9.20.2014
Attività illecite? Meglio contabilizzarle che combatterle.


9.15.2014
La “mano armata” della finanza speculativa


Onesto e giusto sarebbe applicare i criteri delle agenzie di rating alle agenzie stesse, complici non secondarie della più grande crisi finanziaria della storia.
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista
Come al solito le agenzie di rating americane sono ritenute degne di fede dai media italiani. L'ultimo caso è quello della Moody's che, sulla base non si sa di quale competenza superiore, corregge al ribasso la valutazione dell'Ocse, l'organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico che raccoglie 34 Paesi, tra cui tutti quelli della cosiddetta economia avanzata. Mentre l'Ocse prospetta una piccola crescita dello 0,5% del Pil italiano nel 2014, Moody's la azzera, anzi la porta in zona negativa.
Conosciamo tutti, e troppo bene, le difficoltà economiche del "sistema Italia" e quanto lenta e difficile sia ancora la ripresa della produzione e dell'occupazione. Non si tratta quindi di voler creare delle illusioni intorno a qualche decimale vicino allo zero.
Ciò che per noi è inaccettabile, e per questo motivo ancora una volta torniamo a parlarne, è che le agenzie di rating americane, la cui credibilità, questo si, è veramente sotto lo zero, possano dettare analisi e condizioni economiche senza sollevare l'indignazione delle nostre forze politiche ed economiche e dei media italiani.
Non proponiamo una censura. Sosteniamo che i responsi di Moody's e delle altre sorelle del rating siano considerati nel giusto modo, sottolineando quindi che, oggi nel caso della Moody's, le suddette agenzie non godono di tanta e ovvia credibilità. Si ricordi che esse sono state pesantemente coinvolte in gravissimi conflitti di interesse e sono state, e sono, sottoposte ad indagini importanti.
Ogni loro valutazione dovrebbe quindi essere sempre accompagnata almeno dalle citazioni di rapporti ufficiali preparati dalle più importanti commissioni d'indagine degli USA. Per esempio:
- Nel rapporto "Wall Street and financial crisis: Anatomy of a financial collapse", presentato nell'aprile 2011 dalla Commissione d'inchiesta sulla crisi finanziaria guidata da Phil Angelides, si dice: «Noi sosteniamo che il fiasco delle agenzie di rating sia stato un elemento essenziale del meccanismo distruttivo finanziario. Esse sono state le promotrici chiave del melt down finanziario, cioè della dissoluzione sistemica. Non si sarebbe potuto vendere i titoli ipotecari, che sono stati al cuore della crisi, senza il loro timbro di approvazione. Gli investitori si sono ciecamente fidati dei loro giudizi. In alcuni casi il loro rating era obbligatorio. La crisi non sarebbe potuta accadere senza le agenzie di rating. Tra il 2007 e il 2008 il loro rating ha fatto prima salire i mercati e poi, con l'abbassamento repentino delle loro valutazioni, li ha fatti precipitare».
- La Commissione Levin-Coburg del Senato americano ha affermato a sua volta che «la crisi non è stata un disastro naturale, bensì il risultato di alti rischi, prodotti finanziari complessi, conflitti di interesse coperti, il fallimento degli organi di controllo, il ruolo delle agenzie di rating e dello stesso mercato che hanno permesso e guidato gli eccessi di Wall Street». «I rating gonfiati hanno contribuito alla crisi finanziaria mascherando i veri rischi dei titoli ipotecari», diceva ancora la Commissione.
Si potrebbe aggiungere l'indagine fatta dal pm Michele Ruggiero della Procura di Trani nei confronti della Moody's per "manipolazione del mercato in cui gli analisti fornivano intenzionalmente informazioni tendenziose e distorte".
Negli Usa sono molti i procedimenti legali aperti contro la Moody's e le altre agenzie di rating. E' il caso CalPERS, il più grande fondo pensione californiano per gli impiegati pubblici, che ha chiesto a Moody's e a Standard & Poor's un rimborso di un miliardo di dollari. Le agenzie avevano fornito valutazioni totalmente erronee di alcuni titoli da comprare in seguito crollati rovinosamente.
