12.02.2010

Una tassa sulle transazioni finanziarie

ECONOMIA
nelmerito.com

130 economisti italiani hanno firmato un appello per la l'introduzione di una tassa sulla transazioni finanziarie (TTF). L'idea di un provvedimento di questo tipo circola da alcuni decenni, sotto svariate forme, partendo dalla cosiddetta Tobin Tax

di Roberto Tamburini

Centotrenta economisti italiani (tra cui il sottoscritto) hanno firmato un Appello per la l'introduzione di una tassa sulla transazioni finanziarie (TTF).  L'idea di un provvedimento di questo tipo circola da alcuni decenni, sotto svariate forme, partendo dalla cosiddetta Tobin Tax, che porta il nome di uno dei più influenti economisti della generazione keynesiana, Premio Nobel del 1981. Questa volta il fronte favorevole va molto oltre alcuni circoli accademici demodé, movimenti terzomondisti o no global. Questa volta sono in prima fila alcuni capi di governo (come Sarkozy e Merkel), e di istituzioni internazionali (Barroso). In Italia è stato presentato un progetto di legge (20-10-2010) sostenuto da un ampio fronte bipartizan. Ecco perché è il momento di sostenere questa proposta.

    L'Appello espone sinteticamente le ragioni in favore della TTF, definendola "una questione di civiltà"1. Siccome questo genere di provvedimento non ha mai avuto successo planetario, infrangendosi contro cortine di obiezioni di principio, tecniche o pratiche, oltre che contro l'istintiva allergia della maggioranza della professione per interventi fiscali, l'Appello si apre con una serie di considerazioni alternative a tali obiezioni tradizionali, con rimandi ad alcuni interessanti studi empirici, tra cui uno del Fondo monetario internazionale (Thornton Matheson, "Taxing Financial Transactions: Issues and Evidence"). A questo proposito, nell'Appello viene opportunamente ricordato che varie forme di TTF sono già in vigore in 23 paesi del mondo, principalmente con lo scopo di finanziare i costi di funzionamento delle Borse locali.

    "L’entità delle somme raccolte varia sensibilmente ed arriva dallo 0.4 percento del Regno Unito nel 2009 sino al 2.1 percento del Pil nel caso di Hong Kong nel 2008. Numerose ricerche hanno studiato gli effetti della tassa dal punto di vista teorico. Alcuni critici temono che essa possa ridurre il valore delle attività finanziarie sottostanti, far crescere il costo del denaro e persino aumentare e non ridurre la volatilità dei mercati riducendo volumi e liquidità delle transazioni. Le simulazioni effettuate evidenziano però che l’impatto di una tassa molto piccola (dall’1 al 5 per 10000) avrebbe un effetto pressoché nullo sul valore delle attività finanziarie e sul costo del capitale. Inoltre gli effetti perversi sulla liquidità e sulla volatilità generati dalle modifiche dello spread tra denaro e lettera sarebbero tutt’altro che certi e dipenderebbero dalla forma di mercato degli intermediari di borsa".

    Detto che gran parte delle obiezioni tecniche e pratiche non sono corroborate da una solida evidenza empirica, rimane aperta la discussione su due punti cruciali: primo, il motivo per cui introdurre una TTF; secondo, il suo utilizzo. Il fatto che una TTF non sia nociva non è sufficiente per dire che sia utile. L'Appello tratta in misura limitata il primo punto, mentre dà molto rilievo al secondo. Il motivo più popolare a sostegno di una Tobin Tax è sempre stato quello della "lotta contro la speculazione finanziaria". Dati i tempi, non occorre sprecare tempo per spiegarne l'appeal politico da parte di capi di governo schiacciati tra la lobby finanziaria internazionale, i costi pubblici esorbitanti dei salvataggi del 2008-09, e il malcontento dei contribuenti elettori. Su questo punto, l'Appello è più specifico e motivato, e ci tornerò tra breve. Quanto all'utilizzo del gettito della TTF, nell'ipotesi più conservativa stimato intorno ai 200 miliardi di dollari, l'Appello punta decisamente sul "finanziamento di beni pubblici globali", come scolarizzazione, salute, nutrizione, microcredito e microfinanza. Anche qui non mancano variegate obiezioni intorno alla inefficacia o nocività degli aiuti internazionali, che l'Appello prende in considerazione. La chiave risolutiva rispetto al problema dell'efficacia degli aiuti si può sintetizzare in questo modo: una piccola imposta, prelevata a molti e distribuita a molti. Una tipica imposta liberal, insomma. Il modello di erogazione degli aiuti, naturalmente, è quello di successo del microcredito alla Yunus, ma non solo.

