalutati, anche se esistono, come vedremo, aldilà delle privatizzazioni, interessanti possibilità di "ampliare" le disponibilità di risorse pubbliche comuni tramite nuovi strumenti di finanza pubblica europea.

Un altro punto qualificante del nuovo programma riguarda il recupero del concetto di bene pubblico e di bene comune (commons). In quest’ambito va sottolineata la recente proposta della Commissione Rodotà per la riscrittura dei princìpi generali che sovrintendono alla natura, proprietà e gestione dei beni pubblici. La salvaguardia e lo sviluppo dei beni comuni e dei beni della proprietà pubblica, riconsiderati nella loro varietà – che va dalle attività immateriali, che includono attività finanziarie pubbliche (liquidità, crediti, e partecipazioni in imprese), altri beni immateriali, come i brevetti, i marchi, i prodotti della ricerca e dello sviluppo, lo spettro delle frequenze; alle attività fisse, come gli immobili e i terreni, le infrastrutture, le risorse naturali, i beni culturali, i beni della difesa e altro ancora – possono diventare occasione di un ripensamento profondo, anche per stimolare l’innovazione tecnologica e culturale, in direzione dei nuovi bisogni e servizi sociali. La riforma dei beni pubblici – di cui l’Italia, come noto, è straordinariamente ben dotata – può quindi diventare punto qualificante di una nuova proposta di politica economica. Riscrivere i princìpi generali sulla gestione dei beni pubblici significa rivedere, trasformare e modernizzare la costituzione materiale del paese.

Il tema della partecipazione - Altro punto centrale della nostra riflessione riguarda i problemi della partecipazione dei lavoratori alla vita e al governo delle imprese, con un recupero del concetto di impresa "comunità", sulle linee delle riflessioni, per esempio, contenute nel pensiero di Adriano Olivetti, insieme ad alcune esperienze estere, quale la co-determinazione tedesca. Tutto ciò, non solo per ottenere una migliore distribuzione economica dei profitti delle imprese tra detentori dei capitali e lavoratori, ma anche, e soprattutto, al fin di fare maturare nuove istanze cooperative e comunitarie nell’associazione di lavoratori in imprese-organismi e non più in imprese "nessi di contratti", teleologicamente costruite principalmente per massimizzare i profitti del capitale, cercando di comprimere, parallelamente, il più possibile, i costi dei fattori di produzione, gli investimenti, ma soprattutto il lavoro.

Un nuovo concetto di qualità della vita - Nella ricerca delle finalità dell’azione pubblica in una moderna società policentrica e solidale, è necessario ridefinire, e concentrarsi, su un nuovo concetto di qualità della vita. Tale concetto va inteso secondo una visione che vada aldilà del mero benessere materiale - economico - pecuniario - in modo da includere valori come, ad esempio, il diritto di libertà e integrità personale, l’aver tempo libero, i valori comuni artistici e culturali e del sapere e i beni ambientali e naturali, i "valori privati", i diritti civili e politici, gli affetti famigliari e dell’amicizia, la generosità, il volontariato e la solidarietà umana, la dignità e la stabilità del posto di lavoro, e altro ancora. Tutto ciò va realizzato attraverso politiche che siano orientate al lungo periodo e che siano, perciò, inter-generazionali. Altri ambiti decisivi dell’azione pubblica sono il funzionamento del mercato del lavoro, la correlazione concorrenza/politiche economiche e industriali, e il funzionamento equo (e di lungo periodo) dei mercati finanziari e assicurativi. In sintesi, i principali temi che su cui ci si propone quindi di riflettere sono: lo Stato e le imprese pubbliche; le privatizzazioni e una valutazione dei risultati per il sistema economico, industriale e sociale del nostro Paese; (dal punto di vista storico) i sistemi dell’economia mista nel capitalismo europeo del Novecento; il nuovo sistema finanziario italiano, gli assetti proprietari delle imprese e la protezione del risparmio; il governo democratico dell’economia e la pianificazione economica ed industriale; lo Stato regolatore e la concorrenza; il rapporto tra capitale e lavoro: le diseguaglianze accresciute e la nuova questione della redistribuzione dei redditi; la finanza pubblica e i vincoli di bilancio; la necessità di riqualificare la pubblica amministrazione; i beni pubblici, i beni comuni, il patrimonio pubblico. In questo contributo, considerati i limiti di spazio, mi limiterò a una breve considerazione storica sull’ascesa (nel secondo dopoguerra) e sul declino (negli anni ottanta) del modello europeo dell’economia mista e dello Stato sociale.

