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Occasione unica per l’Europa - Il prossimo summit dell’Asia-Europe Meeting (ASEM) di Milano
10/16/2014
Avvenire dei Lavoratori
di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista
Il prossimo summit dell'Asia-Europe Meeting (ASEM) di Milano è differente da tutti gli altri numerosi incontri internazionali, a cominciare dal G20. Gli Stati Uniti saranno assenti. Si tratta, infatti, della conferenza dei capi di stato e di governo dell'Asia e dell'Europa.
Noi auspichiamo che questo evento sia consapevolmente trasformato dall'Unione europea e dai singoli Paesi dell'Europa in una occasione per avviare seriamente una cooperazione economica e strategica con l'intero continente euro-asiatico.
E' stato un anno di conflitti e di destabilizzazioni, purtroppo non ancora risolti, nel continente europeo, nel Mediterraneo e nel vicino Medio Oriente. I paesi euro-asiatici però si presentano a Milano con una visione alternativa e strategica di sviluppo pacifico multipolare, con proposte concrete di riforma del sistema monetario internazionale e con programmi di ampio respiro nel settore delle infrastrutture e per la modernizzazione dei loro vastissimi territori.
La Cina ha in cantiere una serie di grandi progetti che non sono più solo sulla carta. C'è in particolare la "Silk Road Economic Belt", cioè la nuova via della seta che, passando attraverso il Kazakhstan, dovrebbe arrivare in Europa. La dirigenza cinese vorrebbe fare di Berlino il suo snodo centrale, prima di arrivare fino ai porti atlantici. Ne ha già parlato con i governanti della Germania.
La Cina ha sviluppato tutta una serie di altre vie della seta, anche in direzione Sud fino all'India. Il presidente cinese Xi Jinping ha recentemente presentato al Primo ministro indiano, Narendra Modi, un piano di investimenti per 100 miliardi di dollari e la proposta di realizzare insieme una via della seta marittima che entrando nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, potrebbe agganciarsi, attraversando l'Italia, all'intera rete infrastrutturale europea.
E' da sottolineare il fatto che per finanziare simili progetti la Cina e molti altri Paesi considerati emergenti non fanno più riferimento alle vecchie istituzioni finanziarie e monetarie, come il Fmi e la Banca Mondiale. Stanno invece alacremente lavorando, ad esempio, per la costruzione della Asian Infrastructure Investment Bank.
In risposta alla pericolosa e persistente volontà degli Stati Uniti di considerarsi l'unica potenza mondiale e nel mezzo delle sanzioni americane ed europee contro Mosca per la crisi ucraina, la Cina e la Russia hanno a maggio siglato lo storico accordo di forniture russe di 38 miliardi di metri cubi di gas per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari in trent'anni.
Come abbiamo più volte scritto, la Russia, tra l'altro, sta anche lavorando alla realizzazione della TransEuro-Asian Development Belt "Razvitie" che prevede corridoi infrastrutturali (ferrovie, strade, energia, comunicazione) dalle coste del Pacifico fino all'Europa e all'Atlantico. Si tratta di un enorme progetto. Sarà realizzabile soltanto in cooperazione tecnologica con l'Europa. Esso mira, infatti, alla creazione di nuove città, di insediamenti urbani, di qualificati centri scientifici e agroindustriali anche nella vastissima e poco abitata Siberia.
Nelle ultime settimane, Vladimir Yakunin, presidente delle Ferrovie Russe e promotore del Razvitie, è stato due volte in Cina, a Shanghai e a Lanzhou, proprio per discutere di questi corridoi di sviluppo. I rappresentanti cinesi hanno intelligentemente proposto di collegare la via della seta con il Razvitie attraverso nuovi collegamenti ferroviari.
In questa prospettiva è doveroso notare che molti di questi progetti, soprattutto quelli relativi all'energia, tendono a bypassare l'intermediazione del dollaro per essere stipulati direttamente in yuan e in rubli. Secondo gli ultimi resoconti, sulla borsa di Mosca gli scambi rublo-yuan sarebbero già decuplicati.
