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4/30/2018
Avvenire dei Lavoratori
Le amare lezioni del protezionismo
4/30/2018
Avvenire dei Lavoratori
1.22.2018
Inflazione al 2%: la panacea di tutti i mali?
1/22/2018
Avvenire dei Lavoratori
Mario Draghi (BCE) e Janet Yellen (Fed) fanno a gara nel parlare dell'inflazione che non c'è…
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista
Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell'inflazione che non c'è. Per loro una vera e propria ossessione.
A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell'assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.
La parola "inflazione" è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un'economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.
Nell'immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d'inflazione sarebbe sinonimo di un'economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.
Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l'inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l'iperinflazione del 15-20%.
L'inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un "animale" non meno pericoloso. Essa avviene quando l'economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell'occupazione.
La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d'investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. È un processo che porta direttamente alla recessione.
L'obiettivo "inflazione al 2%" è il "fratello gemello" della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.
Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d'interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.
Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L'unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L'altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s'intuisce che il cosiddetto "inflation targetting" più che una teoria economica è una politica dell'informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l'asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l'annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
È arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l'economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l'intera economia. Spesso lo ha fatto l'America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro.
Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell'inflazione al 2%.
10.31.2017
L'amaro frutto della Brexit
10/31/2017
Avvenire dei Lavoratori
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia
e Paolo Raimondi, Economista
Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un'eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.
Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l'Unione europea avvenisse in modo disordinato.
Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l'intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell'Ue. È ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.
Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.
Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.
È chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.
Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l'Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse as usual e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.
Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.
Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l'intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.
Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l'intero sistema che deve essere messo sotto la lente d'ingrandimento e riformato.
Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell'economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell'Occidente.
La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.
Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c'è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il black monday di trent'anni fa docet!
Il “secolo africano” e la questione del debito
10/31/2017
Avvenire dei Lavoratori
La questione del debito pubblico globale è sempre più scottante: è aumentato da 30 trilioni di dollari del 2007 ai 65 trilioni attuali.
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista
La questione del debito pubblico globale è sempre più scottante. Ovunque la si guardi essa suscita preoccupazione e paura. In generale nei media il debito pubblico è sinonimo di fallimento o di rischio. Non è una valutazione sbagliata poiché nel mondo esso è aumentato da 30 trilioni di dollari del 2007 ai 65 trilioni attuali.
È più che raddoppiato in dieci anni. In rapporto al Pil negli Usa il debito pubblico in dieci è passato dal 62,5 al106%, nell'Eurozona dal 65 al 90%, in Italia dal 100 al 132,5%.
Sono dati che parlano da soli. Ma è sorprendente il silenzio che accompagna le decisioni importanti in merito alla sua riduzione o alla sua cancellazione. E' il caso della Russia di Vladimir Putin che ha deciso di cancellare parte del debito contratto dagli stati africani.
Come riportato nella pagina web del Cremlino, durante l'incontro pubblico dello scorso 27 settembre con Alpha Conde, presidente della Guinea Conakry e dell'Unione Africana, Putin ha detto che "la Russia sostiene attivamente gli sforzi della comunità internazionale per promuovere lo sviluppo degli Stati africani. Nell'ambito delle iniziative per aiutare i Paesi poveri molto indebitati, è stato deciso di cancellare oltre 20 miliardi di debiti ai Paesi africani".
Si tratta di una cifra rilevante, cui la Russia ha deciso di rinunciare a beneficio di quei paesi africani, che con grandi sforzi e non poche difficoltà, stanno lavorando per superare il sottosviluppo e l'indigenza di grandi masse popolari.
Già nel periodo 1998-2004, quando la Chiesa iniziò la grande campagna del Giubileo sollecitando una moratoria sul debito dei paesi poveri, la Russia cancellò ben 16,5 miliardi di dollari del debito africano.
Putin ha aggiunto che dal 2016 Mosca sostiene i programmi alimentari mondiali e che 5 milioni di dollari di questi aiuti sono destinati per l'Africa. Tra questi vi è anche un interessante progetto dell'agenzia Unido per lo sviluppo dell'agricoltura e della pesca in Etiopia.
In verità tutti i paesi Brics sono molto impegnati nello sviluppo economico e sociale e nella modernizzazione delle infrastrutture dell'intero continente africano. I loro summit hanno sempre dedicato molte energie e iniziative mirate all'Africa, nella consapevolezza che non si può prescindere dalla soluzione degli attuali squilibri.
All'ultimo incontro di settembre a Xiamen, in Cina, hanno posto grande enfasi sull'importanza di allargare l'alleanza Brics verso i mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo, rafforzando specialmente la cooperazione con l'Africa. In questo contesto, è molto importante la decisione di creare un Centro Regionale Africano all'interno della New Development Bank, la loro banca di sviluppo, e di lanciare un Piano di Azione per l'Innovazione e la Cooperazione soprattutto per l'Africa.
I tanti pseudo esperti occidentali, purtroppo, sembra si stiano agitando per dimostrare che le decisioni della Russia e in generale dei Brics non sono altro che interessate operazioni per penetrare nel continente nero. Potrebbe anche esserci del vero. Ma i paesi europei e l'Unione europea dovrebbero spiegare perché stanno perdendo il loro naturale ruolo di amicizia e di cooperazione cui erano chiamati. Forse perché non hanno mai corretto l'arroganza propria del neocolonialismo? O forse perché mantengono un approccio prevalentemente improntato al massimo profitto e al liberismo più sfrenato? Noi pensiamo che l'approccio sia sbagliato.
Al riguardo si ricordi che, per esempio, a più di 50 anni dalla dichiarazione di indipendenza dei Paesi francofoni dalla Francia, la loro moneta è ancora stampata a Parigi ed è totalmente controllata dalla Banque de France!
Del resto non è un caso che anche la Chiesa, con l'enciclica “Populorum Progressio” di papa Paolo VI, abbia a suo tempo indicato la giusta strada per la riduzione del debito e per lo sviluppo dei popoli, denunciando, tra l'altro, "l'imperialismo internazionale del denaro". Si può costatare che la Chiesa è sempre stata molto attenta a queste problematiche economiche e sociali. I documenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace "Al servizio della Comunità umana: un approccio etico al debito internazionale" (1986) e "Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un'Autorità pubblica a competenza universale" (2011) sono chiari ed eloquenti.
Anche l'Italia e le nostre imprese, purtroppo, pur avendo un'attitudine più cooperativa, e godendo di una certa simpatia in molte parti dell'Africa, non riescono ad esprimere una politica economica e culturale innovativa e più orientata allo sviluppo vero.
Questo è il “secolo africano” che riteniamo debba essere affrontato con impegno maggiore e diverso nei 54 paesi che fanno parte dell'Africa.