Splendore e declino dell’Età dell’Oro - Guardando indietro è legittimo domandarsi quale fosse l’interesse, e da parte di chi, di porre fine alla cosiddetta Età dell’Oro (1945-1970) e di cambiare la rotta rispetto a un modello che aveva avuto tanto successo per oltre una generazione. A livello astratto, teorico, i molti che avevano in mente le disastrose esperienze degli anni dell’iper-inflazione e il caso dell’America Latina, pensavano, in buona fede, che se non si fosse riusciti ad abbattere l’inflazione sarebbe stata la fine delle speranze di prosperità e pace sociale. Tuttavia, nel mondo avanzato, in quel storno di tempo, non c’erano segni di unatale iper-inflazione e quindi le ragioni di chi ha sostenuto il cambiamento vanno ricercate, probabilmente, tra considerazioni molto meno "nobili" e molto più "terrene". Va osservato, in questo contesto, che non tutti avevano beneficiato dell’Età dell’Oro. Vi era stata, non dimentichiamolo, una forte contrazione dei profitti, e al declino dei profitti era associata una significativa perdita di potere sul mercato del lavoro da parte dei proprietari e dei controllori del capitale.

Avvenne così, che nella seconda metà degli anni Settanta, si incominciò a pensare che, come il keynesianismo aveva unito alcuni degli ideali della sinistra, così il monetarismo sarebbe diventato facilmente l’ideologia abbracciata dalla destra. Oltre ad avere il vantaggio di "restituire" al capitale il potere sul lavoro, il monetarismo aveva alcune altre caratteristiche che lo rendevano molto desiderabile per i suoi sostenitori.

Ora, poiché, secondo i suoi insegnamenti, l’inflazione può essere tenuta sotto controllo nel modo migliore attraverso strumenti monetari, e poiché sono i governi che sono responsabili della creazione di inflazione della moneta attraverso la creazione eccessiva di debito a causa degli squilibri nei bilanci pubblici, ovvero spendendo di più di quanto raccolto con le tasse, tagliare la spesa pubblica diventò il principale ingrediente della politica monetarista. Quale migliore giustificazione per ridurre i programmi dello Stato sociale? In molti incominciarono a sostenere che fossero i generosi benefici alla disoccupazione che permettevano ai sindacati di teneri alti i salari mentre, fuori al freddo, c’era un esercito di disoccupati pronti a lavorare anche per salari molto più bassi. Il taglio dei benefici ai disoccupati, insieme ai tagli nella spesa sociale, avrebbero dato conforto ai cittadini che pagano le tasse, ridotto le pressioni inflazionistiche, e nello stesso tempo avrebbero restituito potere ai datori di lavoro sulle proprie maestranze. Un nuovo indirizzo veniva così intrapreso in quasi tutti i paesi per invertire i processi di nazionalizzazione, privatizzando i benefici sociali e le imprese pubbliche. L’impeto verso tali processi derivava dalla nozione, del tutto dottrinaria, che il privato è sempre e comunque più efficiente del pubblico. Ma non può essere nascosto il fatto che, in realtà, le privatizzazioni avrebbero aumentato le opportunità per i privati di fare profitti, e questa era forse la principale motivazione di queste nuove politiche.