Ciò evidentemente accade non per una scelta estemporanea ma dopo lo storico incontro dei paesi BRICS a Fortaleza in Brasile dove, tra l'altro, fu "lanciata" la New Development Bank con un capitale iniziale equivalente a 100 miliardi di dollari.
Come si vede, il Razvitie e le varie vie della seta avrebbero il loro capolinea in Europa dove purtroppo l'Unione europea e la burocrazia di Bruxelles appaiono ancora troppo succubi e timidi nel formulare un'autonoma strategia di sviluppo e di cooperazione internazionali rispetto agli USA. Forse si pensa, come ai vecchi tempi degli imperi, di essere i primi al mondo. Così non è. La recessione e la persistente e crescente disoccupazione ce lo ricordano quotidianamente. .
Noi riteniamo che per l'Europa la via d'uscita dalla crisi, oltre agli ineludibili compiti da risolvere a casa propria da parte di tutti, sia anche nella fattiva partecipazione ai grandi progetti infrastrutturali e di sviluppo sopra menzionati.
La nostra tecnologia, le nostre professionalità e la nostra imprenditorialità sono indispensabili alla realizzazione di simili progetti. E non si tratta soltanto di esportare più prodotti di alta tecnologia ma anche di partecipare direttamente ai lavori. Ciò non può che contribuire alla ripresa economica ed occupazionale anche del nostro Paese.
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Da Avanti! online
Basta austerità. La Francia si ribella alle regole del Patto di Stabilità e dice ‘no’ a nuove misure di austerità, ma Bruxelles le ricorda che i paesi membri devono rispettare gli impegni presi.
Il governo francese prevede, nella legge di bilancio per il 2015, un deficit che quest’anno si attesterà al 4,4% del Pil, l’anno prossimo si restringerà al 4,3%, nel 2016 scenderà al 3,8% e solo nel 2017 andrà al 2,8%, cioè sotto il tetto del 3%. In precedenza Parigi si era impegnata a scendere sotto il 3% fin da quest’anno. “Abbiamo preso la decisione di adattare il passo di riduzione del Pil – spiega il ministro delle Finanze, Michel Sapin – alla situazione economica del paese. La nostra politica economica - aggiunge Sapin – non sta cambiando, ma il deficit sarà ridotto più lentamente del previsto a causa delle circostanze economiche. Nessun ulteriore sforzo – si legge in un comunicato che accompagna i numeri della legge di bilancio - sarà richiesto alla Francia, perché il governo – assumendosi la responsabilità di bilancio di rimettere sulla giusta strada il paese – respinge l’austerità”.
Parole chiare. Ma a stretto giro di posta arriva la replica di Bruxelles, che ricorda a Parigi che gli Stati europei “devono rispettare le raccomandazioni specifiche per paese” che sono state approvate dal Consiglio Ue su proposta della Commissione. Lo ha spiegato il portavoce del commissario agli Affari economici e finanziari Simon O’ Connor senza commentare nello specifico i recenti annunci sui conti pubblici di Italia e Francia. “Gli impegni presi dagli Stati nei confronti degli altri – ha detto – sono comuni e il ruolo della commissione è quello di dire se i progetti di bilancio metteranno gli Stati sulla strada giusta per rispettare tali impegni”.
Alla Francia replica anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel: “Tutti gli stati dell’Unione europea facciano i loro compiti e rispettino pienamente gli impegni presi, altrimenti ne va della credibilità dell’Europa. Una crescita sostenibile di lunga durata – ha detto Merkel – si può raggiungere soltanto sulla base di una solida politica di bilancio. Non siamo al punto – ha aggiunto – in cui possiamo dire che la crisi è completamente alle nostre spalle. Per questo ora è importante per tutti rispettare pienamente gli obblighi e gli impegni in modo credibile. Questo – ha detto ancora Merkel – può essere fatto soltanto dai singoli stati membri. E’ nella responsabilità di ciascuno stato fare i propri compiti per migliorare la competitività”.