    Non mi soffermo più a lungo su questo tema, anche se è quello a cui viene dato maggior peso, perché vorrei invece tornare al punto relativo alle ragioni tecniche per introdurre, oggi, una TTF. Come dicevo, l'Appello dice qualcosa in più, ma non abbastanza, rispetto alla tradizionale "lotta alla speculazione finanziaria". Uno slogan, per la verità, che non ha mai portato fortuna ai movimenti pro Tobin Tax, anche perché, obiettivamente, debole e di difficile concretizzazione e realizzazione. L'Appello fa riferimento, en passant, ad un punto più specifico: "rallentare il volume via via crescente degli scambi ad alta frequenza in borsa effettuati automaticamente dagli algoritmi dei computer. Solo dal 2006 al 2009 il volume di queste transazioni automatiche è aumentato dal 30 al 60 percento sul totale degli scambi". Si tratta, invece, di un punto importante, che va al di là del segmento degli scambi computerizzati, e che va inserito nel quadro più generale delle ridefinizione degli strumenti di regolazione dei mercati finanziari seguita alla crisi.

    Per rendere più chiaro l'argomento, farò ricorso all'efficace analogia proposta da una nota economista finanziaria, Sheri Markose, dell'Università di Exeter (Gran Bretagna) in una recente conferenza internazionale tenutasi all'Università di Macerata: il rischio finanziario è diventato come l'inquinamento industriale. Nei manuali di economia pubblica si trova, immancabilmente, l'esempio di una fabbrica che, con i suoi scarti, inquina un fiume che passa nelle vicinanze, creando un danno per i cittadini del villaggio a valle, che nulla hanno a che vedere col business della fabbrica. L'esempio introduce al tema delle esternalità negative, gli effetti negativi indiretti su terzi dell'attività economica di un soggetto, tema che a sua volta rientra nella parte del manuale che tratta di uno dei fondamenti dell'economia pubblica, la correzione dei cosiddetti "fallimenti del mercato".

    Non ho intenzione di addentrarmi qui in questa materia altamente sofistica, ma forse chi ci legge e non è un economista di professione (cosa che auspichiamo) vuole capire meglio in che senso l'inquinamento industriale del fiume è, oltre che un problema ambientale, un "fallimento del mercato". La risposta, se si riesce a dire in parole semplici, è questa. Il prezzo di mercato a cui la fabbrica vende il suo prodotto comprende tutti i costi di produzione diretti (materie prime, salari, interessi, ecc.) ma non quelli dell'uso del fiume come discarica. Quindi, il prezzo di mercato è più basso di quanto sarebbe se includesse anche il costo di utilizzo del fiume, mentre la quantità fabbricata e venduta del prodotto è più alta. In senso preciso, possiamo dire "troppo alta". Una soluzione possibile, anche se non l'unica, è l'introduzione di un'imposta di fabbricazione che, per quanto possibile, trasferisca sul prezzo di vendita il "costo ombra" dell'utilizzo del fiume. Il risultato atteso è prezzo più alto, e consumo, produzione, inquinamento più bassi. Il prototipo di queste imposte è la carbon tax, che nelle sue molteplici incarnazioni ha avuto, e ha, un ruolo rilevante nelle politiche ambientali.