È così che la storia della politica economica europea è molto cambiata negli ultimi vent’anni. Sono entrati in gioco vari fattori. Su quello intellettuale, che ha visto la teorizzazione e la realizzazione degli strumenti e delle istituzioni dello "Stato Regolatore", hanno inciso i Trattati europei. In particolare su due fronti. Primo, la disciplina della concorrenza necessaria per la "convergenza competitiva" su cui si basava il processo di unificazione contenuto nel Trattato. Parte integrante di tale disciplina è il divieto degli aiuti di Stato che rende la proprietà pubblica delle imprese molto meno efficace e necessaria. Il secondo è il Trattato di Maastricht. Per entrare nell’euro era necessaria una politica fiscale restrittiva, anche rispetto alla riduzione dei debiti pubblici. Per fare questo non vi era altra possibilità che vendere le aziende di Stato. Ciò, dal punto di vista ideologico, avrebbe richiesto due cose: abbracciare l’ideologia delle privatizzazioni e del capitalismo finanziario anglosassone e accettare come "positivo" il passaggio di molte attività pubbliche alla sfera privata, semplicemente perché non vi erano più le risorse per mantenerle direttamente in mano del pubblico a causa della necessità di ridurre la spesa pubblica per entrare in Europa. Sui risultati di questi processi è ora necessario aprire una riflessione seria, basata su dati empirici e senza pregiudizi di carattere ideologico, per capire se non sia necessario rivedere queste trasformazioni che non sembrano aver realizzato gli obbiettivi che avevano promesso.

Conclusioni - In conclusione, la costituzione economica e fiscale (Ordo) deve diventare in parte un compito di cooperazione mondiale. La solidarietà, che nasce dal principio un uomo un voto, appare invece un compito nazionale e per noi europeo. Su queste basi sarà interessante scoprire cosa emergerà da una riflessione a tutto campo che include studiosi di diversi orientamenti a appartenenti a diverse discipline. Qualcosa, tuttavia, li unisce; la consapevolezza che siamo a un momento di svolta, che il futuro non potrà essere uguale al passato, ma che la costruzione del futuro non può prescindere da una seria analisi empirica e teorica dei punti di forza e di quelli di debolezza delle esperienze del recente, e meno recente, passato.


*) Editorialista di Rassegna.it - sito Cgil d’informazione quotidiana, specializzato in lavoro, politica ed economia sociale.

5.25.2009

La sfida Fiat tra disoccupazione e riconversione

La Fiat ha lanciato sulla crisi dell'automobile la sua grande sfida. E’ una grande sfida anche per l’Italia. E per il governo. Ma non è forse una strada obbligata segnata dalla crisi globale più grave della storia?