D'altra parte, al di là dell'ottimismo o delle lamentele del nostro primo ministro, la nostra economia e l'intero "sistema Italia" devono quasi quotidianamente dimostrare al mondo intero, a cominciare da quello della finanza, che le politiche del governo di Roma sono realistiche, realizzabili ed effettivamente applicate per ottenere il benestare della Bce, della Commissione Europea e delle tante altre istituzioni internazionali.
Perciò sarebbe onesto e giusto applicare gli stessi rigorosi criteri alle agenzie di rating, cioè a chi, non a parole ma nei fatti, è stato purtroppo complice e primo attore nel copione della più grande crisi finanziaria globale della storia.
9.08.2014
Nulla di nuovo sotto il cielo delle banche centrali


Nei passati sei anni la Fed e la Bce avrebbero dovuto operare in due direzioni per aiutare l’economia ad uscire dalla palude: introdurre regole stringenti contro la speculazione e riportare il sistema bancario alla sua mission creditizia primaria.
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista
La riunione annuale dei banchieri centrali tenutasi a fine agosto a Jackson Hole, nello stato americano del Wyoming, sorprendentemente ha dibattuto intensamente i problemi della disoccupazione, dei salari e dell’occupazione.
Non è stato così negli incontri degli anni scorsi quando a Jackson Hole solitamente venivano annunciate le politiche monetarie più accomodanti per la finanza, come quelle dei Quantitative Easing e della liquidità facile.
Sono diventati sindacalisti o hanno inaspettatamente compreso che il lavoro e l’economia reale devono essere prioritari rispetto agli interessi della finanza? Non lo crediamo.
Questa improvvisa preoccupazione per il mondo del lavoro è legittima ma un po’ sospetta. I livelli di disoccupazione sia in Usa che nella zona euro infatti finora sono serviti proprio per giustificare la continuazione di quelle politiche monetarie.
Il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha esordito sostenendo che, dall’inizio della politica del QE3 di settembre 2012 fino ad oggi, il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,1% al 6,2%. Per raggiungere tale risultato la Fed ha “drogato” il sistema immettendo, come noto, liquidità per circa 2.000 miliardi di dollari. Ha comprato bond di stato e una marea di titoli speculativi abs di dubbia qualità, che adesso sono sui libri contabili della Fed.
Janet Yellen ha dovuto ammettere però che si sta “sovrastimando il miglioramento ottenuto”. Infatti dall’inizio della crisi i lavori a tempo parziale (part time job) sono saliti al 5% dell’intera occupazione. Sul mercato del lavoro si è avuta anche una “polarizzazione” tra i posti di lavoro di alta e quelli di bassa qualificazione, a discapito di quelli di media qualificazione (il cosiddetto ceto medio) che sono sempre stati la parte più consistente e reale del mondo del lavoro.
Secondo noi, molto più significativo del tasso di disoccupazione, che misura la perdita dei posti di lavoro, è quello della partecipazione della forza lavoro, che indica il rapporto tra coloro che per età dovrebbero essere nel mercato del lavoro e chi lo è effettivamente. Questo tasso è purtroppo diminuito per una serie di ragioni dovute agli effetti negativi della crisi, quali lo scoraggiamento, la disabilità, il prolungamento del periodo scolastico ed il prepensionamento. Si tratta di disoccupati “nascosti” che però non entrano nel calcolo del tasso di disoccupazione.
Per cercare di coprire la responsabilità della crisi finanziaria globale nel crollo dell’apparato industriale e nell’aumento della disoccupazione, la Fed sostiene che i problemi del mercato del lavoro erano già iniziati nel 2000 e poi successivamente aggravati da un certa rigidità che non ha permesso di tagliare sufficientemente i salari.
Tutto ciò ha indotto la governatrice a concludere che la politica monetaria accomodante dovrà continuare anche se la disoccupazione è scesa sotto la soglia del 6,5%, al cui raggiungimento la Fed avrebbe dovuto ritornare a comportamenti “normali”. Evidentemente adesso è l’inflazione sotto il 2% a mantenere alta la tensione e la necessità di essere “accomodanti”.
E’ la stessa analisi elaborata in “salsa europea” da Mario Draghi a Jackson Hole.
Certamente i problemi in Europa, anche quelli del mercato del lavoro, sono dovuti soprattutto alla mancanza di una politica comune.