    Che c'entra l'inquinamento del fiume col rischio finanziario? Secondo la teoria dei mercati finanziari efficienti, non c'entra nulla. Infatti, il prezzo di mercato di prodotti finanziari rischiosi, dice la teoria, "incorpora" la valutazione della rischiosità, che viene per intero, e consapevolmente, trasferita sul compratore. Se il compratore subisce dei danni a causa del rischio contenuto nel prodotto ne paga le conseguenze, così come avviene coi rischi della guida di un auto (per altro, i rischi si possono assicurare, ecco perché i prodotti finanziari assicurativi derivati sono tenuti in così alta considerazione e stima dagli esperti, a differenza della quasi totalità della rimanente popolazione). In questo tipo di mercato ideale, il rischio non è mai "troppo" per ogni singolo soggetto, non ci sono esternalità negative, tutto viene "internalizzato" dal prezzo, e non c'è nessuna buona ragione pubblica d'interferire con esso.

    Se ora rileggete bene il paragrafo precedente, anche se non siete esperti di finanza ma avete letto i giornali, e magari in particolare NelMerito, negli ultimi due anni, vi accorgete sicuramente che la crisi del 2008-09 ha mostrato, oltre ogni ragionevole (disinteressato) dubbio, che il mercato finanziario globale ha prodotto risultati opposti a quelli previsti. La gran parte degli esperti ci ha spiegato che 1) produttori e consumatori di prodotti finanziari hanno assunto "troppi rischi", 2) i prezzi di questi prodotti erano drasticamente sbagliati, cioè non incorporavano una valutazione corretta del rischio, 3) c'è stata una crescita vertiginosa della produzione e dello scambio di questi prodotti, e quindi della massa totale di rischio (il cosiddetto rischio sistemico, o non diversificabile), 4) i prodotti e i mercati assicurativi derivati hanno contribuito al, e sono stati travolti dal, gigantesco fallimento del mercato, in quanto hanno alimentato l' "illusione finanziaria" più letale, la scomparsa del rischio (la nostra assicurazione auto non fa diminuire il rischio di un incidente o di un furto).

    Ciascuno di questi quattro fenomeni ha, a sua volta, delle cause più profonde; ma qui mi preme solo rilevare come essi abbiano reso il rischio finanziario molto più simile all'esempio della fabbrica inquinante del manuale di economia pubblica, che a quello del mercato efficiente del manuale di finanza. Sarà un caso, ma proprio nell'epicentro del "disastro ambientale", gli Stati Uniti, si è coniato il termine di toxic assets. Manca solo un ultimo elemento per completare il quadro: l'esternalità negativa. Eccola: si chiama contagio finanziario, un fenomeno noto dai tempi delle crisi bancarie scudate da Walter Bagehot (1826-1877), puntualmente verificatosi su scala planetaria nell'ultima crisi. Il villaggio a valle della fabbrica del rischio inquinante è composto dalla moltitudine di soggetti non direttamente coinvolti nella produzione e scambio dei prodotti tossici, ma che sopportano i costi del disastro ambientale: si va dai clienti (e dipendenti, azionisti, ecc.) d'istituzioni finanziarie sane (in genere, banche tradizionali collocate in posizioni periferiche) ai contribuenti che devono pagare il conto del risanamento.

    Alla luce di questi fatti, che possono essere ricostruiti e analizzati in maniera molto più approfondita, dovrebbero essere gli scettici a dover spiegare perché non introdurre una carbon tax finanziaria. Tocco rapidamente uno solo degli argomenti degli scettici, forse il più classico: la TTF sarebbe controproducente, perché viene trasferita sul prezzo (la pagano i piccoli risparmiatori finali) e riduce i volumi di transazioni (il mercato è meno liquido). Ebbene, questi sono proprio gli effetti attesi e desiderabili di una carbon tax. I piccoli risparmiatori possono essere poco lieti di pagare un po' di più servizi e prodotti finanziari, e utilizzarne di meno, ma questo è il modo per ridurre la loro esposizione al rischio, visto che non lo fa il mercato (o, più maliziosamente, il loro promotore finanziario). Il mercato sarà pure meno liquido, ma se la liquidità prosciugata è quella tossica, il risultato finale è desiderabile socialmente. Vorrei sottolineare che se l'obiettivo è questo, l'intervento fiscale corretto è proprio una TTF, e non un'imposta sui profitti degli intermediari finanziari, che non discrimina tra chi produce inquinamento finanziario e chi no. Anzi, un punto di forza di una TTF efficiente ed efficace può essere quello di andare a sostituire altre imposte.