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il 23 febbraio scorso il New York Times pubblicava un editoriale con un titolo molto diretto "Why can’t Cerberus foot the bill?" (Perché Cerberus non paga il conto?) in cui invitava i padroni della Crysler e della General Motors, in primis il fondo di investimento Cerberus, a mettere sul tavolo i soldi necessari a salvare le due fabbriche automobilistiche, senza elemosinare ulteriori aiuti dello stato e della collettività.
Cerberus Capital Mangement è uno dei più agguerriti e spregiudicati equity fund, specializzato nel "metodo spezzatino", cioè quello di acquisire il controllo di un’impresa, eventualmente in difficoltà, spolparla, prendere il filetto e lasciare pelle e ossa (e debiti) agli altri, in particolare allo stato. Non ha potuto portare a termine questo programma in quanto la crisi globale ha drammaticamente cambiato le carte in tavola.
In aprile 2007 Cerberus aveva preso il 51% della GMAC, la fortezza finanziaria della GM con un portafoglio crediti al consumo (auto) pari a 1.400 miliardi di dollari e un anno dopo aveva acquistato l’80% della Chrysler. Cerberus, nome appropriato che si riferisce al mostro canino a tre teste che fa da guardiano all’inferno ricordato nella "Divina Commedia", è anche un colosso internazionale immobiliare e dei mutui sub prime, delle ipoteche e dei crediti facili e quindi è stato un attore primario nella crisi finanziaria globale.
Lo scorso dicembre nel mezzo della bancarotta, il governo americano aveva dato 13 miliardi di dollari alla GM e 4,3 alla Chrysler, poi a febbraio, dopo drastici tagli nell’occupazione e nella produzione e un inevitabile aggravamento della crisi finanziaria, GM e Chrysler avevano chiesto rispettivamente altri 17 e 5,3 miliardi di dollari in aiuti. A quel punto il New York Times aveva sfidato Cerberus a venire allo scoperto.
Come si sa la dimensione dell’intreccio è complicata dal fatto che GM, che è in procinto di chiedere il Chapter 11, cioè di dichiarare bancarotta, controlla la tedesca Opel, anch’essa alla vigilia di una "amministrazione fiduciaria temporanea" da parte del governo di Berlino.
Abbiamo riportato questi fatti perché prima di procedere con il petto gonfio di un certo "orgoglio nazionale"a buon prezzo, è doveroso farsi questa domanda: quale è l’accordo finanziario vero sottostante la possibile acquisizione della Chrysler da parte della Fiat e la joint venture con la Opel? Fino ad ora si sono sentite solo garanzie verbali secondo cui l’acquisizione non costerà niente, anzi la Fiat ci guadagnerebbe in mercato e in riduzione di costi di scala. In una situazione in cui tutti chiedono aiuti e piangono perdite e miseria, sorge qualche sospetto quando si pretende che la crisi all’improvviso crei delle opportunità che farebbero bene a tutti!
I dubbi infatti sono tanti anche perché pochissimi anni fa, fino alla primavera del 2005, era la Fiat in crisi che doveva essere assorbita dal gigante GM. Certamente la crisi finanziaria globale ha evidenziato i conti truffaldini delle case americane e i buchi vertiginosi in tutte le altre, ma ha anche prodotto un crollo nelle produzioni e nei consumi, settore auto incluso. Per evitare ulteriori nuove sorprese è quindi necessario conoscere in dettaglio gli accordi finanziari di cui poco si dice.
Inoltre, è vero che, dallo sconquasso provocato dalla crisi, in verità si sapeva già da prima, nel mondo emergeranno solamente 4-5 grandi gruppi industriali dell’auto. Entriamo quindi in un inevitabile fase di "mega alleanze" dove è auspicabile una Fiat attiva più che reattiva. Ma è altrettanto vero che, anche con una stabilizzazione della crisi, il mercato automobilistico occidentale vedrà un ridimensionamento almeno del 20%. Perciò la seconda domanda che dobbiamo consapevolmente porci è: cosa succederà con gli "esuberi" di mano d’opera e di macchinari?
Il problema non è soltanto la bravura e la riuscita delle trattative di Marchionne, le cui capacità manageriali non sono in discussione. La discussione in Italia ha finora evitato accuratamente di affrontare il problema dei livelli di occupazione e della cassa integrazione.
E’ poi reale il rischio di un pericolosissimo scontro tra lavoratori sia a livello nazionale che internazionale. Si parla di salvare i posti degli italiani a scapito di quelli della Opel tedesca e viceversa.
Perciò per mantenere ed espandere l’occupazione e il settore dell’auto è necessario mettere in campo un vasto progetto industriale anche di riconversione. Se produrremo meno auto, potremmo produrre altri beni necessari allo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto pubblico e più in generale di macchinari, turbine, ecc. per altri settori tecnologici, ad esempio quelli legati alle grandi infrastrutture e all’ambiente. Crediamo che non manchino alla Fiat le competenze necessarie a preparare un simile programma.
E’ una grande sfida per la Fiat, per l’Italia e per il governo. Ma non è forse una strada obbligata segnata dalla crisi globale più grave della storia?

5.05.2009

Commercio internazionale

I recenti sforzi dell'amministrazione Obama per salvare la Chrysler hanno portato a una serie di accordi sul nuovo assetto societario. Se gli accordi andranno a buon fine, i lavoratori potranno detenere una quota del 55 per cento della società, la Fiat il 35 per cento, il governo e i creditori di Chrysler il restante 10 per cento. Ieri il governo ha annunciato che è stato raggiunto anche un accordo preliminare con le quattro banche che hanno finanziato più del 70 per cento del debito di Chrysler, un patto che potrebbe salvare la casa automobilistica dalla bancarotta.

