1.25.2011

Fiat, la lezione del referendum

LAVORO E DIRITTI
a cura di rassegna.it

A colloquio con Bellono (Fiom Torino): "Mirafiori ha una storia importante; ma attenzione, non è che lì oggi la Fiom sia molto forte. Non ero alla mia prima assemblea: be', debbo dire che mai come in questo caso ho trovato una sintonia così alta con i lavoratori".

di Giovanni Rispoli

"Cosa penso? Che i lavoratori hanno sempre sentito i nostri delegati al loro fianco, un fatto che hanno molto apprezzato". Federico Bellono, segretario generale della Fiom di Torino e provincia, ha seguito passo passo la vertenza di Mirafiori. Gli abbiamo chiesto una valutazione sul che fare, adesso, dopo il bel risultato ottenuto dal no; ma, prima ancora, di raccontarci come a quel voto si è arrivati, del rapporto costruito nelle ultime settimane con gli operai dello stabilimento torinese, soprattutto del clima nelle ore cruciali, quelle che hanno preceduto il referendum.

    "Lunedì 10 – racconta –, quando il primo scaglione di lavoratori rientrava dalla cassa integrazione, noi eravamo già davanti ai cancelli. Le altre organizzazioni non c'erano: una volta firmato l'accordo, la sensazione è stata che si fossero messe da parte per lasciare campo libero all'azienda. Un'idea confermata dal fatto che mercoledì 12, ormai in fabbrica c'erano tutti, preoccupandosi delle nostre iniziative per il giorno successivo, a fare le assemblee è stata la Fiat".

    Assemblee? "Sì, perché non eravamo più di fronte alle prevedibili pressioni sui singoli lavoratori (poi c'è stato anche questo, naturalmente), ma di assemblee vere e proprie, con i capi che hanno convocato gli operai a gruppi per illustrare, a modo loro, l'accordo. Un fatto che ovviamente i lavoratori non hanno vissuto bene: a spiegare le ragioni del sì non erano i sindacati firmatari ma direttamente l'azienda".

    Il giorno successivo, le assemblee della Fiom. "Che sono state un passaggio determinante. Anche dal punto di vista emotivo, del rapporto personale con i lavoratori. Guarda che noi avevamo fatto già le assemblee un mese prima, quando la trattativa era interrotta. Un appuntamento completamente diverso, dove le persone intervenivano per chiedere chiarimenti. Nelle discussioni organizzate il 13, invece, poi la sera si è cominciato a votare, il clima era cambiato completamente".

    In che senso? "I lavoratori erano ormai pienamente consapevoli di quel che l'accordo significava. Non c'era quasi più niente da spiegare. La richiesta che è venuta è stata un'altra, diversa: 'Andate avanti, tenete duro'. E a spronarci non era solo chi esplicitamente si dichiarava per il no; erano anche molti di coloro, accolti con il massimo rispetto, che ci parlavano delle loro ansie, che erano angosciati per il lavoro, che per questo avrebbero votato sì". Un sentimento forte di vicinanza: non solo della Fiom nei confronti degli operai ma degli operai nei confronti della Fiom. "Un sentimento che non era affatto scontato, quello verso di noi. Mirafiori è una fabbrica con una storia e una tradizione sindacale importante, inutile dirlo; ma attenzione, non è che lì oggi la Fiom sia molto forte. Non ero alla mia prima assemblea, qualcuna nel tempo l'ho vissuta: beh, debbo dire che mai come in questo caso ho trovato una sintonia così alta con i lavoratori".