    Si può obiettare che alti volumi di scambi non sono di per sé causa sufficiente dell'inquinamento finanziario; vero, ma essi sono una buona approssimazione, per ragioni tecniche che non è possibile approfondire qui, sia dell'accumulazione del rischio che della sua diffusione (vedi punto 3 precedente). Ricordo solo, a titolo di esempio, che nel momento del fallimento Bear Stearns (la prima vittima illustre della crisi) aveva qualcosa come 150 milioni di posizioni aperte con 5000 controparti, e che queste posizioni erano cresciute costantemente negli anni precedenti. Infine, una chiara identificazione degli obiettivi della TTF qui indicati ne renderebbe più semplice la comunicazione, e la scelta dell'utilizzo del gettito, tra cui includerei la costituzione di fondi di sicurezza, garanzia, risanamento, ecc., in alternativa al dispendio netto di risorse pubbliche aggiuntive.

    Queste considerazioni non devono far pensare che basti introdurre una TTF per risolvere il problema dell'inquinamento finanziario. Prima di tutto, ci sono molti problemi tecnici, seri e reali, che vanno affrontati per renderla efficace. In secondo luogo, essa va introdotta nel quadro più generale della riforma degli istituti e dei sistemi di regolazione e regolamentazione dei mercati. Tuttavia, non ricordo di aver mai letto argomenti tecnici forti contro una TTF che non fossero ribaltabili su qualunque altra imposta sulle transazioni, dall'IVA alle carbon tax vere e proprie. Mi pare giunto il tempo di smettere di credere e far credere che il mercato finanziario globale sia il regno intoccabile dell'efficienza e che, di conseguenza, qualsiasi "interferenza" sia inevitabilmente peggiorativa.   

Da Seul con un nulla di fatto

Economia
a cura di ItaliaOggi

Il G20 di Seul si è concluso con un colossale nulla di fatto.
Anzi possiamo dire che rappresenta un passo indietro
rispetto agli impegni presi nei summit precedenti.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi)
e Paolo Raimondi, Economista

Il problema più recente della crisi globale, cioè il rischio di uno scontro sui mercati dei cambi e tra le monete, è stato accantonato per evitare una rottura internazionale. È una sostanziale ammissione di impotenza del G20, confermata anche dalla decisione di proseguire con incontri annuali invece che semestrali.

    Il prossimo G20 infatti si terrà in Francia a fine 2011. Sempre che non si verifichi qualche nuova emergenza. Anche sul fronte della riforma finanziaria e della governance si deve ancora passare ai fatti.

    Senza entrare nel merito della portata e dell'efficacia delle proposte, si può dire che Mario Draghi, in qualità di presidente del Financial Stability Board, ha correttamente sintetizzato la questione. Ha detto: «Abbiamo fatto molto, in breve tempo, con le regole. Ora occorrono le leggi». I governi e i parlamenti devono quindi approvare le leggi di attuazione per non lasciare solo sulla carta il lavoro finora fatto.

    In realtà il G20 è stato paralizzato dalla decisione, presa qualche giorno prima in modo autonomo dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità per ben 600 miliardi di dollari. Essa dovrebbe servire ad acquistare titoli di stato americano, mantenendo sempre più bassi i tassi di interesse per favorire la domanda e la ripresa dell'economia Usa. Le autorità americane hanno giustificato tale scelta con la mancata rivalutazione dello yuan cinese che penalizzerebbe le esportazioni Usa, favorendo nel contempo quelle cinesi.

    A nostro avviso tale affermazione non è del tutto fondata. In verità se c'è qualcuno che in questi giochi dei cambi rischia di essere penalizzato è l'Europa con il suo euro forte. Il bombardamento mediatico intorno alla ritrosia cinese sulla flessibilità del tasso di cambio è servito da cortina fumogena per presentare come inevitabile e necessario il «fait accompli» della Fed di stampare altra moneta.