Molto duro anche il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem secondo il qualche “la Francia, come altri Paesi, deve lavorare più duramente perché deve rispettare le regole del Patto di stabilità, riguadagnare competitività, rendere flessibile il mercato del lavoro. La Francia non sta riuscendo a riportare gradualmente il suo bilancio in ordine, Parigi ha avuto due anni in più”. Dijsselbloem ha poi ha spiegato che sulla Francia “la pressione sta salendo, le misure che devono adottare sono sia sul fronte del bilancio che su quello delle riforme. Parigi deve recuperare competitività”, ha detto il presidente. “Molti Paesi più piccoli hanno adottato misure difficili, come i Baltici, Portogallo, Irlanda e Grecia. Se tutti loro lo hanno potuto fare, potrà farlo anche un Paese grande come la Francia”, ha concluso.
Il Ministro Sapin, che aveva già preannunciato che i target di deficit per il 2015 erano inattuabili, prevede una crescita economica stentata dello 0,4% quest’anno, seguita da un +1% nel 2015, +1,7% nel 2016, +1,9% nel 2018 e solo nel 2018 e nel 2019 il Pil tornerà a crescere del 2%. “Le nostre prospettive economiche – ammette Sapin – non sono quelle previste qualche mese fa”. Inoltre il ministro definisce “senza precedenti” lo sforzo del governo di tagliare di 50 miliardi di euro i volumi della spesa pubblica entro il 2017, pur riconoscendo che il totale della spesa pubblica in questo periodo registrerà un rialzo dello 0,2%. Questo significa che il debito pubblico toccherà nel 2016 un picco del 98% del Pil, iniziando una lieve discesa nel 2017.
A metà ottobre la Commissione europea si dovrà esprimere sulla manovra francese, come sui programmi degli altri Paesi. Un giudizio che si annuncia severo per Parigi, da troppo tempo fuori linea rispetto alle raccomandazioni dell’Unione Europea. Una sponda a Bruxelles potrebbe arrivare dalla Corte dei Conti francese, che oggi ha definito “troppo ottimistiche” le previsioni economiche del Governo per il biennio 2016-2017, lasciando dunque intendere che il deficit di bilancio potrebbe restare sopra il 3% più a lungo del previsto.
Una manovra così poco in linea con le indicazioni europee può essere di aiuto all’Italia, che ha appena annunciato un deficit del 3% quest’anno, del 2,9% nel 2015 e un pareggio di bilancio nel 2017. I conti italiani dunque sono decisamente migliori di quelli francesi. Con un’eccezione rilevante: il nostro debito pubblico è al 131,6% quest’anno, mentre quello francese viaggia intorno al 95 per cento. È questo il tallone d’Achille italiano che riduce i margini di manovra di Renzi con Bruxelles.
Indicativi i dati sullo spread. Quello italiano a spagnolo infatti sono in discesa rispettivamente a 138 e a 117 sul Bund tedesco. Mentre quello francese a quota 34 è sostanzialmente stabile, dunque l’annuncio di Parigi non influisce, al momento, più di tanto sull’andamento dei differenziali.
Ieri sera il Ministro dell’economia dell’Economia Pier Carlo Padoan, aveva illustrato le stime della nota di aggiornamento al Def dopo il via libera del Consiglio dei ministri. “Il quadro economico – ha detto – risulta fortemente deteriorato, con il deficit 2014 in salita al 3% e il pil al -0,3%”. Uno scenario a tinte fosche per quest’anno con il deficit al limite della soglia Ue e il pil in territorio negativo. Il tutto corredato da un nuovo slittamento del pareggio di bilancio: al 2017. “L’aggiustamento sarà più lento dello 0,5% perché secondo noi siamo in circostanze eccezionali – ha detto Padoan – con l’economia molto deteriorata rispetto al def precedente”. Dunque “rallenta l’aggiustamento del saldo e il pareggio strutturale a partire dal 2017.