    "Una sintonia – prosegue Bellono – realizzata intorno a una questione precisa: il merito dell'accordo.Vedi, tutta la discussione che è ruotata intorno a Mirafiori, anche a sinistra, ha avuto secondo me un grosso limite: si è sottovalutato il dato di realtà, quel che l'accordo molto concretamente prevedeva. Noi, lì, stavamo parlando con lavoratori a cui, insieme a un peggioramento della condizione, verranno negati alcuni fondamentali diritti. E questo, per la vita quotidiana di ognuno, è decisivo. Ripeto, anche a sinistra, nel corso della discussione che c'è stata, abbiamo avuto una reazione del tipo: vabbè, però bisogna salvare l'investimento, poi il problema della rappresentanza lo risolviamo. Sbagliato: una lettura miope, superficiale. Perché la qualità della condizione, i diritti, il modo come il lavoro viene trattato non è che lo recuperi con l'investimento. È il modello che non va, perché è un modello autoritario. E da questo, in primis la Fiat, si dovrebbe ricavare qualche insegnamento".

    In che senso? "L'azienda va governata: pensare che sia possibile insistendo su un testo che la condizione di lavoro, il diritto di sciopero e la rappresentanza li definisce nei termini che conosciamo mi sembra ben difficile". Il futuro? "Ora bisogna incalzare la Fiat sull'investimento; e su questo possono esserci anche delle convergenze. Ma fare attenzione ai lavoratori, al loro malessere, lanciare un segnale alla Fiom sarebbe un fatto di saggezza. Quello di Mirafiori non è stato un referendum politico: sì, no, poi si va avanti secondo le indicazioni delle urne. No, qui con quei lavoratori, i tanti che hanno rifiutato l'accordo, bisogna trovare un equilibrio. Guardare avanti non significa aggirare l'insieme di questioni che nel voto sono esplose".

    In pratica? insistiamo. "Da qui all'avvio delle nuove attività manca più di un anno – risponde il segretario Fiom –.Allora l'intera vicenda può essere innanzitutto un'occasione per trovare una soluzione al problema della rappresentanza. In secondo luogo bisognerà incalzare la Fiat sul piano industriale: e questo, io credo, potrà permetterci di ritornare sul merito dell'accordo. In ogni caso sarà bene esplorare anche le vie legali, visto il salto in peggio che Mirafiori rappresenta rispetto a Pomigliano. Per bloccare un disegno che riteniamo negativo nessuna strada va esclusa". Ora c'è lo sciopero generale del 28 gennaio. "La sua riuscita è essenziale. A sostegno dei lavoratori di Mirafiori e perché la rottura di Fiat con Confindustria è appunto una rottura, non un fatto tattico – conclude Bellono –. Bisogna impedire che si avvii un meccanismo di imitazione che sarebbe, per tutti, deleterio".   

12.21.2010

UE - Via libera al Fondo salva stati

LAVORO E DIRITTI
a cura di rassegna.it

I capi di stato e di governo assicurano: "Faremo di tutto per la stabilità della moneta unica". Critiche dal Fondo monetario internazionale: "Ue lenta, non otterrà molto". Eurobond ancora tabù, per ora vince il veto di Germania e Francia

Il Consiglio Ue di Bruxelles ha ratificato la creazione di un Fondo salva-stati permanente. Sarà attivo a partire dalla metà del 2013, dopo le modifiche del Trattato di Lisbona. I capi di Stato e di governo dell'Eurozona, riuniti in Belgio per due giorni (16 e 17 dicembre) si dicono pronti a 'fare tutto quello che è necessario per assicurare la stabilità della zona euro nel suo insieme". Il tentativo è quello di scoraggiare gli attacchi speculativi che potrebbero colpire Portogallo e Spagna e in un caso del genere si attingerebbe al Fondo temporaneo già attivato per l'Irlanda. Non tutti, però, sono convinti che si tratti di una risposta adeguata. Tra le critiche spicca quella del Fondo monetario internazionale, che aveva proposto, insieme alla Bce, di aumentare immediatamente le risorse dell'attuale Fondo temporaneo, proposta bocciata per il veto della cancelliera tedesca Angela Merkel.