    Basta la semplice lettura dei dati economici relativi alla bilancia commerciale americana per capire la portata meramente finanziaria dell'operazione. Nel periodo gennaio-settembre 2010, gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di circa 380 miliardi di dollari. Ma il problema è ben maggiore in quanto dalla composizione delle esportazioni americane emerge che esse sono rappresentate per il 30% da servizi, in particolare finanziari e assicurativi. che vantano un avanzo di oltre 110 miliardi. I settori produttori dei beni di consumo e dei beni capitali, invece, insieme registrano un disavanzo di quasi 500 miliardi!

    Gli Usa, per esempio, spendono 190 miliardi di dollari solo per importare petrolio grezzo. Se è vero che 200 miliardi del deficit relativo ai beni sono nei confronti della Cina, è altrettanto vero che i restanti 300 miliardi riguardano il resto del mondo: 60 verso l'Eu, 42 verso il Giappone, ben 45 miliardi verso l'Africa, ecc. Forse il dato che meglio rivela i problemi dell'economia americana è il deficit di 56 miliardi di dollari nel settore dei prodotti «advanced technology», ad alta tecnologia.

    Dovrebbe essere lapalissiano che la nazione più avanzata del mondo non può avere un deficit commerciale nelle tecnologie! Gli unici settori tecnologici che ancora «tengono» sono quelli dove gli Usa godono di un monopolio storico: quello aeronautico e quello bellico, che può contare su un budget ufficiale di oltre 700 miliardi di dollari (senza considerare gli extra).

    Perciò l'economia americana non arranca perché il valore dello yuan è basso e tanto meno può riprendere quota attraverso le svalutazioni competitive del dollaro. Come ha recentemente sostenuto Wolfang Schaeuble, il ministro delle Finanze tedesco, «il modello di crescita all'americana è nel mezzo di una crisi profonda». Non c'è stata una distorsione del sistema, ma si è all'inizio della fine di un modello insostenibile.

    Ciò non ci rallegra. Ma a Seul il presidente Barack Obama, sconfitto alle elezione di medio termine, è sembrato appiattirsi sulle posizione della Fed. Solo pochi mesi fa, presentando il bilancio 2011, aveva denunciato il fatto che il «moral hazard» del mondo finanziario e bancario avesse fatto lievitare il debito pubblico di ben 3.000 miliardi di dollari portandolo alla vetta dei 12.000 miliardi. Evidentemente il peso dei signori della finanza è ancora intatto. In America e non solo.   

11.16.2010

Settemila minatori d'Italia

LAVORO E DIRITTI
a cura di www.rassegna.it


Lavorano in oltre 70 imprese sparse in 13 regioni. Sono sempre di meno e continuano ad ammalarsi. Ma l'Italia ha bisogno delle risorse del sottosuolo. Una villetta contiene no a 150 tonnellate di minerali: cemento, stucco, cartongesso, piastrelle

di Sara Picardo

Sono settemila, i minatori d'Italia. Lavorano in oltre 70 imprese, sparse in 13 regioni, anche se la maggior parte si trova in Sardegna e in Piemonte. Hanno il volto scavato, simili alle rocce da cui estraggono minerali, metalli e metalloidi, come il piombo, lo zinco, il mercurio, l'antimonio, lo zolfo. Guadagnano in media 1.100 euro al mese, per 8 ore di lavoro sotto terra. Ora, grazie al nuovo contratto nazionale, la loro busta paga crescerà di circa 125 euro al mese. Abbastanza, ma non sufcienti da giusticare la durezza di un lavoro vecchio di secoli e di malanni. Sì, perché molti minatori si ammalano ancora di silicosi, come 100 anni fa, soffrono di patologie delle vie respiratorie e della pelle, di malattie delle ossa dovute all'umidità, in tanti portano sul corpo i segni degli incidenti occorsi sul luogo di lavoro.