Secondo la Bce nella zona euro, oltre agli iniziali effetti negativi della crisi con il crollo verticale della produzione e del commercio, il problema principe, a differenza degli Usa, sarebbe la gestione dell’alto debito pubblico.
Noi riteniamo tale analisi non sorretta da dati credibili. Infatti, se si sommasse il debito pubblico americano a quello dei due colossi del credito ipotecario, Fannie Mae e Freddie Mac, che furbescamente sono mantenuti fuori dai conti pubblici, si arriverebbe facilmente ad un debito pubblico complessivo di circa 150% rispetto al Pil americano. Se si aggiungesse anche quello privato il debito totale degli Usa sovrasterebbe di molto l’equivalente europeo.
In Europa la mancanza di politiche produttive convincenti ha portato all’esplosione della disoccupazione soprattutto nella fascia di giovani tra 15 e 24 anni, che è passata dal 15% del 2007 al 24% del 2013. In Italia ha raggiunto il 43,7%!
La causa, indicata sia dalla Fed che dalla Bce, sarebbe stata la mancanza di un Quantitative Easing europeo. Ciò ha indotto Draghi ad annunciare che “a settembre lanceremo la nostra prima Operazione di Rifinanziamento di Lungo Termine che ha già riscosso un interesse significativo da parte delle banche. La preparazione degli acquisti sui mercati di asset-backed-security (abs) procede speditamente e crediamo che possa contribuire a facilitare la creazione di credito. Tali acquisti dovrebbero contribuire in modo significativo a diversificare i nostri canali di creazione di liquidità”.
Non si possono comunque sottovalutare le preoccupazioni per l’opacità del sottostante dei titoli abs che, si ricordi, sono in gran parte speculativi.
In definitiva a noi sembra che a Jackson Hole si siano consapevolmente volute rimuovere ancora una volta le responsabilità delle banche centrali nella crisi.
Nei passati sei anni la Fed e la Bce avrebbero dovuto operare in due direzioni per aiutare l’economia ad uscire dalla palude: introdurre regole stringenti contro la speculazione e riportare il sistema bancario alla sua mission creditizia primaria.
Ad oggi si può dire che su entrambi i fronti le banche centrali hanno fallito.
IPSE DIXIT
C’era una volta - «Parecchie migliaia di questi poveri bambini abbandonati, dai 7 ai 13 o 14 anni, furono in tal maniera inviati al nord. Era usanza che il padrone (alias il ladro di bambini) desse da vestire e da mangiare ai suoi apprendisti e li alloggiasse in una abitazione posta accanto alla fabbrica. Alcuni guardiani avevano il compito di vigilare sul loro lavoro… [e] avevano interesse a spremere questi bambini fino all'inverosimile, dato che la loro paga era proporzionata alla quantità di prodotto che riuscivano ad estorcere dai fanciulli. Come conseguenza ne derivò la crudeltà. In molti distretti industriali, soprattutto nel Lancashire, questi poveri innocenti e derelitti, in balìa del padrone di fabbrica, andavano incontro ai tormenti più atroci. (…) venivano flagellati, messi in catene e torturati coi metodi di crudeltà più squisitamente raffinati; si davano parecchi casi in cui per mancanza di cibo si riducevano a pelle e ossa. E intanto la frusta li legava al lavoro. Qualche volta arrivavano persino a suicidarsi! Le belle e romantiche vallate del Derbyshire, del Nottinghamshire e del Lancashire… divennero orribili deserti di tortura – e spesso di assassinio. I guadagni dei fabbricanti erano immensi. Malgrado ciò la loro insaziabilità da lupi mannari diveniva sempre più forte. E allora inaugurarono la prassi del lavoro notturno… il gruppo diurno si metteva nei letti appena abbandonati dal gruppo notturno, e viceversa. Nel Lancashire è divenuta tradizione popolare che “i letti non si raffreddano mai”.» – Karl Marx
La madre di ogni deflazione - « Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l'epidemia della sovrapproduzione.» – Karl Marx
L’Onnipotente? - « Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l'oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà costituisce l'onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi, come ente onnipotente...» – Karl Marx
Avere o essere? - « Marx affermava che il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di "essere" molto, non già di "avere" molto. (Mi riferisco qui al vero Marx, all'umanista radicale, non alla sua volgare contraffazione costituita dal “comunismo” sovietico.)» – Erich Fromm