    Ecco i sette punti su cui i governi si impegnano dell'Eurozona: piena attuazione dei programmi di aiuto a Grecia e Irlanda; determinazione nel portare avanti i piani di austerity per risanare le finanze pubbliche; sostegno alla crescita attraverso le necessarie riforme strutturali; rafforzamento del Patto Ue di stabilità e di crescita con un accordo entro l'estate del 2011; risorse adeguate ai Paesi in difficoltà attraverso l'attuale Fondo salva-stati; ulteriore rafforzamento delle regole nel settore finanziario, compresi nuovi stress test per le banche; sostegno all'azione della Bce.

    Al Fondo permanente si potrà ricorrere solo come 'ultima ratio' e solo con una decisione da prendere all'unanimità, vincolando  i prestiti ai paesi in difficoltà a condizioni molto severe. Le modifiche del Trattato Ue necessarie per creare il Fondo saranno molto limitate, ma alcuni paesi - quelli con una forte componente euroscettica - destano qualche timore, perché anche un solo no bloccherebbe tutto. Dal premier irlandese, Brian Cowen, sono arrivate rassicurazioni: un referendum sulle modifiche in Irlanda (il cui esito sar è "molto improbabile".

    I leader dei 27 restano divisi sull'idea degli eurobond. La questione è stata sollevata di nuovo nel corso di una  cena di lavoro in Belgio, il progetto portato avanti da Italia e Lussemburgo, non ha raccolto consensi. Anche in questo caso a dettare la linea è la Germania, contraria agli eurobond perché "non eliminerebbero le debolezze in Europa mentre eliminerebbero la pressione sugli Stati indebitati per risanare i propri bilanci", ha detto Merkel. Sulla posizione di Berlino è affiancata da Parigi e per ora non se fa nulla. Ma in molti sono convinti che la discussione continuerà nei prossimi mesi.     

12.13.2010

Consiglio europeo - L'UE deve accelerare

EUROPA

In occasione del prossimo Consiglio europeo, convocato per il 16 e 17 dicembre l'Europa deve accelerare nell'opera di riforma della governance

Gianni Pittella
Vicepresidente vicario del Parlamento europeo

Proprio nel momento in cui i tempi sembravano maturi per dotare l'Unione europea di maggiori poteri "politici", attraverso il deciso rafforzamento del ruolo di coordinamento delle politiche economiche, la rottura sul Bilancio comunitario e la precipitazione della situazione irlandese riportano l'Europa a confrontarsi con i peggiori scenari e, come sottolineato dal  Presidente Van Rompuy, con un rischio "sopravvivenza" dell'Unione.

    Pare proprio che a qualche governo non vada giù di cedere competenze nazionali a vantaggio di una gestione comune, né di mettere mano alla cassa in favore di un altro Paese in difficoltà. A spingere in queste ultime ore l'Europa sul bordo del precipizio sono stati soprattutto i tentennamenti della Merkel in occasione dell'intervento di salvataggio prima della Grecia, ed ora dell'Irlanda, e l'azione irresponsabile e demagogica del premier inglese Cameron che ha lavorato per affossare ogni margine di accordo sul bilancio europeo.

    In tale scenario anche i mercati finanziari stanno facendo la loro parte nel destabilizzare l'Europa politica, tentando di svincolarsi da qualsiasi forma di coinvolgimento in eventuali ristrutturazioni delle finanze pubbliche.  Non é un caso che le fibrillazioni degli investitori siano aumentate a seguito dell'ipotesi ventilata dalla Germania di un coinvolgimento del settore privato nei piani di salvataggio.  Ci sono tuttavia gli strumenti e i tempi per ribaltare la situazione e rilanciare l'azione europea. Partiamo dal Bilancio. Scaduti i 21 giorni previsti dal Trattato per trovare un accordo tra Consiglio e Parlamento, adesso la Commissione europea presenterà una nuova proposta che andrebbe approvata entro fine anno per non penalizzare i beneficiari delle risorse europee: dalle Regioni che utilizzano i fondi strutturali gli agricoltori che beneficiano della PAC, dalle Università e centri di ricerca agli enti locali, per finire con le nuove autorità europee responsabili della vigilanza dei mercati che saranno operative da gennaio 2011 ma che, senza bilancio approvato, non avranno nemmeno un  euro per partire.