    Nella sola zona del Sulcis, in Sardegna, dei 15.000 operai che negli anni cinquanta lavoravano nelle centinaia di miniere della zona, nessuno ha superato i 46 anni di vita. Quasi tutti vittime di tumori e silicosi. "Fare una stima di quanti siano oggi questi lavoratori è difcile – spiega Mario Di Luca, della Filctem Cgil nazionale –, perché accanto a una buona metà che opera in vere e proprie miniere, saline o cave grandi, ce ne sono altrettanti che prestano servizio in aziende piccole, che fanno anche estrazione dal sottosuolo, ma che non sono censite come vere e proprie miniere, prendono in appalto lavori per grandi opere e spesso impiegano manodopera precaria".

    Nella prima metà del secolo scorso, erano 2.990 le miniere nel nostro paese, il 98 per cento delle quali era scavata sotto terra, e impiegavano oltre 150.000 persone. "La situazione è notevolmente cambiata con il tempo – continua il sindacalista della Filctem – e quasi tutti i vecchi siti sono scomparsi. Alcuni sono passati in mano alle Regioni, che ne danno la concessione a grandi aziende, altri, come in Val d'Aosta, sono stati riutilizzati per scopi turistici, la maggior parte sono stati abbandonati e basta. Il problema è che così non sono solo andati dispersi posti di lavoro,ma anche professionalità, conoscenze, ricerca. Un vero e proprio patrimonio che oggi rimane solo nelle miniere del Sulcis o in quelle di talco della Val Germanasca, in Piemonte, ma di cui tanto rischia comunque di andare perduto".

    Eppure l'Italia ha bisogno delle risorse del sottosuolo, basti pensare al solo utilizzo industriale che se ne fa: una villetta contiene no a 150 tonnellate di minerali sotto forma di cemento, stucco, cartongesso, piastrelle. Un'automobile, di minerali ne contiene no a 150 chilogrammi: nelle gomme, nei materiali di plastica, nei nestrini. Ben il 50 per cento della vernice e della carta è composto da minerali. Così come le ceramiche e il vetro, che di minerali sono fatte addirittura al 100 per cento.

    "Poiché non c'è una politica mineraria nazionale, l'Italia non sa qual è il suo reale fabbisogno e ogni anno molte materie prime devono essere importate dall'estero, soprattutto per soddisfare i bisogni del settore automobilistico e cementifero", dicono ad Assomineraria, che raggruppa circa 20 imprese impegnate nell'estrazione di minerali solidi – sia di medie dimensioni, sia appartenenti a gruppi internazionali –, sparse su tutto il territorio italiano, per un totale di circa 3.600 addetti impiegati.

    Proprio la consorziata di Conndustria ha rmato il 19 ottobre, assieme ai tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, l'ipotesi d'accordo del contratto nazionale di lavoro per il triennio 2010-2013, scaduto nel mese di marzo. "Lo scorso 5 novembre – osserva ancora Di Luca – abbiamo comunicato alla controparte industriale di aver sciolto la riserva relativa alla rma dell'intesa, una decisione che discende dal mandato ricevuto dai lavoratori del settore, i quali, riuniti nelle assemblee, hanno approvato l'ipotesi del rinnovo con una percentuale di adesione prossima al 100 per cento". Una decisione, quella di far votare l'accordo dagli addetti, che ha riguardato la sola Cgil: "Nonostante tutto – prosegue Di Luca –, il contratto appena rmato ci lascia soddisfatti per molti aspetti, anche se quello di minatore continua a essere un mestiere duro e usurante". L'intesa sottoscritta prevede un aumento medio sui minimi di 125 euro in tre tranche: in sostanza, nel triennio 2010-2013, entreranno nelle buste paga dei lavoratori 3.500 euro in più.