The Washington Post, Stati Uniti
http://www.washingtonpost.com:80/wp-dyn/content/article/2009/04/28/AR2009042801241_pf.html



L’Africa in ginocchio

Emergenza commercio internazionale

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Costretto ad una terminologia negativa anche quando vorrebbe prospettare un po’ di ottimismo, come "la velocità di declino dell’economia si è rallentata", il summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali del G7 del 25-26 aprile a Washington rivela di essere ossessionato dall’emergenza finanziaria e dalla necessità di dare risposte alle insolvenze dei banchieri.

    Liquidità a tutti i costi, sembra essere il programma che dalla Federal Reserve si propaga in tutti i centri decisionali dell’economia mondiale. Ma qual è l’effetto sull’economia reale?

    Il G20 di Londra e il G7 di Washington si sono anche impegnati a "realizzare l’iniziativa di immettere almeno 250 miliardi di dollari per finanziare il commercio". E’ una piccola percentuale a confronto con i trilioni di dollari di impegni finanziari per i salvataggi delle banche in crisi, ma può essere comunque un passo importante se viene realizzato subito, prima che prodotti, merci e tecnologie restino impantanate nelle sabbie mobili della recessione.

    Intanto alcuni settori chiave del commercio mondiale hanno già perso più del 20%, come i traffici commerciali aerei. Ci sono centinaia di navi porta container ferme in vari porti. Il commercio marittimo rischia il collasso totale, con crolli dei prezzi, fallimenti di armatori, paralisi dei trasporti per mancanza di merci da trasportare. Per il 2009 il WTO prevede una contrazione del 9% del commercio mondiale, mentre per l’OCSE la perdita di commercio sarà del 13,2%.

    Nei dieci mesi che vanno da aprile 2008 a febbraio 2009 il commercio internazionale – secondo il premio Nobel ed economista americano Paul Krugman - ha subito un crollo di gran lunga superiore a quello che si ebbe in un simile periodo durante la crisi del ’29.

    A rimetterci drammaticamente sono innanzitutto i paesi più poveri. I ministri dell’economia dei paesi africani riuniti lo scorso fine settimana nella sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington hanno dato una quadro devastato e allarmante delle loro economie.

Dall’inizio della crisi l’Africa, e in particolare quella sub-sahariana, sta soffrendo per i cambiamenti nella domanda globale, per il tracollo dei prezzi delle materie prime e per l’ulteriore scarsità di investimenti e di fondi verso il continente.

    L’Africa ha perso importanti produzioni per l’export in quanto i mercati dei paesi cosiddetti avanzati si sono contratti. La Costa d’Avorio ha perso il 22,4 % del suo commercio, soprattutto del legno; la Tanzania ha 25% in meno di ordini per la sua produzione di cotone e in forte diminuzione è anche il caffè e altri prodotti agricoli; il Ghana chiude miniere di rame e di altre materie prime, mentre un terzo del suo budget annuale scompare nei pagamenti degli interessi sul debito estero.

    Di conseguenza sono crollati la produzione, l’occupazione e i già precari livelli di vita. La Banca Mondiale ha denunciato che nel mondo, dall’inizio della crisi, i poveri con meno di 1,5 dollari al giorno sono aumentati di 50 milioni che si aggiungono al miliardo di persone che vivono nell’indigenza estrema. "L’economia globale si è deteriorata drasticamente. I paesi in via di sviluppo sono di fronte a conseguenze serie, mentre la crisi finanziaria ed economica si sta trasformando in una calamità umana."

    Quando si parla di nuove regole non ci si può limitare alla finanza ma occorre ridefinire un nuovo modello di sviluppo economico e sociale che non lasci nessuno ai margini.

Negli Anni Quaranta l’incipiente guerra fredda aveva lasciato i paesi del blocco sovietico e i paesi in via di sviluppo fuori dagli accordi di Bretton Woods e dalla ricostruzione e cooperazione internazionale.

    Guai se la nuova Bretton Woods escludesse i paesi più deboli che sono poveri di potere ma ricchi di quelle risorse e materie prime tanto ambite dai grandi paesi. Se non si affronta contestualmente al problema finanziario anche la "questione Africa"si rischia un altro fallimento sistemico che perpetuerebbe squilibri e ingiustizie!