    La base negoziale per fare l'accordo é di assoluta saggezza ed il Parlamento, con la massima responsabilità istituzionale, si é mostrato pronto ad accettare l'ulteriore taglio di 4 miliardi richiesto dai governi - per venire incontro alle difficoltà di cassa degli stati membri - a patto però che per il 2012-2013 siano previste maggiori risorse per far fronte ai nuovi compiti che il Trattato di Lisbona conferisce all'UE ed agli obiettivi concordati con la Strategia "Europa 2020" che i governi votarono all'unanimità e che ora é ben strano non vogliano più finanziare.

    Mi auguro che in occasione del prossimo Consiglio europeo, convocato per il 16 e 17 dicembre, si registri il medesimo senso di responsabilità mostrato dal Parlamento e che non prevalga la miopia distruttrice di tre Paesi - Inghilterra, Olanda e Svezia - sulla maggioranza di chi vuole coniugare austerità e risparmi con crescita e sviluppo, rigore nella spesa con salvaguardia degli investimenti europei indispensabili per il futuro dei cittadini. In merito poi alla questione irlandese ed alla generale crisi delle finanze pubbliche europee bisogna agire con gli strumenti che sono a disposizione. L'Europa deve mantenere ben saldo il timone puntando a rendere il prima possibile permanente  il "meccanismo di stabilizzazione", accelerare nell'opera di riforma della governance economica prevedendo chiari paletti per l'applicazione del patto di stabilità e,  parallelamente, continuare nell'azione già in atto di regolamentazione dei mercati finanziari. Anche perché l'euro non puó essere  ostaggio di mercati finanziari che stanno facendo la loro parte nel destabilizzare l'Europa politica, tentando di svincolarsi da qualsiasi forma di coinvolgimento in eventuali ristrutturazioni delle finanze pubbliche.  

Il modello Germania Est per il nostro Mezzogiorno

Economia
a cura di ItaliaOggi

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista

Dopo la caduta del muro di Berlino e l'unificazione della Germania le regioni tedesche dell'Est potevano finire nell'abbandono e nell'arretratezza economica come il nostro Mezzogiorno. Ciò non è successo.

    Oggi la Germania dell'Est è un territorio totalmente differente con nuove infrastrutture e nuovi insediamenti abitativi, con notevoli investimenti in alta tecnologia e nei parchi industriali.

    È una lezione che merita un attento studio.
    In 20 anni il Pil dei 5 Laender orientali (Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, ) è aumentato del 200% e partecipa per il 20% a quello nazionale. I redditi privati sono cresciuti del 50%, il livello di produttività ha raggiunto il 72% di quello occidentale. Per arrivare a questi risultati sono stati trasferiti e investiti oltre 1.200 miliardi di euro. C'è ancora un gap con gli altri laender occidentali ma dovrebbe essere superato in pochi anni.

    All'inizio è stato molto difficile e la situazione sarebbe potuto diventare devastante. Dopo la parità tra il marco di Pankov e quello di Bonn, che richiese un notevole impegno finanziario, i prezzi dei prodotti industriali dei nuovi laender aumentarono del 400%. L'industria orientale non aveva alcuna chance nella competizione con i fratelli occidentali e con i mercati internazionali. Basterebbe mettere a confronto l'auto Trabant di Erick Honecker con la più piccola utilitaria della Volkswagen di Helmut Kohl per comprendere la situazione.

    Nei primi dieci anni dopo l'unificazione vi è stato un processo di deindustrializzazione e di smantellamento dell'economia nelle regioni dell'Est, con una disoccupazione di oltre il 20% e un'emigrazione di 2 milioni di persone. L'iniziale il processo di ristrutturazione venne affrontato con metodi burocratici e lenti e affidato ad una apposita agenzia, la Treuhandanstalt. La privatizzazione delle industrie di stato fu un vero fallimento e in breve tempo produsse perdite per 100 miliardi di euro.