    Il lavoro nel comparto minerario italiano non ha certo i problemi di sicurezza presenti altrove (dalla Cina al Sud America, all'Africa), ma si svolge lo stesso in un ambiente insalubre e, per sua stessa natura, esposto al pericolo di frane o esplosioni da gas. La storia dei minatori cileni appena liberati dal sottosuolo ha riportato alla luce il problema anche nel nostro paese. Per questo è molto importante che nel contratto appena siglato siano state inserite delle novità normative in materia di prevenzione. "Le società committenti, è il caso delle manutenzioni, dovranno d'ora in avanti privilegiare le aziende più qualicate nel rispetto delle norme sulla sicurezza – afferma Gabriele Valeri, della segreteria nazionale Filctem –, così come negli appalti non si potranno esternalizzare le attività facenti capo al ciclo produttivo minerario".

    Sul versante del mercato del lavoro, la principale novità stabilita dal ccnl è l'abbassamento al 30 per cento del ricorso ai contratti a tempo determinato e a somministrazione e, in particolare, la loro trasformazione a tempo indeterminato, una volta trascorsi 44 mesi. "Altri due traguardi importanti – aggiunge Di Luca – riguardano la previdenza integrativa, per cui è previsto un incremento della quota interamente a carico delle aziende, e l'aggiunta della festività di Santa Barbara, la patrona dei minatori che si celebra ogni anno il 4 dicembre, anche per gli operai e non più solo per gli impiegati". Miglioramenti a parte introdotti dal nuovo contratto nazionale, quello che preoccupa maggiormente i minatori è il futuro del loro posto di lavoro: le miniere, a differenza delle cave a cielo aperto, sono patrimonio indisponibile dello Stato, in quanto reputate strategiche, e sono gestite dalle Regioni, che a loro volta le danno in concessione alle aziende in cambio di un canone.

    "Le aziende – argomenta Di Luca –, pur di non perdere la concessione, sono state no a oggi obbligate a estrarre minerale. Le cose stanno tuttavia cambiando, perché gli enti regionali, dopo il decreto Calderoli sul federalismo demaniale, che trasferisce alle autonomie locali le competenze su umi, laghi e miniere, potranno decidere di declassare una miniera al rango di cava, che a differenza della prima non è reputata strategica e di conseguenza alienabile e soggetta a contrattazione privata". Il concessionario, quindi, non sarebbe più obbligato a lavorare la miniera e a estrarre minerali e, senza avere più la certezza del titolo minerario avuta nora da questa sorta di monopolio, potrebbe addirittura decidere di chiudere i battenti e andarsene all'estero, lasciando l'industria italiana senza più le materie prime estratte dal sottosuolo e il paese senza più le miniere, con i loro ingegneri, tecnici, ricercatori e, soprattutto, minatori.

    Già diverse aziende manifatturiere hanno cominciato a delocalizzare le loro attività in Polonia e in Albania, dove si può contare su materie prime economicamente più vantaggiose, un costo del lavoro inferiore e su norme di sicurezza meno "puntuali". "Basta che a qualcuno si rompa un qualsiasi componente di un'automobile per rendersi conto di questa tendenza – sottolineano ad Assomineraria –: il paraurti, piuttosto che uno specchio retrovisore, spesso arrivano dall'estero. Tutto questo mentre il nostro sottosuolo è ricco di metalli e di minerali utili".     

11.15.2010

E IL PRESIDENTE CONSOB ?

"Ma il Governo, prima di dimettersi con grande sollievo per il Paese, non intende fare un'ultima cosa utile, che resterebbe peraltro tra le poche, ovvero procedere alla nomina del presidente della Consob?"

Lo chiede il senatore del Pd Stefano Ceccanti nella sua odierna interrogazione sulla mancata nomina del presidente della Consob da parte del governo, ricordando che "la carica del Presidente è vacante da più di quattro mesi e che "tale nomina deve essere effettuata con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio stesso".

Dalla data di scadenza del mandato del Presidente fino al Consiglio dei Ministri di venerdì scorso "non si è presa alcuna decisione", - sottolinea Ceccanti - "facendo così trascorrere invano 4 mesi e 14 Consigli".

11.02.2010

Ue, è ora di investire

Economia
a cura di ItaliaOggi

Puntare su infrastrutture e innovazione.
La linea del rigore non è sufficiente.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all'economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista

La linea di rigore della commissione europea guidata da Josè Manuel Barroso di multare i paesi dell'Ue che non rispettano i parametri del Patto di stabilità è necessaria ma insufficiente. Sarebbe utile se servisse a spingere i governi a una gestione più attenta delle risorse, senza abusare dello strumento del debito.