    Dopo circa 10 anni la Germania però cambiò radicalmente rotta. Decise che era necessario un trasferimento di capitali, di conoscenza e di tecnologia, altrimenti quelle regioni depresse avrebbero corrotto e minato l'esistenza dell'intero paese.Si comprese che lo Stato avrebbe dovuto direttamente affrontare tale compito con un sostegno mirato per garantire il trasferimento di know how e di tecnologie per corridoi orizzontali tra laender, industrie e centri di ricerca.

    In certo senso la Germania ha saputo formulare una sintesi moderna ed efficace tra lo «stato imprenditore» di Enrico Mattei e la «planification indicative» di Charles De Gaulle per mettere quelle regioni in condizioni di affrontare le sfide dei mercati mondiali. Intelligentemente sono stati trasferiti gli standard istituzionali, legali e amministrativi della Germania occidentale, garantendo un forte impegno nella lotta contro la corruzione. Certamente l'innovazione e lo sviluppo delle conoscenze sono la base di ogni società moderna, ma, per una positiva performance economica di un paese, è essenziale la diffusione delle moderne tecnologie su uno spettro ampio di applicazioni industriali.

    La Germania ha messo in campo il meglio della ricerca pubblica: università, istituti per le scienze applicate e centri di ricerca. Questi ultimi, anche se parzialmente privati, gestiscono bilanci pari a un terzo delle spese statali per la ricerca scientifica e sono il vero asso nella manica dell'eccellenza tecnologica e dell'innovazione industriale tedesca. Per esempio, il Fraunhofer Gesellschaft, da solo conta oltre 17.000 ricercatori e impiegati distribuiti in 60 centri. Lo Stato ha anche impegnato la rete dei Technologietransferstelle per il trasferimento delle tecnologie dalla ricerca all'industria.

    Inoltre per frenare la fuga dei cervelli da quei territori ha realizzato un'intensa rete di trasporti e comunicazioni e creato la necessaria cultura del business prima ovviamente assente. Il risultato è quello di uno sviluppo in settori importanti quali i semiconduttori, i nuovi materiali, la chimica avanzata, l'ottica, le biotecnologie, il solare e il fotovoltaico.

    E in Italia? Senza voler importare modelli altrui sarebbe urgente realizzare un serio piano infrastrutturale materiale e immateriale per il nostro Sud per eliminare le attuali diseconomie che frenano investimenti e ritardano l'integrazione economica tra le varie realtà in Italia ed in Europa.

    Sarebbe auspicabile che sul tema Mezzogiorno si creasse davvero una unità di intenti a livello politico e una efficace e corretta sinergia comportamentale tra le amministrazioni regionali e il governo nazionale. Il mondo è profondamente cambiato e la persistente crisi finanziaria globale ha modificato gli assetti geopolitici ed economici. Si dovrebbe considerare che forse il Mezzogiorno potrebbe essere la salvezza dell'intera economia italiana.   

12.05.2010

Per un nuovo paniere di valute

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista


Il Seul Action Plan contiene un impegno dei paesi del G20 ad «astenersi da svalutazioni competitive sulle monete» che sembra essere un minimo accordo razionale contro le guerre valutarie. In realtà è lontano anni luce dalla necessaria e improcrastinabile riforma del sistema monetario internazionale.

Per dirla con la Angela Merkel «una politica che scommette di mantenere bassi i tassi di cambio e di favorire l'export in modo artificiale, alla fine danneggia tutti». In questo modo si creano inevitabili tensioni e distorsioni che indebolirebbero la ripresa economica globale.