    Comunque, tale rigore rischia di rimanere una forte affermazione astratta se non si entra nei meccanismi veri dell'economia.

    La commissione dovrebbe prima di tutto modificare il suo approccio sulle spese per gli investimenti nelle infrastrutture rispetto a quelle correnti. Entrambe generano debito, se finanziate ricorrendo al credito. I debiti fatti per finanziare modernizzazioni tecnologiche e infrastrutture però produrranno nel tempo maggiore ricchezza collettiva. Dovrebbero quindi essere trattati come investimenti e non solo come costi. Occorre distinguere le varie categorie di debito pubblico prima di indicare regole e sanzioni. Non può valere il principio per cui «di notte tutte le vacche sembrano grigie».

    Anche perché i governi occidentali stanno ancora dibattendo sulla exit strategy dalla crisi e su come abbattere i livelli di debito pubblico pericolosamente cresciuti anche per finanziare i salvataggi delle banche. I paesi avanzati del G20 nel 2009 hanno in media aumentato il debito pubblico al 102% del Pil e raggiungeranno il 122% nel 2014. Per diminuire il debito, molti vorrebbero giocare con l'«inflazione controllata». Intanto tutti sono impegnati in tagli di bilancio che prolungherebbero la recessione e accentuerebbero le esplosioni sociali.

    Alcuni saggiamente propongono l'alternativa di accelerare la crescita attraverso investimenti a lungo termine in nuove tecnologie, infrastrutture, energia e ricerca che dovrebbero essere sostenuti dagli stati e da nuovi strumenti finanziari pubblici-privati con la raccolta dei risparmi e con le risorse finanziarie anche di banche e grandi fondi privati.

    Secondo noi, una delle ragioni di fondo della crisi è lo short-termism, cioè quella idea del mercato che punta sul «tutto e subito»! Negli anni passati ciò ha caratterizzato l'intero sistema con ricadute negative sui meccanismi della produzione e della finanza. Ha prima di tutto sottoposto le imprese al modello del cosiddetto shareholders' capitalism, alla massimizzazione immediata del valore delle azioni. Ciò ha prodotto lo scandalo dei bonus miliardari per i manager più spregiudicati.

    Lo short-termism era anche sollecitato dalla crescente liquidità a basso costo che ha invaso i mercati e ha esacerbato l'attività finanziaria speculativa a breve. La deregulation globale ha poi abbattuto gli argini che separavano le banche dalle imprese finanziarie, trasformando il rischio bancario in puro oggetto di affari per i mercati di capitale. Da ciò è scaturita l'eccezionale crescita del mercato dei credit default swap e degli altri derivati finanziari.

    Purtroppo anche le ultime riforme proposte dimostrano scarsa attenzione al ruolo degli investitori di lungo termine e ai loro progetti perché troppo rivolte ai vecchi comportamenti del mondo bancario e finanziario. Cercano di correggerne le manifestazioni più rischiose, ma di fatto sanciscono la superiorità della finanza sull'economia!

    Ciò ha portato Cassa depositi e prestiti, Caisse des depots, Kreditanstalt für wiederaufbau e Bei, istituzioni finanziarie che promuovono investimenti a lungo termine, a presentare a Bruxelles proposte per adattare le nuove regole alle esigenze degli investimenti a lungo termine. Esse sostengono che Basilea 3, per fabbisogni di liquidità e di capitale e standard contabili, è più punitiva nei confronti degli investitori di lungo termine rispetto alle banche che operano sul breve periodo.

    Senza iattanza riteniamo che prevalga il dominio del vecchio e fallimentare pensiero economico, nonostante Mario Monti suggerisca di «sviluppare un sistema legale europeo ad hoc per incoraggiare l'impegno degli investitori di lungo termine negli investimenti in infrastrutture». È la strada da imboccare con urgenza.