Effettivamente si vive oggi senza un ordine monetario. Lo si sa dal 1971, l'anno in cui il presidente americano Richard Nixon decise di sganciare il valore del dollaro da quello dell'oro e di abbandonare il riferimento alle riserve auree per passare ad un sistema di cambi flessibili. La progressiva regressione dell'economia americana e il suo indebitamento, l'emergere dell'Unione europea e delle nuove potenze economiche dei paesi del Bric hanno successivamente reso sempre più insostenibile il ruolo del dollaro come unico strumento del commercio internazionale.

Tuttavia ancora oggi l'egemonia del biglietto verde c'è ed è sostenuta dal fatto che l'85% delle transazioni mondiali dei cambi ed il 62% delle riserve delle banche centrali sono in dollari. Il flusso di dollari che si registra quotidianamente sui mercati internazionali è di circa 4.000 miliardi. È amaro dover constatare il verificarsi dell'ammonimento dell'allora segretario del Tesoro di Nixon, John Connolly, che affermava: «Il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema».

Prima si pensava che le riserve monetarie servissero per affrontare situazioni di emergenza valutaria nazionale e per pagare i disavanzi commerciali, oggi invece esse sono diventate quasi delle bolle di liquidità e strumenti di possibili pressioni sulle politiche monetarie dei paesi debitori da parte dei paesi creditori. I paesi emergenti hanno infatti circa 7.000 miliardi di dollari nelle loro riserve, 2.500 miliardi dei quali in possesso della sola Cina.

Mentre la Fed stampa dollari per pagare i debiti, dovremmo riflettere sul fatto che gli Usa aumentino nel contempo le loro riserve auree. Hanno 8.133 tonnellate di oro nelle loro riserve monetarie, mentre la Germania ne ha 3.412 , la Francia e l'Italia circa 2.450 ciascuna e la Cina 1.050 tonnellate. Il messaggio è chiaro. Non può essere frainteso: voi vi tenete i dollari, il cui valore sarà tutto da scoprire, noi l'oro, il cui prezzo è passato dai 34 dollari l'oncia del fatidico 1971 agli attuali 1.400 l'oncia! È un evidente atto di difesa contro il rischio di possibili grandi rivolgimenti.

Ciò pone con urgenza la necessità di riformulare l'intero sistema monetario internazionale. L'era del dollaro sta volgendo alla fine. Da tempo, non solo noi, sosteniamo la necessità di creare un paniere di valute. Al dollaro sarebbe opportuno affiancare altre monete come l'euro, lo yen giapponese, lo yuan cinese e nuove monete di riferimento di blocchi regionali emergenti per un nuovo e più regolato sistema dei cambi, dei pagamenti internazionali e delle riserve. Un sistema che deve combinare mercato e regole da parte degli stati che vi aderiscono.

Recentemente anche il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, lo ha proposto sulle pagine del Wall Street Journal.

In questo campo l'Europa, che è stata troppo ai margini delle discussioni anche nell'ultimo summit di Seul, potrebbe avere un ruolo molto importante e trainante. Prima di arrivare alla moneta unica, nel 1979 si istituì il Sistema Monetario Europeo (Sme) che potrebbe essere considerato per il nuovo sistema monetario mondiale multi polare. Lo Sme nasceva dopo il crollo del sistema di Bretton Woods e mirava a rafforzare l'unione dei paesi europei e a contenere le fluttuazioni tra le monete dell'allora Comunità Europea all'interno di una fascia di oscillazione del 2,25%. Fu creata anche un'unità di conto sintetica, l'Ecu, basata su un paniere di monete Cee in relazione alla loro forza economica e all'oro. È stato un sistema che ha funzionato abbastanza bene fino al 1992 quando cominciò a sfidare l'egemonia solitaria del dollaro e fu distrutto dalla speculazione più incontrollata.

Oggi un sistema monetario multi laterale basato su un paniere di monete e sull'oro non è più soltanto un'opzione desiderabile. È un'ineludibile necessità per evitare la crescente volatilità monetaria e finanziaria e per scongiurare atti di protezionismo aggressivo e il rischio di vere e proprie guerre monetarie.